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In suo ricordo
 
Siamo commossi per le numerose testimonianze di solidarietà. Anche a nome dei familiari, ringraziamo Amici, Operatori e Lettori per le parole sia di sincero affetto a Gino Veronelli sia di vivo incoraggiamento a noi Collaboratori nel proseguirne l'Opera. Consapevoli della grande eredità - d'affetti e d'obiettivi - ci impegneremo quanto più possibile perché non sia dispersa e perché il nostro lavoro onori al meglio il suo.


Riportiamo gli articoli più significativi pubblicati a seguito della scomparsa di Veronelli.
Considerato l'alto numero di testimonianze siamo costretti a pubblicarli a rotazione.


La Repubblica, 1/12/2004
È morto a 78 anni: libertino nei piaceri del cibo, libertario in lotta contro la globalizzazione dei sapori
ADDIO A LUIGI VERONELLI, "INVENTÒ" LA GASTRONOMIA
di Gianni Mura

Aveva detto: morirò a 103 anni, come la mia amica Giuseppina Perusini Antonini, la contessa del Picolit (un vino che oggi non esisterebbe, non se ne fosse occupato Sua Nasità, temporibus illis). Aveva anche indicato l'ultima bottiglia, per il 2029: un Porto Quinta do Resurressi 1926, fatto da una contadina anarchica. E sperava che gli trovassero un posto nel cimitero di Pradumbli, dove sono sepolti molti anarchici. Il cimitero è a Prato Carnico, ma sarà in quello di Bergamo che oggi tanta gente dirà addio, ma soprattutto grazie, a Luigi Veronelli, Gino per gli amici. Aveva 78 anni. Il fegato gli ha fatto perdere la scommessa del 2029. Era quasi cieco, gli dispiaceva dover rinunciare al piacere della lettura, e anche non riconoscere immediatamente i suoi nemici. Sembrava essersi ripreso da un intervento chirurgico. Guardo con profonda tristezza un cartoncino che lo annuncia stasera alla libreria Hoepli per presentare un libro sulla cucina meneghina, di cui aveva scritto la prefazione.
È stato un grande, Veronelli, non solo per quello che riguarda il mangiare e il bere. Come avesse vissuto tante vite in una. Milanese dell'Isola, nonno Luigi panettiere in piazzetta della Rosa, oggi piazza Pio XI. Primo bicchiere di vino il giorno della prima comunione. "Adesso che siete uomini, potete bere" disse il padre versando un po' di rosso nei bicchieri per Gino e Gianni, il fratello gemello.
"Doveva essere Barbera dell'Oltrepò, io e Gianni eravamo pronti a tracannare ma mio padre ci fermò: prima lo guardate, poi lo annusate e poi lo bevete con rispetto, perché c'è dentro la fatica dei contadini". Studi classici, passione per la filosofia. Fu assistente di Giovanni Emanuele Bariè e collaboratore di Lelio Basso. Perse buona parte dell'eredità paterna facendo l'editore: poesia ("La ragazza Carla" di Elio Pagliarani) ma anche i socialisti utopisti (Fourier, Prudhomme). L'anno scorso a Modena si gettavano le basi per un convegno su cucina e anarchia e un ragazzo di Imola gli si presentò con un libro di Prudhomme, edito da lui, per la dedica, e Veronelli si mise a piangere per la commozione. Rideva, invece, raccontando di una mattina del 1957, cortile della questura di Varese. «Fu l'ultimo rogo di libri, in Italia. Si trattava di "Historiettes, contes et fabliaux" di De Sade, editore Luigi Veronelli, traduttore Luigi Veronelli, condannato a tre mesi in appello per pubblicazioni oscene. E sì che come primo editore italiano di De Sade avevo scelto le pagine meno pepate. I libri bruciavano e io battevo le mani, sotto gli sguardi ostili dei pochi presenti. L'amarezza in questa vicenda fu un'altra.
Il Mondo era il mio faro, Mario Pannunzio il mio punto di riferimento. Gli scrissi prima del processo sperando che si esprimesse contro una sentenza liberticida e lui mi rispose seccamente: non mi occupo di pornografia».
Chi vive in disparte vive bene, c'è scritto in latino sulla porta di casa Veronelli, a Bergamo alta, dove pare d'essere in Umbria (acciottolato, cipressi). Lui sapeva stare in disparte come in prima fila. Sei mesi per istigazione a adunata sediziosa nel 1980. "C'era una manifestazione di contadini per il prezzo delle uve, i finanziamenti del governo non arrivavano mai, sul palco delle autorità s'erano alternati il bianco, il nero, il rosso, il verde. Vai su anche tu, che sai cosa dire, mi fece Giacomo Bologna, il grande Giacomo, quello che m'ha insegnato che senza gioia e serenità il buon vino conta nulla. Io salii sul palco e dissi: vi hanno servito un sacco di balle, se volete farvi sentire fate come gli operai, bloccate l'autostrada o la stazione. Così bloccarono la stazione ferroviaria, mentre io ero al ristorante, ma istigatore restavo. E comunque i finanziamenti arrivarono dopo pochi giorni".
Donchisciottesco, dicevano, quando partì lancia in resta contro la CocaCola, che non indicava tutti gli ingredienti in etichetta. "Non era una guerra, erano tre battaglie, ma stranamente tre giudici diversi hanno sempre trovato un vizio di forma nella mia denuncia". Donchisciottesco, dicevano ancora in tempi recenti, quando Veronelli si avvicinò ai centri sociali (Verona, Brescia, Milano) e fu tra i fondatori di Terra e Libertà (come il film di Ken Loach). Era invece il Veronelli di sempre, coerente con se stesso, che rimpiangeva la mancanza di un Bové italiano, che predicava contro la globalizzazione, gli ogm, le multinazionali, e la terra era minuscola come suolo, maiuscola come pianeta, minacciata con entrambe le iniziali. Per questo chi va oggi al cimitero di Bergamo (la famiglia avrebbe preferito esequie private col rito civile, e solo dopo queste l'annuncio della morte, ma la notizia è subito filtrata) non deve stupirsi se troverà le bandiere nere degli anarchici e qualche suora col rosario. Dalla casa del libertino libertario, una biblioteca di 10mila libri (un centinaio scritti da lui), una cantina di 70mila bottiglie, partivano da anni regolari rifornimenti enoici per tre conventi di Bergamo alta.
Aveva una cultura prodigiosa, citava a memoria Rambaldo di Vaqueyras o Brecht ("sono sempre pronto a una nuova idea e a un antico vino"), il sogno nel cassetto era tradurre Apollinaire. E anche un bel fisico, aveva diretto per qualche anno una stazione invernale, al Tonale, gli piaceva la caccia subacquea ma senza pinne e respiratore, sennò il pesce è troppo svantaggiato.
Le sue "Guide all'Italia piacevole" restano fondamentali, così come le sue battaglie per i cru, per la dignità dei vignaioli, per la qualità del cibo e del vino. Ha avuto molti allievi, alcuni grati, altri pronti a pugnalarlo alle spalle. Il suo assaggio era diverso da quello dei tecnici. Di tipo amoroso, diceva. "Un vino è come una bella donna, non va aggredito con la volontà di imporsi, va ascoltato". La tecnica si perfeziona, ormai son capaci tutti di sentire la marasca nel Cannonau e la pipì di gatto nel Sauvignon. Ma, come il suo grande amico Gianni Brera, Veronelli era in anticipo coi neologismi: di pronta beva, stoffa zerga, nerbo viperino. Con la penna e in tv (molti ricorderanno la trasmissione con Ave Ninchi) Veronelli è stato un poderoso e isolato apripista, di quelli col machete. Sul sentiero diventato autostrada, non ce n'è uno che gli arrivi al ginocchio. Gli sia lieve la terra che ha tanto amato, esaltato, raccontato e difeso. Ma sì che gli sarà lieve.
Deve.


Corriere della Sera, 1/12/2004
IL PIONIERE DEI CIBI IN TV, TRENT'ANNI FA CON AVE NINCHI
di Aldo Grasso

L'omaggio più significativo gliel'ha reso qualche settimana fa Carlin Petrini, fondatore di Slow Food: «Un grazie sincero e meritato a Luigi Veronelli. Spero che questo grazie sia quanto più condiviso dal mondo enologico e gastronomico italiano, per il quale Veronelli nella sua quasi cinquantennale attività ha fatto grandi cose. A lui va riconosciuta la primogenitura ideologica di tutta l'enogastronomia italiana: a fine anni '50 ha inventato la figura del gastronomo moderno, con la sua penna colta e tagliente è stato il primo a indicare una strada nuova. Attraverso i suoi mirabili racconti di vino, i suoi viaggi, il suo "camminare la terra" ha ispirato la generazione successiva e continua a farlo. Tutti i gastronomi italiani gli devono qualcosa». Anche quelli che impazzano in tv. Sì, perché, dopo la fondamentale esperienze di Mario Soldati, "viaggio nella valle del Po. Alla ricerca dei cibi genuini", 1957 (era la prima volta che la tv si occupava della materia: cibi, vini, coltivazioni, cantine, caseifici, salumifici, industrie dolciarie furono trattati con la stessa dignità con cui si deve trattare un fatto di cultura), toccò a Veronelli inaugurare la prima rubrica di cucina in tv, "A tavola alle 7", 1974, con Ave Ninchi, scritto da Paolini e Silvestri e diretto da Dada Grimaldi. Per sette anni Veronelli insegnò agli italiani un po' di educazione alimentare. «Quando mi comunicarono - ha scritto Veronelli - che per la terza annata di "A tavola alle 7" Delia Scala (a sua volta subentrata a Umberto Orsini, ndr) sarebbe stata sostituita con Ave Ninchi, ebbi non pochi contrasti e i due autori il loro da fare per convincermi, poi scoprii che Ave, così diversa, era una compagna ideale; si stabilì una coppia, lei l'angelo familiare; io il demone per le mie puntualizzazioni continue ed esasperate».
Insomma nella tv attuale nessuno inventa niente. A Veronelli si deve anche un coraggioso programma sui vini voluto da Folco Portinari e Franco Iseppi: "Viaggio sentimentale nell'Italia dei vini", Raitre, 1979, con Nichi Stefi e la regia di Mario Mariani. L'anno dopo, con Angelo Paracucchi, Veronelli inaugura la fascia di mezzogiorno con il settimanale "La Meridiana": l'uno insegnava a mangiare bene, l'altro a bere meglio. Ora la tv non fa più educazione alimentare (salvo rari casi) ma turismo gastronomico; più preoccupata degli sponsor che della salute del cittadino.


La Stampa, 1/12/2004
Il famoso enogastronomo è morto a 78 anni. Aveva aperto la strada alle battaglie per la cucina di qualità
VERONELLI, L'UOMO CHE SUSSURRAVA AI VINI
di Carlo Petrini

Ho sentito Veronelli dieci giorni fa al telefono. Mi aveva cercato mentre mi trovavo in Svezia, era appena uscito dall'ospedale. La sua voce era bella, netta, entusiasta per la considerazione che aveva del recente evento Madre Terra e simpaticamente stupita nel rintracciarmi in mezzo alle popolazioni Sami, estremo Nord Europa. Mi ero convinto, confortato, che avrei potuto incontrarlo presto, appena tornato dai miei viaggi, secondo l'impegno che ci eravamo presi durante la telefonata. Invece la sua scomparsa mi lascia come ultimo ricordo soltanto quella voce, mentre sono qui a scrivere in sua memoria.
Che sia stato l'antesignano di tutta la moderna cultura enogastronomica in Italia è fuor di dubbio: nessuno mancherà di farlo notare. Ma tutto il suo lavoro, che ha dato la giusta dignità alle tematiche a noi care, e tutta la sua vicenda umana, fatta di aspre battaglie in favore del gusto e per gli agricoltori, si sono poggiate su solidissime basi culturali, facendo di lui uno degli intellettuali italiani più influenti degli ultimi cinquant'anni.
Era un filosofo, un cultore raffinato non soltanto del nostro mondo fatto di cibi e di vini, ma anche della buona letteratura, di cui per altro è riuscito a essere vivo protagonista. Con i suoi scritti è stato l'inventore di un nuovo e diverso modo di parlare di gastronomia, che per portata può essere paragonato alle superbe operazioni condotte da Brera e Arpino in tema di sport. Il rivolgersi ai vignaioli come ai «miei produttori», espressioni celebri come «camminare le vigne», sono l'emblema di uno stile che ancora oggi non trova nessuno in grado di emularlo o di raggiungerne le vette.
È anche stato maestro di comunicazione televisiva, con "A tavola alle 7" insieme ad Ave Ninchi che dovrebbe ancora insegnare ai tanti tele-spadellatori odierni: «Un ragazzotto m'affrontò ai tempi raittivù: la smettessi di maltrattare Ave Ninchi. Av'ed io - gli dissi - dialogavamo al modo dei frati delle quarant'ore (uno teneva la parte del buon Dio, l'altro del diavolo; la gente plaudiva il primo e minacciava il secondo)».
Il soggetto era assolutamente ingovernabile: forti convinzioni, una determinazione incredibile che negli ultimi anni, con l'età matura, aveva assunto un atteggiamento nei confronti del potere di risoluta autorevolezza. Un modo di porsi che non era solo determinato dallo spirito anarchico, ma sempre da un profondo senso di giustizia, dalla sicurezza rispetto al valore delle sue campagne, vere e proprie battaglie di civiltà.
Tutti quelli che si occupano di enogastronomia oggi in Italia gli devono in qualche modo qualcosa, ma forse ancora pochi hanno colto l'importanza e il significato del suo continuo richiamo alla terra e ai suoi lavoratori, un parlare di gastronomia ed eccellenze che non ha mai dimenticato la dignità di chi produce, il compartirne le ansie. Una lotta continua, per cinquant'anni, che racchiude il significato di ciò che dovrebbe essere gastronomia oggi.
Dopo averlo seguito per tanto tempo, posso dire che il Veronelli a cui guardo con maggiore rispetto è proprio quello di questi ultimi anni, quando si è avvicinato ai ragazzi dei centri sociali per il progetto Terra e Libertà/Critical Wine. Avrebbe tranquillamente potuto giocare il ruolo del padre nobile che se la gode tranquillo di fronte all'establishment gastronomico e invece no, si è avvicinato, ha sostenuto con la forza delle idee quella parte di giovani che, per altre vie, hanno saputo cogliere gli aspetti meno immediati e più problematici legati al cibo.
In questi giorni sono certo che tutti si soffermeranno sui suoi meriti storici, ma io vorrei richiamare l'attenzione sull'importanza di queste sue ultime battaglie, vorrei che le si studiasse con grande attenzione. Lo sforzo d'analisi contenuto in "Vino, terra e libertà". «Sensibilità planetarie, agricoltura contadina e rivoluzione dei consumi», la sua ultima pubblicazione, è impressionante e molto meritorio. La lettura delle dinamiche sociali attraverso un ritorno alla terra, carico tanto di progettualità quanto di valenza culturale e politica, è una risposta estremamente moderna nel momento in cui si parla di nuova ruralità, dignità contadina nel mondo, sostenibilità ambientale, globalizzazione.
Questo amore profondo per la terra è stato mirabilmente esplicitato nelle "Parole della Terra", scritto a quattro mani con Pablo Echaurren. Un libretto che mi è venuto in mano mentre ero intento a progettare e organizzare Terra Madre e che mi ha fatto notare quanto - pur con le dovute e naturali diffidenze di vedute - avessimo in comune per passioni e moventi. È la più grande eredità che ci lascia, il richiamo ai problemi dell'agricoltura e dei contadini: la sfida per il futuro, anche rivoluzionaria, di coniugare gastronomia, gusto, alimentazione, con l'attenzione per la produzione, per la natura, per il riconoscimento culturale ed economico di chi ci lavora con dedizione e difficoltà.
Le battaglie sull'olio, sulla certificazione dell'origine dei prodotti, sul prezzo giusto.
Mi piace ricordare le sue parole: «I contadini chi li conosce? In un'Italia operaistico-borghese i contadini - dico quelli veri, autonomi - sono gli "unici".
Sopravvissuti d'un grande genocidio non hanno tradito e non s'arrendono… Faticante sinonimo di contadino. La fatica è la sua misura quotidiana. Pure resiste, non s'arrende, non ha tradito… Per me che vengo di città e porto addosso gli affari e gli intrallazzi, è gran gioia incontrarli, vederne l'opera e sentirne i racconti, così che mi vengono da usar la penna e anche le mani, perché sappi, è onesto solo chi sta sulla terra e chi ne vive».


Il Manifesto, 1/12/2004
IL PIACERE DELLA RIVOLUZIONE
di Loris Campetti

Ci sono molti modi per incontrare una persona che hai sempre amato per quel che dice e scrive. Luigi Veronelli l'ho conosciuto nel miglior modo immaginabile, nel suo habitat, e cioè a tavola, chiacchierando piacevolmente fino a notte di piacere e anarchia. Alla fine di quella cena in un congruo ristorante romano avevo le idee così confuse da pensare che per il grande maestro, il "gastrosofo", "sua nasità", il piacere corrispondesse all'impegno sociale e l'anarchia al piacere. Ripensandoci oggi, mi convinco che forse avevo proprio colto l'essenza del suo pensiero.
Il piacere è un diritto che troppo spesso ci neghiamo a causa della nostra fragilità, non quella economica ma quella culturale. Fino a demonizzarlo. In questo Luigi era molto simile a quell'altra banda di enogastronomi di sinistra che dettero vita a Slow Food e piazzarono la sede nazionale dell'organizzazione gaudente a Bra, in via della Mendicità Istruita.
Il piacere per esempio è un bicchiere di vino rosso di cui conosci la storia, il profumo della terra in cui nasce e il produttore, tanto meglio se si tratta di un Barolo di Bartolo Mascarello, un vecchio partigiano di "Giustizia e libertà" che se gli stai simpatico ti racconta di come riceve i ricchi mercanti tedeschi che bussano alla sua porta per acquistare il suo vino, famoso ad Alba come a New York. Li porta fuori, indica loro una collina e spiega: «Nel '43 io mi arrampicavo come una lepre e suo padre mi inseguiva con il fucile puntato». Non è questione di soldi, puoi anche provare sensazioni forti bevendo un bicchiere di Sangiovese il cui produttore è un umile contadino con pochi filari di uva sconosciuti non solo a New York ma con un grande cuore e salde radici nella sua terra.
Luigi pensava male dei Doc e dei Docg, persino sui presidi gastronomici dello Slow Food trovava da ridire. Preferiva lavorare sulla denominazione comunale dei giacimenti gastronomici. Dove sta la differenza? Da come me l'aveva spiegata ho capito che non si possono "brevettare" formaggi prodotti su territori troppo vasti, perché cambiando collina cambiano sapori, caratteristiche, memorie. Il territorio più esteso può essere il comune. Perché il sapore è come la democrazia, più restringi il campo e più è possibile il controllo collettivo, più si valorizzano le differenze.
Gli ultimi anni Luigi li ha passati a parlare di piacere e anarchia nei centri sociali, non per criticare chi organizzava il Salone del Gusto ma perché era fatto così. Era suo piacere parlare con quei giovani estremisti, e ascoltarli. Le sue provocazioni ci mancheranno.


La Padania, 1/12/2004
TI SIA LIEVE LA TERRA CON TUTTO CIÒ CHE VI CRESCE
di Paolo Brera

Gli sia lieve la terra, e leggeri crescano su di essa le cultivar più ricercate: nessuno avrà quanto lui contribuito, prima di lasciarci, alla difesa delle nostre zolle e delle produzioni alimentari locali. Ora ci ha lasciati, e viene a mancare un punto di riferimento unico per ogni discorso gastronomico ed enologico. Luigi Veronelli, Gino come lui insisteva a farsi chiamare, mettendomi in sommo imbarazzo, aveva dedicato la sua energia al suo vangelo dell'alimentazione. Il Maestro era nato a Milano, nel cuore del quartiere allora popolare dell'Isola Garibaldi, zona di bei fioeu toghi e tajaa. Segue studi di filosofia e intorno ai 25 anni si scopre una passione per la gastronomia e l'enologia. A dedicarvisi professionalmente comincerà dopo i fondamentali incontri con Luigi Carnacina e Gianni Brera, di cui era grande amico. La gente pensa che i gastronomi siano gente che si gode la vita mangiando a quattro palmenti e bevendo come cammelli. Di vero c'è solo che il gastronomo di solito mangia e beve più della media - solo che il più delle volte lo deve fare per lavoro. La raffinatezza, indispensabile nel mestiere di Veronelli, non di rado si trasforma nel privato in una palla al piede; il gastronomo non è mai contento, è infelice per piatti che uno meno raffinato accetterebbe con letizia, non trova mai il vino giusto. Ma la sua sofferenza è la nostra gioia. Ipersensibile, è lui a dare le indicazioni precise perché qualcun altro elevi il livello del nostro cibo. Per il pane quotidiano ci rivolgiamo in preghiera ad Altri; al gastronomo chiediamo di difendere la qualità del companatico.
Gino era poeta non meno e non più che scienziato. «Il vino è un valore reale che ci dà l'irreale», diceva: «Dopo l'uomo e prima dell'animale, è una creatura capace di raccontare la qualità, il clima, la bellezza, la storia e gli uomini che, nei secoli, lo hanno prodotto». Questa è poesia. Quando lancia "l'olio secondo Veronelli" scrive invece: «Fanno parte della filiera, e devono essere censiti all'inizio del progetto, anche i frantoi, le ditte di trasporto, le ditte fornitrici di tappi e bottiglie e chi si incarica della distribuzione. Per ogni frantoio sarà verificata l'esistenza di un Manuale di corretta prassi igienica secondo il D. lvo 155/97. Ciascuna azienda […] si impegna alla trasparenza nelle operazioni, all'adozione del Manuale di Qualità e Tracciabilità». Questa è scienza. […]


La Gazzetta dello sport, 1/12/2004
UN CANTORE DI TERRA E LIBERTÀ
di Enrico Deaglio

Veronelli ci aveva accolti nella sua casa, a Bergamo Alta, quando la troupe dell'Elmo di Scipio andò a intervistarlo per un programma di Rai Tre, all'inizio del 2004. Bevemmo una bottiglia di un rosso umbro ch lui stimava molto e ci spiegò come si fa veramente un brindisi: con i bicchieri che sbattono quasi fino a rompersi. Il tema dell'intervista era strano: il vino e la libertà. La grande casa era bella e ospitava alcune delle molte iniziative di Veronelli: un seminario continuo per produttori, le attività editoriali, le guide enogastronomiche che lo hanno reso uno dei principali ambasciatori della qualità italiana in fatto di cucina, la rubrica sul Corriere della Sera e quella sulla Gazzetta dello Sport in occasione del Giro d'Italia. Era una giornata d'inverno eccezionalmente tersa, nel giardino giocavano dei cani e l'uomo era incredibilmente giovanile, nonostante fosse afflitto da una diminuzione molto grave, e progressiva, della vista.
Ci raccontò del vino, di come si possa con il vino dialogare e di quante storie il vino possa raccontare. Ci raccontò di corso Monforte, a Milano, chiamato così perché nel Medioevo vennero trasportati lì, e bruciati sul rogo, gli eretici piemontesi di Monforte che non vollero abiurare. Quelli che tornarono a casa continuarono a fare i vignaioli, ma dolore, morte e tragedia - disse Veronelli - si possono ancora sentire in un certo punto del palato se lì la lingua schiaccia l'ultima goccia. E lo stesso, disse ancora, accade per il vino di Melissa, in Calabria, che ricorda l'uccisione di cinque braccianti.
La ricerca della qualità, della storia, dei sacrifici fatti nei secoli da sconosciuti contadini ha guidato il lavoro di Luigi Veronelli. E la loro difesa: contro la commercializzazione senza criteri, per la valorizzazione delle denominazioni comunali, per l'educazione al gusto dei cittadini che non hanno conosciuto le campagne. Era un uomo di grande cultura e di buone letture, inventore, per la gastronomia, di un linguaggio nuovo, paragonabile a quello usato da Carlo Emilio Gadda in letteratura e a Gianni Brera nelle cronache dello sport. L'ultima iniziativa che lo aveva entusiasmato si era appena svolta al centro sociale Leoncavallo di Milano: Terra e libertà, una kermesse a cui avevano partecipato diecimila persone, invitate (con un bicchiere in regalo e a un prezzo veramente modico) a degustare i prodotti di decine di produttori sconosciuti. Una sommessa risposta (anche) all'attuale inondazione di cuochi televisivi.
Luigi Veronelli amava da sempre i valori dell'anarchia. I suoi amici fanno sapere che ai funerali, oggi mercoledì 1 dicembre, alle ore 10, al cimitero monumentale di Bergamo, «suonerà la banda degli ottoni a scoppio e saranno presenti le bandiere di uguaglianza e libertà che ha sempre amato».
 
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