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| Ristorante Savini via Ugo Foscolo 5, Milano Tel. 02/86461060 Chiusura: caffetteria e pasticceria, sempre aperti; il ristorante, sabato a mezzogiorno e domenica. Costo (vino escluso): 90€
Io non sono milanese, eppure il ristorante Savini m’è caro. M’è caro, oltre che come consumatore e responsabile della guida I Ristoranti di Veronelli, per i tanti racconti che me ne ha fatti Veronelli, lui sì milanese e che a lungo lo ha frequentato (negli anni giovanili per ragioni galanti e per il dopo-Scala; in seguito, per motivi professionali). Ne parlava con affezione, trasporto, ammirazione; in anni più recenti, invece con rabbia, da che il “suo” Savini non era più un approdo sicuro e un orgoglio, bensì un luogo anonimo, tristemente in declino (l’ultima visita fatta insieme, con esiti infelici, è della fine degli anni 90), tanto da rischiare, così è poi andata, la chiusura (un paradosso, per una Casa così pregna di storia e prestigio). La riapertura, qualche mese fa, ha riacceso le speranze. È subentrata la famiglia Gatto (proprietaria dei Caffè Mercanti, Martini e Aperol): papà Giuseppe, il figlio Sebastian e, “dietro le quinte”, mamma Rosita, importantissima, a reggere gli equilibri e a incoraggiare. Seri i loro propositi, di imprenditori consapevoli sia del peso “sociale” del locale sia dell’impegno economico nella gestione; per Giuseppe, “un modo per ringraziare Milano che mi ha adottato (vi si è trasferito ventenne, n.d.r.), riconsegnando a questa città un pezzo importante della sua storia”; per Sebastian, laurea alla Bocconi in Economia Aziendale, l’impegno di riportarlo “a essere, insieme con la Scala e il Duomo, un simbolo meneghino di fama internazionale”. Hanno apportato cambiamenti, non tanto strutturali, quanto concettuali: il Savini non è più solo ristorante (al primo piano, l’eleganza che ti attendi, ingresso indipendente da via Foscolo), bensì anche caffetteria/bistrot/pasticceria (al piano terra, vivacemente “metropolitano”, bancone di 12 metri; ecco materializzarsi l’esperienza della loro “specializzazione”) e shop (la novità, a mio avviso, meno interessante e più debole, una scelta “marketing oriented” forse non necessaria; ma, si sa, i prodotti griffati “tirano”, producono memoria affettiva, fidelizzano, alla fine… avranno ragione i Gatto). Ed ora lo staff: è di primo piano. Maître, Alessandro Giaveri, importanti esperienze sia italiane sia estere (mi piace sapere che inviti i suoi ragazzi anche a “sorrisi gentili” con gli avventori); ai vini, Luisito Perrazzo, venezuelano, campione lombardo e nazionale dei sommelier (carta in divenire, ma già bene strutturata); Alessandro Comaschi ai dolci (tra le sue occupazioni, anche sei mesi sul panfilo di un armatore russo); al ricevimento (ma con un occhio anche alla sala), Emanuela, moglie di Cristian Magri, chef. Già, lo chef. Nella conferenza stampa ha dato prova di maturità e serietà quando ha raccontato che, interpellato dalla proprietà, non ha considerato l’offerta, lui già patron del Vicolo a Corsico, alla stregua di una consulenza; al Savini si sarebbe dedicato “anima e core”. Detto, fatto. Con lui, in cucina, dodici cuochi, attrezzature tra le più avanzate, organizzazione rigorosa (per la scelta delle materie prime non delega, se ne occupa di persona). Quanto al menu: aperitivi e piatti classici (pizza inclusa) e meneghini, alla caffetteria/bistrot; piatti milanesi rimaneggiati - cassoeula e ossobuco per me i più singolari e sorprendenti - e marinaro/creativi, al ristorante. Bello che in tutti vi sia la volontà di prendersi responsabilità, l’unica via per realizzare il non facile ma possibile progetto di (ri)costruzione d’una delle icone milanesi.
Gian Arturo Rota
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