Sosta al Cicolella di Foggia
Ogni anno, all’uscita delle Guide, ci si accorge delle difficoltà reali di lavorar bene, anche se il proposito l’hai avuto appieno. Quasi sempre capita per una non efficace comunicazione tra gli informatori, gli autori e i responsabili. Io, ad esempio, non ho avvertito Bedy - mia figlia Benedetta - che l’albergo Cicolella è stato a lungo tra i migliori in Italia per la gastronomia.
In viaggio agli ultimi di ottobre, mi son trovato, ore 20.00 circa, a dover individuare un albergo che avesse anche buona cucina. Negli “Alberghi di Veronelli” subito consultato, vi era sì il Cicolella (via XXIV Maggio n° 60, Foggia, tel. 0881/566111), ma senza alcuna sottolineatura cucinaria. Nel ricordo antico di una sosta buona, anche per ciò ho prenotato (come faccio sempre a nome Christiane Perato).
Poco più di un’ora dopo la telefonata - si era a 170 Km, ma Christiane è un ottimo pilota - eravamo all’ingresso dell’albergo. Il primo a venirmi incontro, da che era nel corridoio d’entrata e subito mi aveva individuato, è stato il direttore di sala, Francesco Saverio. Ci si era conosciuti più di venticinque anni fa.
Consegnammo i bagagli, pochi attimi dopo eravamo seduti ad un tavolo del ristorante, moderno ed elegante.
Ero esausto - incontrare gli amici vignaioli e agricoltori, discuterne i problemi, assaggiare in modo dialettico i prodotti, stanca - ordinammo solo la purea di fave con cicoria e - su suggerimento proprio di Francesco - i cardarelli (si tratta di funghi deliziosi, rari anche nei luoghi di nascita elettiva, le Murge e il Salento).
Scrivo con tranquilla sicurezza, una cena da non dimenticare. Gradevolissimo e tale da accompagnare i due piatti in matrimonio d’amore, il Frisello della Cooperativa Svevo proposto da Patrizia Zanchi, sommelier (e grafica di notevole impegno). Da ricordare, Giovanni Gagliardi, un cuoco assai giovane. I piatti erano di estrema semplicità, ossia i più difficili da preparare.
Cascina Branca, Orco Feglino (SV)
Mi arriva una livida documentazione con due firme contadine: Gabriella Priori ed Ernesto Branca, detto Tito, della Cascina Bario di Orco Feglino, Savona.
Dimostra - in una Italia in cui si discutono, ora via ora, con i mezzi di comunicazione più efficaci, i problemi di ogni intrapresa mercantile e industriale - il totale abbandono in cui sono lasciati anche i pochi, pochissimi contadini, volenterosi e capaci di imprendere.
Una livida documentazione, scrivo. Alla cui lettura l’animo si ribella. Ti dice: «ma come puoi non reagire, anche nei modi più violenti, se non sei un vigliacco?».
Non posso e non voglio far lezioni, seduto dietro una scrivania. So che Gabriella e Tito tengono famiglia (la figlia, ventenne, studia biologia a Siena; il figlio 11 anni, a Orco Feglino).
L’impotenza mi paralizza.
Non so - non so - quale consiglio dare. Più ancora, non so come mi comporterei, fossi in loro.
Mi aggrappo alla speranza che il mio nome, possa indurre il dottor Franco Amoretti, Dipartimento Agricoltura e Turismo, il dottor Marcello Storace, Redazione Rivista Terre sul Mare e il dottor Roberto Ajmar, Servizio Politiche Agricole, Forestali e della Montagna, tutti della regione ligure, e tutti a conoscenza dei fatti, perchè intervengano con quelle provvidenze, che non sono un aiuto, bensì un diritto.
Mi permetto anche di richiamare sul caso, l’attenzione di un giovane professore e giornalita, Massimo Angelini, che ha preso, con salda mano, la bandiera delle rivendicazioni rurali e la porta avanti.
Targhe e insegne
Avessi raccolto - e bene ordinate - ciascuna delle targhe e insegne che mi sono state date - la prima nel 1956, l’ultima, ieri, 26 ottobre - avrei un capitale.
Solo motivo della mancata collezione: il mio disordine.
Il documento che più mi ha commosso, comunque, è proprio quello di ieri - 26 appunto - e non perchè certifica la cittadinanza di un Comune, Diano d’Alba i cui vignaioli m’han dato retta (e suddiviso le vigne in sorì, bellissimo equivalente di cru), e non perchè mi era accanto la maestra Giuseppina che ha vissuto, e vive, 86 anni, per la sua gente (il bene che le vogliono è palpabile e moltiplica la gioia d’esserle concittadino). Quanto la visita pomeridiana, all’azienda agricola Bricco Maiolica; la cantina e la stalla, sono contigue.
Nella prima sono prodotti, ciascuno al vertice, secondo le potenzialità del “sorì”, il Moscato d’Asti Valdavì, la Barbera d’Alba Vigna Vigia, il Dolcetto di Diano d’Alba Sorì Bricco Maiolica, il Lange Bianco Rolando, il Langhe Rosso Loriè e il Nebbiolo d’Alba Il Cumot, più 2 vini - in elevazione e in contrasto - uno a base di merlot e l’altro di pinot nero (ho subito chiesto di dare un toponimo “locale”, perchè qui i vitigni sono secondari). Nella seconda, fanno bella mostra di sè, maestosi, 12 esemplari di buoi della coscia. Le parole ti vengono meno: non hai odor di stalla bensì un afrore animale campagnolo e piacevole.
Ho sempre aderito ai testi sacri che consigliano - drastici - la separazione, anzi la lontananza di stalla e cantina. Ora ho qualche dubbio. Sia il Merlot, sia il Pinot Nero, sottratti col lader ai carati, si preannunciano immensi. Li seguirò “ora per ora” con la speranza di ritrovare, essì, i sentori persi dei grandi cru di Langa e di Borgogna.
L’incanto dei luoghi era accompagnato dalla presenza del “mio” vignaiolo allevatore, Beppe, da Loredana, moglie, con il figlio Giovanni, 18 mesi, e già sgambettante tra le barriques e curioso dei loro profumi, e dalla femminuccia che le cresce in seno.
I nuovi vini della Cantina Trexenta
Scrivere, senza alcuna volontà retorica, della Sardegna e di due suoi vini nuovi.
Ho vissuto nell’Isola - se faccio il calcolo pignolo dei mesi, delle settimane e dei giorni - vari anni, ed amata per ciò che è: terra, mare, clima e gente.
Continuo il desiderio del ritorno.
M’ero detto, all’invito di Gilberto Arru, per oggi: fosse pure un giorno solo.
Le non facili intricazioni del vivere me l’hanno impedito.
Sì, avrei voluto discutere con gli amici Trexenta, vignaioli e tecnici, di questi due vini nuovi: Alter Nos e Sant’Efis, c’assommano - anche in intrico ma questa volta così armonico - i vitigni della tradizione e no.
Discuterli. Il rosso, Alter Nos, così ampio in ogni sua fase - occhio, naso e palato - in cui però avverti una rottura - tanto lieve da non essere interruttiva - ad un tempo metallica e lignea, forse da uno dei recipienti usati nell’assemblaggio.
Il bianco - Sant’Efis, a sottolinearne la festevolezza - ha moltiplicato la mia delusione di non esserci, a Cagliari.
Assaggiare un vino e subito esserne abbracciato in una confidenza sorpresa - dati i vitigni del cui intrecciarsi non sarei stato affatto d’accordo sulla carta - è un miracolo.
Sant’Efis festeggerà la mia vita.
Washington Post - 24 settembre 2002
Uno dei massimi quotidiani degli States, si veronellizza. Il Washington Post, 24 settembre ultimo afferma: « L’Italia è la prima tra le Nazioni a dimostrare di aver capito che i consumi per salvare l’umanità non devono essere di “massa”, come si era creduto, bensì di qualità, con un legame stretto e indissolubile ai valori della terra».
Invito in Brisighella di Tarcisio Raccagni
Non passa giorno che non ricevo - senza esagerazione alcuna - 4/5 inviti. Ad uno m’è dispiaciuto, in particolare, di non aver potuto partecipare. Quello, in Brisighella di Tarcisio Raccagni sulla sagra della Pera Volpina e del Formaggio Conciato.
Tarcisio è un “vecchio” amico (lui, assai più giovane di me), il formaggio conciato non lo conosco e sarebbe stato un buon apprendimento, la pera volpina ... Tarcisio si dimostra sempre grande, anche per la difesa della propria Terra.
L’Atlante dei Formaggi
Veronelli EV ha presentato in una News del n. 62 l’Atlante dei Formaggi, opera davvero singolare di Giorgio Ottogalli.
Sento la necessità di riscriverne dopo averlo consultato più volte per confermare, con forza e chiarezza, quanto l’Autore mi aveva promesso. Dalla lettura e dalla consultazione finalmente so perchè un formaggio ha la pasta bianca piuttosto che venata di azzurro come il Gorgonzola, occhiata come l’Emmental invece che compatta e granulosa come il Grana.Perchè la crosta è pigmentata in giallo, oppure in arancio o in nero. Quali tipi di formaggio devono essere consumati subito e quali invece necessitano di una lunga stagionatura. Come devono essere conservati.
Le guide dovrebbero essere tutte così (e non lo sono quasi mai): capaci di condurre l’appassionato a conoscere, prima ancora che con la degustazione diretta, il prodotto ricercato.
I luoghi dell'ebbrezza
Ricevo il libro nuovo di Anna Bossini e Carla Boroni, due giornaliste che dedicano alla loro Terra le ricerche e l’affetto: «I luoghi dell’ebbrezza. Vini e cultura della Franciacorta e del Sebino».
Me ne faccio leggere alcune pagine. Anna si occupa della reale ebbrezza, dei vini quindi; Carla dei luoghi.
Lo fanno, l’una e l’altra, con intima precisione.
Si afferma, chiaro, il desiderio di dare, d’ogni Comune, il genius loci, sia esso spirituale o no (se mi leggi, sai: sempre per chi consideri la vita un percorso serio e sereno, vita materiale e “spirituale” coincidono).
Le parole lette m’hanno tolto ant’anni... no, qui posso essere più preciso, una quarantina; quando camminavo, Comune via Comune, le pietre, le vigne, i campi, i boschi della mia Patria (la patria è ciò che si conosce e si capisce), curioso d’ogni bellezza, naturale e d’arte, e di ogni prodotto, sino a convincermi che lì fosse la nostra ricchezza e a disprezzare e a combattere - ben prima di ogni altro - coloro che la deturpavano per nauseanti motivi di denaro.
Anche da questo libro, la speranza che il terzo millennio, riesca a cancellare, quanto più possibile, i misfatti.
Dall’Ultima Classifica di Wine Spectator - 2002
Più volte m’è successo di dovermi opporre ai giudizi dei miei colleghi americani. Mai, forse mai, per Bob Parker.
Sovente troppo per l’equipe di Wine Spectator.
Nella classifica di quest’anno un vero e proprio scandalo: primo italiano, terzo nella classifica generale, il Brunello di Montalcino 1997, Castello Banfi.
Quel vino non è - non può essere - Brunello di Montalcino.
Le sue vigne furono violentate (sic) dall’allora general manager dell’azienda, Ezio Rivella. Non tenne conto dei forti depositi plurimillenari di sale marino e con lo sconvolgimento delle colline, effettuato coi mezzi meccanici più devastanti, lo sparse un po’ ovunque.
Si sa, gli americani sono ignoranti. Così che pongo loro due documenti della historia.
Testi fiorentini: «Il Barbarossa prese la nobile città di Melano e rapianò le mura e tucte le fortecce della terra; e per ricordanca che l’aveano ingiuriato al venire del suo coronare, si arò con buoi con giogo le mastre rughe e le piacce della città, e poi la seminò a sale».
Romoli: «La terra che tien del salato sempre è sterile e senza erba. E di qui nasce che a un traditore o ribello si dà per punizione di gittargli a terra la casa, facendovi sopra seminare il sale in segno di sterilità, accioché in essa non possa più nascer cosa alcuna».
I regali di Natale
Ogni anno, dicembre , si fa più cupo e insopportabile. Per il gelo e per i regali cui ti induce.
Sei pazzo? Non credo affatto.
Scrivo, sempre e solo, in relazione ai miei occhi. Tanto che qualche amico se ne preoccupa.
No, stia sicuro. Non cercherò l’eutanasia (lo spegnersi della vista porta anche immensi vantaggi: ogni volta che ascolto Bach, ne esco più ricco e più lieto, più approfondito; se ci metto anche la migliorata degustazione dei vini, per sè soli, in piena, distaccata autonomia, ci entro dentro e ne ho molta più gioia).
Le rabbie sono contingenti. I libri non li posso più leggere. Neppure li posso vedere, o quanto meno non così appieno. Mi farò leggere del Montasio e della sua storia. Non riuscirò, di contro, a coglierne appieno le fotografie che mi paiono di lucida innocenza (l’autore, Guido de Zorzi, è stato allievo di Ermanno Olmi e lo avverte anche un cieco).
Berrò più vino.
E tu amico, decidi di sospendere gli inquietanti regali.
Se appena ci pensi, ora sai: mi fanno male.
I vini delle Valli Curone, Grue, Ossona
Ho sul mio tavolo - puntuale, puntualissima - l’intimazione di Marc Tibaldi: “Derthona 2000 Colli Tortonesi Doc. Prodotto da un gruppo di aziende della zona classica delle valli Curone, Grue, Ossona. (in etichetta “L’Idillio Primaverile” di Pelizza da Volpedo, originario di quei luoghi). Scriverne. Molto Buono”.
Per qual mai strana ragione ho trascurato così a lungo i vini di queste valli dilette; vi è una qualche inconscia gelosia? Sta di fatto sia i vini rossi (Trionfali Barbera), sia i bianchi (i sorprendenti Timorasso) me li sono tenuti troppo a lungo “nei miei archivi”. Da 2/3 anni la decisione - quasi certo più imposta che voluta (ripeto per una inquietante ritrosia o gelosia) - di farmene portabandiera. Mi vedrai tornar spesso sull’argomento, solo che i miei contadini mi facciano avere i loro disparati - a volte assai diversi per piglio individuale e provocatoria baldanza - campioni.
4 novembre - cena ad Annone Veneto
Leggo in Corrado Alvaro: «L’occultismo e tutte le forme mantiche dominano una vita in cui la stessa scienza pare risuscitare certi atteggiamenti medievali».
Dopo la sera serena in casa Paladin me lo sono andato a cercare. Corrado Alvaro, Maria Gamboz, arpista, la sua giovinezza, la bellezza e le musiche interpretate di Franz Poenitz, Carlos Salzedo e David Watkins per nulla occulti, sono divinatori, mantici nel senso della riappropriazione e della proposta di atteggiamenti antichi.
Quella sera - stai per leggerlo - fu resa lieta da piatti, vini e gente di elementare e complessa, assieme, contadinità, in una masseria salda ed elegante, ammonitrice del nostro futuro. Il viso e l’arpa di Maria.
Ci siamo incontrati il 4 novembre a Venezia, con la tua compagna Christiane e con Roberto Scopo, oleologo e il suo collaboratore Luciano Lissana. Siamo giunti ad Annone Veneto, sede della mia vigna e della mia cantina.
Gli antipasti, di prosciutto di San Daniele e di crudo di cinta senese, sono stati accompagnati dallo Juti Tocai 2001 Bosco del Merlo, che hai descritto come elegante e persistente, con piacevole frutto al naso e delicata mandorla al palato.
Mi è piaciuta moltissimo la tua richiesta di riassaggiarlo anche a fine pasto.
Abbiamo poi servito l’orzotto con zucca e salsiccia, al quale è stato abbinato il Prinè 2001 Bosco del Merlo, blend di Chardonnay, Pinot Bianco e Riesling Renano.
La fermentazione avviene in piccoli carati, e la permanenza in botte dura 8 mesi, con frequenti battonages. Il vino è stato apprezzato da te per le caratteristiche organolettiche, e Christiane ne ha esaltato anche la presentazione e l’etichetta, che ricorda una bomboniera.
Per il nostro incontro, ti eri raccomandato una cena con la famiglia, e per me è stato un gran piacere farti salutare i miei genitori, Valentino e Rita, i miei fratelli Roberto e Carlo e le loro mogli. Mio marito Avio e mio figlio Giovanni, più coinvolti nella mia voglia di ospitarti, hanno pensato a realizzare una cena all’altezza di un amico carissimo e di un espertissimo gastronomo.
Per il secondo piatto Avio ha preparato una composizione di carni: un brasato di scapino di manzo e un arrosto di arista e costicine di maiale nostrano, allevato all’aperto in ampi spazi incolti. Giovanni, tuo estimatore, ha aiutato a servire i piatti in tavola, ed è stato felicissimo di poter scambiare così alcune parole con te sul suo amore per gli Stati Uniti e per la Cucina, che ha imparato a conoscere e apprezzare grazie a mamma, e soprattutto a papà.
Le carni sono state accompagnate dal fruttato e vellutato Malbech gli Aceri 2000 Valentino Paladin, un’anteprima rispetto al Malbech 1999 che Gigi Brozzoni, come sempre, apprezza nella Guida I Vini di Veronelli. Questo vino uscirà in commercio nella prossima primavera.
Ti abbiamo presentato anche il Refosco Roggio dei Roveri 2000 Bosco del Merlo, anche qui una bottiglia stappata in anticipo per te. Il Roggio 1999 lo avevi già assaggiato e decantato, con mio grande entusiasmo, in uno splendido articolo sul Corriere della Sera. Mi pare che all’assaggio anche questa annata ti abbia affascinato, sia per la bontà che per la rivalutazione del Refosco dal peduncolo rosso, vitigno autoctono del territorio.
Con i formaggi, Montasio e Montasio imbriago, ti abbiamo fatto assaggiare il Vineargenti 1998 Bosco del Merlo. E’ il nostro rosso più importante, nasce dal Refosco dal peduncolo rosso con una piccola percentuale di Cabernet, per dare alla muscolatura del Refosco un’eleganza vellutata. E’ intenso, fruttato e speziato, con sentori di tabacco e cioccolato, si è affinato per 12 mesi in piccoli carati, per 6 mesi in botte grande e per 6 in bottiglia.
La serata è stata allietata da una giovane triestina suonatrice di arpa, Maria Gamboz. La sua musica ha donato un po’ di magia alla nostra serata.
Il dessert è stato preceduto da una breve visita alla vinoteca e alla cantina di affinamento. Tra le botti e i piccoli carati ci è ritornata la voglia di bere ancora un bicchiere. Abbiamo degustato il Soandre, da uve Verduzzo vendemmiate tardivamente, a cui è seguito un breve appassimento e affinamento in legno. La meringata è stata invece accompagnata dall’Agricanto, liquore a base di vino Raboso, succo di ciliegie, grappa e spezie. Non ricordo se tu l’hai assaggiato, perchè Roberto e Luciano avevano rubato la mia attenzione con i loro complimenti.
Spero di avervi presto di nuovo miei ospiti. Mio figlio Giovanni è rimasto fortemente conquistato dalla tua forte comunicazione e dal tuo grande carisma. I giovani collaboratori che erano con me la sera, tuoi grandi ammiratori, sono stati affascinati. La mia famiglia ed io, lo sai, ti amiamo e siamo legati a te da profonda ammirazione e stima.
Con affetto,
Un abbraccio
Lucia
Palafreno 2000
Il prezioso grande dizionario della lingua italiana mi istruisce: il Palafreno è un “Nobile cavallo da sella, impiegato dai cavalieri medievali per viaggio o nel corso di parate”.
La prima citazione è di Uguccione da Lodi; poeta lombardo dell’inizio del 1300; l’ultima addirittura di Guido Gozzano “Su tre cavalli bianchi:/bianca la sella/bianca la donzella/bianco il palafreno”.
Non sarebbe stato facile per gli amici Castiglioni scegliere un nome migliore per questo vino dell’annata 2000, eppure rosso, rossissimo - si tratta di un i.g.t. toscana, a base di merlot 70%, sangiovese 30%; bevuto ti lascia addosso proprio una estatica illuminazione, tutt’attorno fiorita di lampi ancora più candidi e sereni; Jane, moglie a Sebastiano, ha voluto dare a Lui ed al padre Giuseppe, detto Pepito, palafreniere di grande nobiltà e nessuna paura, un nipotino.
Il Palafreno 2000 è stato presentato con una coorte di buoni vini sudafricani, presso il Ristorante da Pierino Penati in Viganò Brianza.
Il che mi ha permesso di riscoprire “antichi” amici: Pierino e Tiziana.
Pierino nella veste di patron e non di chef (ne ha preso il posto, giovane e autoritario, il figlio Teo), Tiziana, sommelière di meritata fama in sala con gli altri figli: Rowena e Ronnie. Il Ristorante rigurgitava di giornalisti - alcuni eccelsi come Cesare Pillon e Daniel Thomases; alcuni da dimenticare - i piatti e i vini erano tali per eccellenza e varietà, facilitare l’oblio.
Bigio l'Oster
Le note al Malmantile sono una preziosa raccolta letteraria sul poema eroicomico “Il Malmantile”, cui han dato mano tra il 1688 e il 1750 alcuni eruditi.
Ricordo nulla di quel poema, qualcosa in più, delle note, da che citate di frequente dal Battaglia. Senti un pò quel che è scritto su una delle accezioni di bigio, aggettivo: “Genti bige, genti scellerate a da non se ne fidare. Per comporre il color bigio i pittori mescolano tutt’i colori, e lo chiamano il color dell’asino; e però dicendosi uom bigio, s’intende uno che ha tutt’i vizi”.
Si da il caso ch’io conosca in Bigio l’Oster, uno degli uomini più colorito, divertente e generoso.
A onor del vero, Bigio l’Oster altro non è che l’insegna, d’una psichedelica Osteria ai piedi del Santuario di Altino in località Vallanta di Albino (tel. 035-770820).
Son io che chiamo Bigio, Claudio Finazzi, cuoco.
L’altro patron, in sala, è pur lui personaggio di straordinaria validità e simpatia; si chiama Roberto Omizzolo, più famoso peraltro, in quanto etnografo e astronomo (ha affinità elettive con Marco Gotti saxofonista e compositore jazz).
Fatto stà: nell’Osteria che ha nome Bigio l’Oster, l’happening è continuo; i piatti dei luoghi attorno (per esempio: terrina di tinca e lumache; zuppa di fosso - rane, lumache, gamberi di fiume ed erbe selvatiche; scarpinocc in salsa di noci; asino stracotto; “bergna”, papero con funghi chiodini; dolci: c’est si bon - pomi e fichi; gnasfagnazzo - castagnaccio) sono eccelsi e le musiche, suonate da bande jazz di varia estrazione, travolgenti.
L’ultima volta che ci sono stato - al sax tenore, addirittura Gianni Basso - giovedì 19 dicembre m’hanno pur dato un dono “al di là”: una serie di tarocchi, titolo “Gli Arcani del Porco”, disegnati e commentati da Enrico Prometti.
Pignolo 1999 Prima Vigna
Walter - mutatis mutandis - è simpatico/antipatico quanto lo sono io. Abbiamo infatti lo stesso identico difetto di lavorare molto e di pretendere - guarda un po’? - che ci sia riconosciuto.
Non meravigliarti allora se pubblico una nota ai “lettori” prossimi venturi del Pignolo Prima Vigna 1999 (anche se aumenterà, quasi certo la sua e mia antipatia).
Perchè il Pignolo Prima Vigna accanto al Pignolo? Per il desiderio di approfondimento e di sfida che l’uomo ha verso se stesso. Nella volontà di superarsi, di mettersi alla prova, di raccogliere e inventarsi nuove sfide.
Il Pignolo Prima Vigna proviene da quelle due viti che m’indicò ant’anni fa Mons Luigi Nadalutti, da me “riprese” con dedizione, attenzione, intuizione, fortuna, perseveranza, fede e amore.
La vigna - situata appena sotto il Monasterium Rosarum - è “calda” in quanto esposta a sud come quasi tutte le vigne abbaziali (in più è protetta dal monastero, che la sovrasta).
Il Pignolo Prima Vigna 1999 raggiungerà la ricchezza incredibile di una longevità esaltante e le nuances speziate straordinarie del Pignolo 1985 degustato in Abbazia di Rosazzo il 24 ottobre 2001. Walter Filiputti
La botte e l'uva
Osteria. Sono poche le parole italiane altrettanto belle. Certo per l’etimologia, da hospes, ospite, che si muta per cadute fonetiche nell’italiano oste, e nel francese hôte. Certo anche, e forse più, per le memorie letterarie e i ricordi che suscita in noi che siamo carichi d’anni.
Non vi era città, nè paese, che non avesse le sue osterie, luoghi d’incontro per il vino e per il gioco delle carte; escluse le donne, se non per il mangiare i piatti tradizionali in compagnia o in famiglia.
Avremmo dovuto esigerne - come è successo per alcuni stabilimenti di architettura spontanea - il mantenimento e la protezione economica.
In questi luoghi trovavi - e si tramandava, come per sorprenderte miracolo - lo spirito dei tempi.
Io non so se sono sufficienti le poche parole premesse a darne l’annuncio: in Roma c’è - quanto meno è rinata - un’osteria a tutte lettere “La botte e l’uva”, condotta da Raffaella e dal compagno Edmondo. Una piccola osteria in via Cesare Bosi 10, tel. 06/8841144; digilander.libero.it/labotteluva; slainte@libero.it, due passi da Porta Pia.
Raffaella mi scrive: «ho 44 anni e sono una trasteverina che oggi non riconosce più il rione in cui è nata, il rione in cui il giovedì a pranzo si andava in osteria a via delle Fratte e nonna portava un’enorme zuppiera piena di gnocchi».
Raffaella, laureata in Scienze Informatiche, ha lavorato in giro per l’Italia, 15 anni e più, e nel cuore le sta l’osteria. Gran fortuna si incontri con Edmondo; presto hanno l’idea vincente.
Nasce l’Osteria “la botte e l’uva”.
Ora, il mio desiderio di ritornare a Roma - da cui manco molti mesi - s’è moltiplicato. Già vostra è la fama della zuppa di ceci, degli gnocchetti di pane e fagioli e delle 500 prestigiose etichette. Aprono le bottiglie e le servono al bicchiere.
Non so se sperare di trovare Raffaella e il suo compagno già lieti per il successo, caldo il locale per l’affetto e la stima clienteriale.
Non lo fosse mi farò battitore per le vie tutt’attorno Porta Pia.
Raffaella merita d’essere portabandiera per il ritorno ad usi più civili e libertari. Onora la vita.
Anzi la festeggia.
Ristorante La Favorita di Lucia e Antonio Sisinni
Verrà il giorno che - stanco di percuotermi da una parte all’altra della patria - scriverò le memorie migliori.
Ne ho suggestione da queste due foto “di famiglia”.
Mi colgono in Guagnano, il 19 ottobre, giorno della presentazione del libro dedicato a Mimmo Taurino. Ragioni - per la dedica, dico - ve ne eran millanta che tutta notte canta. Nessuno, a mio parere, ha lavorato con tanta intelligenza e pervicace passione, quanto lui, della Sua Terra.
Io credo si possa scrivere di un Guagnano ante e post Mimmo.
La Favorita di Lucia e Antonio Sisinni, v’è da anni. Ci sono sempre stato con Mimmo, ed ogni volta ho rilevato il miglioramento del luogo, quasi che i due patrons fossero trainati dall’entusiastica bonomia e dall’ottimismo del grande vignaiolo.
Nelle foto non v’è Mimmo. Sono state fatte, anzi proprio per celebrare il libro dedicato alla sua vita. Riconosci, tra le persone, i suoi familiari, me, Christiane e, preziosissimi gli addetti ai servizi di sala e di cucina.
Alcuni dei piatti della Favorita sono oggi considerati veri e propri porta-bandiera della cucina di Lecce: ”sfizierie” di mare; cavatelli alla marinara; orecchiette alla ricotta forte; “le” triglie di scoglio; polpo alla pignata; le grigliate; turcinieddhri (involtini di agnello); involtini di trippa; pizze e focaccine da forno a legna; dolcetti di pasta di mandorle e soufflé di cioccolato.
Chateau Montelena e Silver Oak Cellars
Ogni giorno che passa, sempre più, mi innamoro dei vini delle mie terre. Così che m’è difficile essere severo, anzi ... così da essere troppo generoso con i miei contadini, il che mi rende dispettoso e torto.
Debbo quindi essere ancora sconvolto della visita a Chateau Montelena e a Silver Oak ant’anni fa per spargere senza spine sul percorso di due americani - amici, ohibò - Carol e Bill rappresentati in Italia da Mongiardino Giuseppe & C. (Via Argonne 1/2, 16145 Genova, tel. 010/314250).
L’azienda agricola Chateau Montelena - estremo nord, Napa Valley, vicino all’omonimo monte, Mount St. Helena - era ed è un’impresa a carattere familiare, i cui proprietari sono Jim Barrett, il padre, e Bo Barret, il figlio che è anche l’enologo. la proprietà comprende 50 ettari circa di vigne, 80% cabernet sauvignon e piccole percentuali di cabernet franc, zinfandel, primitivo, merlot e sangiovese. Chateau Montelena, sempre in Napa Valley, coltiva vigneti selezionati di Chardonnay su terreni non di sua proprietà.
Secondo Robert M. Parker, Jr., “ci sono poche cantine nel mondo che possano vantare di aver fatto straordinari cabernet quanti ne ha fatti Chateau Montelena, per così molti anni, senza mai avere avuto nessuno insuccesso”.
L’azienda agricola di Silver Oak Cellars, fondata nel 1972, ha due cantine.
Una si trova in Napa Valley, l’altra nella provincia di Sonoma, Alexander Valley (circa 100 ettari, esclusivamente cabernet sauvignon, in quattro appezzamenti diversi, Miraval, Red Tail, Rivers Edge e Geyserville). Proprietà di famiglia Duncan: il padre Ray, la madre Sally ed i quattro figli di cui Tim ha il ruolo di direttore internazionale.
Secondo Robert m. Parker, Jr., “Quest’azienda produce ... Cabernet che hanno un inconfondibile stile - Nuovo Mondo/Californiano. Presentano una marcatura intensa di rovere Americano tostato ancora evidente sui “sapori” dolci e stagionati. Per il gusto poco allenato risultano deliziosi appenamessi in vendita ... ma, ben conservati possono durare fra 12 e 15 anni e più a lungo nelle annate migliori”.
Con Carol e Bill ho assaggiato qualche giorno fa l’Estate Cabernet Sauvignon 1999 Saint Vincent (Zinfandel) 1998 della Cantina Chateau Montelena e l’Alexander Valley Cabernet Sauvignon 1998 della cantina Silver Oak. Buoni, più che buoni, più ancora.
Ant’anni fa - qui, forse il segreto - avevo visitato le due aziende con Giacomo Bologna, Mario Schiopetto e Maurizio Zanella.