Al Leoncavallo tra memorie e futuro
di Nichi Stefi
Al Leoncavallo non ci andavo da tempo; mi dicevo: non ho più l’età, mascherando il fatto che il tempo ha cambiato anche altre cose. Per esempio il modo di bere vino. Mi ricordo da giovane le serate da Strippoli, le nottate al Ragno o al Magenta, ai tavoli nel seminterrato. Vini anonimi, credo buoni; oggi non ho né memoria né parametri che non siano soggettivi. Indubbiamente ci stavo bene. Poi ho conosciuto il vino, i vini, i grandi vini; mi sono innamorato, ho usato bicchieri sempre più grandi, cristalli sempre più fini. Ho cominciato a cercarlo, a prenderne appunti e il vino è diventato per me un intimo, spesso problematico, compagno.
Ho frequentato il Bibe, quando c’era, il Salone del vino, L’Expo di Milano, e ben venticinque ininterrotti Vinitaly. Ho girato tra gli stand come fosse casa mia, salutando gli amici, chiacchierando, chiedendo, assaggiando, bevendo e mangiando.
I nuovi amici, i vignaioli, erano molto diversi da quelli che avevo quando frequentavo filosofia e discutevo sui tavoli di Strippoli di Husserl o dei Grundrisse postumi di Marx. Erano fieri di appartenere al loro angolo di terra e si interessavano molto poco all’internazionalismo, lavoravano sodo e disprezzavano un poco noi che teorizzavamo sul lavoro; ma soprattutto erano individui, diversi uno dall’altro, e non gruppi. Io appartenevo un poco agli uni e un poco agli altri. Essendo un pacifista di fatto, e non di principio, tentavo di mettere in evidenza i rispettivi pregi e di nascondermi i limiti perché non era il mio compito quello di mettere in luce la debolezza organizzativa dei contadini, né il rischio egemonico della classe operaia.
Poi, dopo anni, dopo frequentazioni di salotti borghesi e proletari, anarchici e marxisti, dopo compagni di lavoro, teatri, televisioni e giornali, l’altro giorno sono capitato al Leoncavallo durante la Fiera dei Particolari/Critical Wine.
Per incanto i due mondi si sono uniti. Giovani di oggi, molto più giovani di quelli di ieri, nel senso di molto più qualificato dalla prima impressione, capelli rasta, creste, tatuaggi, vivacità di occhi e voglia di esserci, sorseggiavano con naturalezza un Bricco dell’Uccellone in un piccolo calice d’ordinanza; poco distante Beppe Bologna, vestito come quando lo incontro in vigna, beveva da un grande ballon un Cà del Bosco. Girato l’angolo dello stand Manuela Piancastelli raggiante mi faceva assaggiare il suo Pallagrello dicendomi “è semplice, non è nulla, ma non trovi che sia stupendo”. Era sublime perché era lì, perché c’era lei, il suo compagno e perfino, ingrandita, la loro etichetta che ho un po’ criticato perché non mi piace tanto. C’era perfino Perissinotto, boss della Mangilli e una volta dell’Aperol, che si stupiva, non si capacitava nel suo elegante trench anglosassone ma non si sentiva a disagio, e Tony Cuman che nemmeno in quell’occasione aveva rinunciato al suo papillon.
Veronelli, al centro di un tavolo, su un palco enorme, parlava e, in piedi, una folla non era lì ad osannarlo, come spesso accade, ma ad ascoltarlo. E le parole cadevano pesanti, lasciando il segno. Prezzo sorgente, De.Co., parole destinate a sentirsi ancora. Ed io ero felice come quando manifestammo a Parigi per condannare i responsabili della morte di Jan Palach, come quando vinse il divorzio alla palazzina Liberty di Milano, come quando gli amerikani lasciarono Saigon con l’elicottero, come quando fu abbattuto il muro di Berlino.
Non ero entrato io nel mondo del vino, era il vino ad essere entrato a casa mia, in un luogo che non era più mio, che avevo frequentato molto quando era altrove, qualche isolato più in là e che non avevo più rivisto da tempo.
C’era perfino un mio libro, tra gli altri, e un ragazzo che lo sfogliava chiedendosi chi mai fosse quel Giacomo Bologna che si trovava ad essere il protagonista di un intero volume. Sul banco aveva posato un bicchiere che, per colore e mio desiderio, non poteva che essere barbera.
Allora ho immaginato che cosa sarà domani questa Fiera e, come all’Università, ho sognato che fosse un luogo di studio.
Voglio che i piccoli produttori possano farsi conoscere, ma voglio anche che i grandi vengano qui a presentare le novità, a discuterle. Non mi interessano le transazioni commerciali, le facciano al Mi Wine. Mi interessa il laboratorio. Non i giovani come categoria anagrafica, ma i giovani come potenziale di analisi e di critica, come progetto. Non voglio che qui si assaggino dei vecchi, magari buoni, magari ottimi, chardonnay, ma gli uvalino, i mantonico. Voglio che qualcuno mi telefoni dicendomi: “Ho una cosa nuova, ci vediamo al Leoncavallo per discuterne”, anche negli altri giorni.
Che sia Antinori o Giorgio Gozzellino non importa! Che voglia saperne di più il buyer della Coop o Angelo Solci non è importante: è importante invece che per avere informazioni corrette, per capire come si muove la ricerca vengano qua al Leoncavallo, non nelle cantine private. Se Mariuccia Borio investe dodici anni di ricerca per capire l’uvalino, i risultati devono venir fuori qua, senza che lei mandi tutti i risultati a giornalisti che non hanno nemmeno la voglia di leggere i dati.
Voglio che questi ragazzi siano in grado di essere progetto. Voglio che esprimano un ministro ombra, Sì! Un ministro ombra. Un uomo che ogni volta che il Ministro, quello vero, fa una scelta, dica:
“Noi avremmo fatto così! Per questo motivo e per quest’altro, con questi investimenti e contando su questi soldi!
Uno che ogni mese, ogni trimestre, non è importante la cadenza, sia a disposizione per dire “Se facciamo così, otteniamo questo, se facciamo come dice il Governo otteniamo quest’altro”
E ovviamente anche se dice “Questa volta il Governo ha fatto bene”. Un plauso.
Non è impossibile, anzi è, paradossalmente, infinitamente più semplice che mettere in competizione un Pino Ratto con Zonin. Non me ne voglia Zonin che è persona intelligente, manda avanti la sua azienda e fa i suoi legittimi interessi. Pino Ratto è un’altra cosa. L’ho visto felice al Leoncavallo come quando, oltre trent’anni fa, al Bibe aveva il suo stand fatto di balle di paglia e di cartoni di vino. Alla fine i cartoni di vino non c’erano più. “Non è che li ho venduti tutti, mi aveva detto, molti ce li siamo bevuti”. Pino Ratto creerà senz’altro meno posti di lavoro di Zonin, ma è uno che ci sta mostrando una direzione possibile, non una via diritta, larga, ben illuminata, con un muro in fondo.