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Ormai è passato un anno dalla prima edizione del volume Gli Spumanti d'Italia da me curato per i tipi della Veronelli Editore. È stata una partenza in sordina, come si addice ad un esperimento piuttosto innovativo a mezzo tra la guida e il manuale d'uso, che deve trovare il suo spazio con correzioni successive e assestamenti che soltanto il lettore e il tempo possono indicare. Al VinItaly abbiamo presentato la seconda edizione e ne abbiamo sottolineato i cambiamenti e le innovazioni. È stato perciò con una certa soddisfazione che, nel dare la dovuta attenzione alle guide concorrenti che escono tradizionalmente a fine anno, con qualche contraddizione rispetto alla battaglia condivisa per la destagionalizzazione del consumo di spumante, ho notato che siamo stati oggetti d'imitazione. La guida del Gambero Rosso, che l'anno scorso non riportava in copertina le principali zone come noi avevamo fatto, ci ha imitati, lo stesso ha fatto Bere Spumante. Essere oggetto d'imitazione fa sempre piacere poiché significa che si è visto giusto prima degli altri, ma ci sono due dettagli, uno per ciascun concorrente, che sono presenti in loro ed erano assenti nel nostro volume. In Bere Spumante 2008 la Franciacorta viene presentata come "il Franciacorta"; e la guida del Gambero Rosso ha addirittura cambiato titolo. Non si intitola più Spumanti d'Italia, ma Bollicine d'Italia. Questi due fattori sono particolarmente interessanti perché anche noi li avevamo posti in discussione. Tentiamo di capire cominciando dal più macroscopico. Scrive il curatore della guida del Gambero rosso nella sua Introduzione: "… Spumanti ci è parso un termine troppo generico, che non rende conto dell'individualità di ogni zona vocata, e soprattutto un nome che si è trasformato in un immenso ombrello sotto il quale si trova qualsiasi cosa abbia un'effervescenza, nobile o meno che sia…". Ovviamente sono parole assolutamente condivisibili. Io che sono più esplicito ho detto più volte in pubblico che spumante è un termine purtroppo "sputtanato" dalla tanta bassa qualità che c'è in giro. Condivido quindi che "non rende conto dell'individualità di ogni zona vocata"; condivido che lo spumante non debba confondersi con "qualsiasi cosa abbia un'effervescenza, nobile o meno che sia". E Bollicine? Bollicine rende conto dell'individualità di ogni zona vocata? Distingue da "qualsiasi cosa abbia un'effervescenza"? "Nobile o meno che sia"? Non scherziamo. Il peggior vino contadino, ammoniva Veronelli è migliore del miglior vino industriale. Si può non essere d'accordo su questa affermazione provocatoria, ma non vorrei mai che per un vino si usasse "formalmente" un termine che definisce l'acqua minerale, la Coca Cola, la vecchia e gloriosa spuma di quand'ero un ragazzino e consumavo andando a vedere Lascia e Raddoppia al bar ove i grandi consumavano la Barbera vivace o lo Squinzano. Bollicine, Vasco Rossi docet, è un termine più glamour, più facilmente spendibile sul mercato della comunicazione, ma non è questo secondo me il motivo che ha spinto il Gambero Rosso a cambiare nome. A questo punto è necessario raccontare un fatto: nessuna novità: è tutto scritto nella prima parte del nostro volume. Per organizzare la degustazione degli spumanti abbiamo chiesto ai Consorzi di programmarci delle sedute. Tutti i Consorzi consultati hanno aderito tranne quello della Franciacorta, motivando il fatto con il desiderio di non essere confusi con i prodotti concorrenti. Facendoci notare che la legge permette al Franciacorta di non inserire il termine Spumante in etichetta (però qualche produttore salta il fosso e lo scrive all'inglese: sparkling wine) e di non inserire nemmeno la sigla europea VSQPRD (eppure qualche produttore lo fa), ma di fregiarsi della sola sigla DOCG, hanno avanzato delle richieste nei confronti della nostra guida. Tra le altre cose chiedevano che si usasse il termine "bollicine" per definirli, che i vini fossero elencati per zona di produzione e non per regione geografica come è nella tradizione della Veronelli Editore, per meglio valorizzarle (per cui noi abbiamo risposto che questo era previsto tanto da elencare le più prestigiose in copertina), che quindi in copertina si aggiungesse l'articolo "il" al termine Franciacorta per indicare il vino e non il territorio (poiché il termine è univoco, ma lo è anche per Trento e Alta Langa e Asti), e da ultimo che fosse scritto un po' più grande degli altri. Abbiamo pensato che alcune richieste fossero corrette, altre no per cui ci siamo incontrati più volte con vari esponenti del Consorzio per tentare di trovare un accordo che venisse incontro alle loro esigenze senza penalizzare i prodotti di altre zone; ma alla fine abbiamo rinunciato alla loro collaborazione, confortati dal fatto che molte aziende della Franciacorta ci avevano comunque mandato i campioni per l'assaggio e le schede con i dati o perché non in accordo con le disposizioni del Consorzio stesso o perché non avevano saputo di questa presa di posizione. Nonostante il contrasto i nostri rapporti sono rimasti ottimi, così come intoccato è rimasto il nostro giudizio sui loro vini che, infatti ben figurano sia nella prima che nella seconda edizione. Detto questo stupiscono, e diventano intriganti, le piccole e grandi novità comparse nelle pubblicazioni della concorrenza. Da parte nostra noi siamo fieri per essere stati oggetto di imitazione e lo siamo ancora di più per queste piccole e grandi differenze.
Nichi Stefi
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