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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 75
febbraio/marzo 2004
-> Josko Gravner. L'emozione della terra
 
Josko Gravner. L'emozione della terra
 

 
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di Marc Tibaldi

Siamo in equilibrio tra un confine terreno e uno metaforico. Tra Hum (Collio – Brda - sloveno) e Oslavia (Collio goriziano). Fittizie ma drammatiche spartizioni statali. I confini della cultura e della natura hanno invece sempre una continuità tra le parti. Che è come dire: non c’è una parte e un’altra.
Le vigne di Josko Gravner sono a cavallo del confine tra Slovenia e Italia. Il suo lavoro è al confine tra natura e cultura.

Strurm und drang. Josko Gravner. Impossibile distinguere ciò che fa e ciò che è. Andare da Josko è far visita a un poeta, a un artista. E’ un’emozione. Fa parte di un gruppo di individualità diversissime che ha la terra quale denominatore comune. Per esempio, John Cage, Joseph Beuys, Reinhold Messner, Luigi Veronelli, un musicista e un artista, uno scalatore e un giornalista. Fermiamoci qui. Cercatori, sperimentatori, sciamani moderni che non si rifanno ad una tradizione codificata; hanno più riferimenti culturali ma è soprattutto dall’esperienza e dalla sensibilità verso i segni della natura che riescono a trovare forza e creatività.
Non imitare la natura ma funzionare con il suo stesso metabolismo, fatto di incontri, intuizioni, visioni, vento e tempesta, scenari imprevisti dove cielo e terra s’incontrano, questa potrebbe essere una descrizione del loro non-metodo.
John Cage, in musica, voleva creare delle composizioni che – attraverso un’anarchica organizzazione dell’àlea - andassero al di là del bello e del brutto. Josko vuole con il suo vino andare al di là del buono e del cattivo. All’apparenza è categorico: “Non deve piacere, il vino deve essere naturale”. L’uomo deve intervenire il meno possibile. Il vino va accompagnato nella sua crescita con modalità non violente. Il progetto non è banale. Josko vuole farci riflettere sui nostri gusti stravolti, sulle percezioni distorte. Se il nostro è ormai uno sguardo televisivo e distratto, la nostra attenzione non saprà cogliere gli attimi della natura. Il tempo non concede replay. Così è per l’olfatto, il gusto, i sensi. Come si può valutare un vino se non si ha esperienza dei sapori della terra, dei fiori, dei frutti, se non si conoscono le erbe e il loro gusto, gli alberi, gli uccelli e il loro canto? Non sono osservazioni bucoliche, ma la base per l’inizio di una corretta percezione. Se i sensi sono anestetizzati, qual è la nostra sensibilità?

Cullare il bambino nel grembo materno, si dev’esser detto un giorno Josko. Far crescere il vino nel grembo della terra. Fatto. Si sa che i romani fermentavano il vino in anfore interrate e nelle regioni caucasiche lo fanno ancora. Viaggi in Georgia, studi, riflessioni e nel 1997 la prima sperimentazione con la ribolla, il vitigno incarnato nel Collio. Poi, anno dopo anno, le anfore (di dimensioni diverse) sono cresciute di numero e ora, nella nuova cantina, verranno interrate in numero bastante a raccogliere tutta la produzione. Macerazioni lunghissime (anche fino a Pasqua) fatte direttamente in anfora, travaso in altra anfora, dopo un anno il passaggio, per altri due, in grandi botti di rovere (a forma di tronco di cono verticale). Niente filtraggi perché i filtri portano via i lieviti e i batteri propri del vino, niente lieviti selezionati perché stravolgono la personalità del vino mentre i lieviti dell’uva sono vivi e continuano il lavoro fatto nel vigneto senza stravolgerlo, niente solforosa (mezzo grammo per ettolitro sarà aggiunto solo prima dell’imbottigliamento). Bisogna lasciar fare tutto alla natura, perché la natura provvede a tutto. Che senso avrebbe altrimenti lavorare in vigna con rigore assoluto - diecimila piante per ettaro, produzione di mezzo chilo di uva a ceppo, vigne alternate ad alberi e piante da frutto, un vero e proprio ecosistema integrato, eliminazione di concimi e antiparassitari chimici – se poi questo lavoro venisse stravolto in cantina?

Ieratico, sguardo profondo, voce calma, ma nel suo lavoro teso con una corda di violino, pronto a indignarsi e ad arrabbiarsi per le scorrettezze (di stampa, colleghi, burocrazie) che ogni pioniere “deve” subire nelle sue avventurose ricerche, Josko ci racconta dei suoi vini: la Ribolla, dal vitigno autoctono di cui è innamorato perché – dice – sa esprimere questa terra; il Pignolo – da altro autoctono - sarà il rosso del futuro, i vigneti sono impiantati ma ci vorrà ancora qualche anno prima che vada in produzione; e poi i classici Breg (bianco a base di sauvignon, chardonnay, pinot grigio, riesling italico) e Rujno (rosso a base di cabernet sauvignon e merlot, prodotto solo nelle grandi annate). “I miei vini degli ultimi anni non devono piacere, non hanno un gusto addomesticato, falso e velenoso di molti vini in commercio, quei gusti omologati, tutti uguali, a cui purtroppo ci stanno abituando. Dovranno passare parecchi anni prima che siano riconosciuti, ci si dovrà abituare alla loro sincerità, alla loro bontà, alla loro salubrità, al loro racconto, a profumi diversi, a una diversa struttura, una struttura autentica, credo”. Il lavoro di Josko è dare la possibilità al vino di essere se stesso.

Josko Gravner è ormai un personaggio di fama planetaria, la sua notorietà esce dagli ambiti enoici. Con il suo vino ci insegna la consapevolezza. Sicuramente ci sono appassionati che si metterebbero in ginocchio pur di avere certe annate di Breg o di Rujno, ma a lui questo non interessa. Per molti giovani è diventato un esempio. Da oltre vent’anni fa parlare di sé e delle sue ricerche estreme e felici.
Il suo sogno è però far parlare la terra. Meglio insegnare ad ascoltarla attraverso il frutto del matrimonio d’amore tra l’uomo e la vigna.

 
   
 
 
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