Storia, presente e progetto tra qualità, territorio e mercato
di Giovanni Minetti *
Il Barolo e il Barbaresco sono due grandi vini che rappresentano nel mondo non solo il Piemonte e le Langhe albesi ma - a pieno titolo - una buona parte della storia del vino italiano di qualità. Un vino nato subito celebre, il Barolo, in quanto prodotto da Camillo Benso conte di Cavour, dai marchesi Tancredi e Giulia Falletti e dal conte Emanuele Guerrieri di Mirafiore, nonchè - soprattutto - vino di corte utilizzato dai Savoia come ambasciatore del regno sabaudo presso le corti di tutta Europa.
Riporta il conte Giorgio Gallesio, nel suo "Viaggio in Piemonte" del 1834, che "due sono le uve con cui si fa il famoso vino di Barolo, il nebbiolo e il neiràn, che non v'entra che per un decimo; il vino di Barolo dura molti anni e il marchese di Barolo lo conserva per mandarlo alla corte di Torino e ad altri. In questo paese si crede che per aver del vino finissimo bisogna farlo di nebbiolo puro, oppure vi si mischia il neiràn perché gli dia colore, essendo il nebbiolo puro troppo chiaro e troppo dolce".
Il Barolo si sviluppa però poi - nel volgere di pochi anni - come vino secco, grazie alle consulenze di Louis Oudart chiamato espressamente dalla Francia per “fare il vino alla moda di Bordeaux”, e ottenuto dalla vinificazione della sola uva nebbiolo, mentre il neiràn scompare gradualmente dai vigneti della zona fino a non esservi più ripiantato del tutto dopo la crisi fillosserica.
Ma la storia di questo vino è legata ad altre date significative. Come il 1873, quando - all'Esposizione mondiale di Vienna - il mondo intero "scopre" il Barolo, che raccoglie una messe di medaglie d'oro e di riconoscimenti come mai prima di allora; o il 1909, quando il Comizio Agrario di Alba, su incarico del comune di Barolo, delimita la prima zona di origine; o, ancora, il 1933: il Barolo viene riconosciuto "vino tipico di pregio" in base alla legge 18 marzo 1926 n. 562; o il 1966: il 23 aprile ottiene, tra i primissimi vini italiani, il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata; o ancora, in ultimo, il 1980: 1 luglio, è la volta della "denominazione di origine controllata e garantita", primo vino a fregiarsene insieme con il Barbaresco, il Brunello di Montalcino e il Nobile di Montepulciano.
A queste date si deve aggiungere il più recente 1992, l'anno in cui il mito del Barolo, già ben vivo ma ancora riservato ad una più o meno ampia cerchia di intenditori, esplode in conseguenza della sua scoperta da parte del mercato americano, opportunamente preparato da alcuni abili importatori. A partire dal 1992 e negli anni immediatamente successivi la fama del Barolo diventa davvero internazionale, con la commercializzazione del prodotto delle grandi vendemmie 1988, 1989 e 1990, anche per merito di un gruppo di giovani produttori che, grazie all’impiego di tecniche innovative di vinificazione e di affinamento e a una rinnovata attenzione al vigneto, affiancano la loro produzione a quella delle aziende storiche e tradizionali dando un nuovo volto al vino. Le loro scelte tecniche fanno discutere, ma i contrasti - anche aspri - sulle filosofie produttive tra i produttori tradizionalisti e gli innovatori animano dibattiti, fanno discutere esperti e intenditori e, ciò che più conta, creano un crescente interesse intorno al prodotto, rivelandosi - senza volerlo - una grande azione di marketing.
Se il Barolo nasce nobile, il Barbaresco nasce invece borghese, anche lui con le sue date, che ricalcano - con poche eccezioni - quelle del più blasonato “cugino”. Si ricorda il 1799, quando il generale austriaco Melas brindò alla vittoria sui Francesi gustando un calice di vino Nebbiolo di Barbaresco. Pur di origini molto antiche questo altre grande figlio dell’uva nebbiolo fino a oltre la metà dell’800 era indifferentemente chiamato anche Nebbiolo o Barolo ed era vinificato con l'aggiunta di uve Moscatello e Passeretta che gli conferivano un sapore dolce ed effervescente. Come data ufficiale di nascita viene perciò assunta il 1894 quando, grazie alla passione dell’enologo Domizio Cavazza, primo direttore della Regia Scuola di Viticoltura e di Enologia di Alba, viene fondata nel comune di Barbaresco una Cantina sociale dedita esclusivamente alla produzione del vino Barbaresco, di cui Cavazza, con l’obiettivo di “perfezionare il nebbiolo di Barbaresco e di crearne e conservarne un tipo”, definisce la tipologia e il metodo di produzione, non molto dissimile dall’attuale, che è quello di vinificare l’uva nebbiolo in purezza.
Nel 1908 si costituisce invece l’associazione Pro Barbaresco per combattere le false denominazioni e le frodi in commercio; nel 1933, il 31 agosto, un Regio decreto ne delimita ufficialmente la zona di produzione e il Barbaresco viene riconosciuto “vino tipico di pregio” .
Nel 1966, 23 aprile, il Barbaresco ottiene insieme al Barolo il riconoscimento della Denominazione di origine controllata e nel 1980, il 3 ottobre, ottiene la Denominazione di origine controllata e garantita.
Gli ultimi trent’anni di questo vino hanno un unico protagonista, indiscusso: Angelo Gaja. Accanto a lui un gruppo di giovani produttori cresce adottando una filosofia produttiva subito più moderna. Qui non ci sono contrasti o contrapposizioni filosofiche: e la fama del vino si accresce in parallelo con l’aumento della qualità, grazie all’impiego di tecniche di vinificazione e di affinamento più moderne e a un’attenzione al vigneto sempre più esasperata.
Il resto è cronaca a tutti nota: negli ultimi anni una domanda molto sostenuta di Barolo agisce da traino anche per il Barbaresco e provoca un progressivo aumento dei prezzi delle uve e degli stessi vini, l’incremento del valore dei terreni, l’insorgere di forti tensioni sul mercato con il conseguente tentativo di adeguare rapidamente l'offerta con l'aumento degli impianti di vigneto a nebbiolo, la sola - preziosa - uva da cui entrambi i vini si originano.
La successione di date e i fatti economici non devono però far dimenticare il ruolo preponderante di alcuni uomini che hanno lavorato dedicando la propria vita perché questo successo fosse progressivo e solido: personaggi purtroppo scomparsi come Giacomo Borgogno, Giuseppe Bressano, Giuseppe Cappellano, Arnaldo Rivera, Renato Ratti, Battista Rinaldi, Luciano De Giacomi, Luigi Artusio, Livio Testa, Giovanni Gaja, hanno lasciato il testimone ad altri tuttora attivi come Beppe Colla, Gigi Rosso, Armando Cordero, Bartolo Mascarello, Giacomo Oddero, Aldo e Giovanni Conterno, Bruno Ceretto e, appunto, Angelo Gaja oltre a una nutrita schiera di produttori più o meno giovani: tutti, con forza e tenacia, continuano a operare nella direzione di valorizzare, far conoscere e comunicare la realtà e le grandi potenzialità di questi vini.
C'è chi ha descritto il momento del Barolo e del Barbaresco oggi come quello dell'industria della moda italiana negli anni '60, con i produttori/stilisti a far la parte dei protagonisti di una storia fatta di fasi alterne, con successi esaltanti e momenti di stasi, legati alle vicende dell’evoluzione del gusto e dei consumi che hanno segnato gli ultimi anni come i due secoli precedenti.
Come testimone e allo stesso tempo protagonista discreto del percorso tecnico, economico e umano, da quasi sessant’anni si propone il Consorzio di Tutela, l'organismo interprofessionale che riunisce al suo interno i protagonisti dell'intera “filiera” produttiva, dai viticoltori ai vinificatori ai commercianti: figure che, nella maggior parte dei casi, si trovano riunite in una sola entità, rappresentata dall'azienda vitivinicola che mette sul mercato esclusivamente la propria produzione.
L'esigenza di riunirsi in un'associazione che tutelasse i vinificatori del Barolo e del Barbaresco fu sentita non appena questi si resero conto di avere in mano un prodotto dalle valenze straordinarie: è il 1908 quando i produttori chiedono la creazione di un "certificato di origine" rilasciato da una associazione che operi sotto il controllo dell'Amministrazione provinciale e del Sindacato Vinicolo piemontese in attesa di speciale disposizione di legge, che verrà emanata una prima volta solo nel 1924. Si tratta della legge sui "vini tipici", le caratteristiche dei quali devono essere costanti e definite dagli Statuti consorziali. Iniziano così i lavori di preparazione per la costituzione di un Consorzio di difesa dei vini tipici Barolo e Barbaresco, con una prima bozza di statuto che viene posta in discussione nel 1927. Nel 1934 nasce il "Consorzio per la difesa dei vini tipici di pregio Barolo e Barbaresco", costituito con gli scopi di vigilare sulle caratteristiche qualitative dei vini, promuoverne la conoscenza e difenderne nome e qualità nelle sedi più opportune. Viene definito anche il contesto produttivo: la zona di origine, le uve e le caratteristiche del vino.
Dopo la pausa dettata dagli eventi bellici, il Consorzio viene ricostituito nel 1947 e opera per ottenere il riconoscimento per questi vini della denominazione di origine controllata prima, della garantita poi. Un'ultima ricostituzione avviene a seguito dell'emanazione della nuova legge sulle denominazioni di origine dei vini, la 164 del 1992. E' il 1994, l’anno che segna la nascita dell'attuale Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba Langhe e Roero.
Siamo dunque alla cronaca: negli ultimi anni nella zona del Barolo come in quella del Barbaresco si è assistito ad investimenti come mai in passato, nei vigneti e nelle cantine, con il recupero di fabbricati rurali, la realizzazione di nuove strutture più o meno integrate nel contesto ambientale e paesaggistico, la risistemazione di pendici e versanti, con valori fondiari alle stelle, come si conviene a una delle più celebri e rinomate aree vitivinicole del mondo...
Oggi la sfida per i produttori è quello di gestire in modo consapevole e senza improvvisazioni quanto è stato costruito, lavorando sui diversi mercati in modo mirato per consolidare le posizioni raggiunte. Già nel corso del 2002 - a causa della difficile congiuntura internazionale – i due vini hanno rallentato la loro crescita, riconducendola sul binario di una tranquilla normalità. Del resto rientra nella logica delle cose che nessun bene possa continuare ad espandere la produzione e aumentare i prezzi come hanno fatto il Barolo e il Barbaresco in questi ultimi anni senza prima o poi risentirne qualche conseguenza. E se era vero che fino all’inizio degli anni ‘90 si trattava di vini che il mercato sottostimava, poi il recupero è stato così rapido da far perdere loro competitività a livello internazionale. Su tutto non ha certo giovato il blocco dei rapporti di cambio tra le valute europee per l’introduzione dell’Euro. E’ stato un fenomeno subito poco compreso nei suoi effetti dai produttori, abituati al fatto che l’incremento dei prezzi all’origine era ammortizzato dalla svalutazione della lira nei confronti delle monete forti come dollaro, marco e franco. La forte domanda da parte dei mercati USA e dell’Estremo Oriente, unitamente all’eccezionale qualità delle vendemmie più recenti ha poi fatto il resto, provocando una serie continua di rialzi dei prezzi.
Con il 2002, in conseguenza del deprezzamento di dollaro e yen sull’euro e della difficile congiuntura internazionale, l’effetto del rincaro dei listini è stato ancora più marcato e accompagnato da una produzione ancora in aumento. Ne è risultata una situazione in cui le aziende hanno dovuto ricominciare a “fare” il mercato, cioè lavorare per attivare la domanda, invece che semplicemente “gestire” il mercato, cioè ripartire l’offerta tra i diversi clienti. A questa nuova situazione buona parte dei produttori, soprattutto quelli di più piccola dimensione e ultimi arrivati, non erano preparati. Certamente non si sono resi conto di quanto il continuo e consistente aumento dei prezzi abbia irritato importatori, distributori e consumatori, illusi da una serie di annate quantitativamente abbondanti e qualitativamente strepitose come mai in precedenza era successo nella storia di questo vino, nonché dall’importante supporto della stampa amica.
Dal punto di vista dei numeri – poiché è bene andare oltre quelle che sono le generiche impressioni – per quanto riguarda i contrassegni DOCG ritirati per il Barolo, il confronto alla data del 31 dicembre di ogni anno dell’ultimo triennio, evidenzia che si è passati dall’88,3% dell’anno 2000 all’85,3% del 2001 e all’80,9% del 2002 (le percentuali si riferiscono alla % di ritirato sul totale prodotto rispettivamente nelle vendemmie 1996, 1997 e 1998 che hanno visto la produzione passare da 4.644.200 litri a 5.521.200 e – con il 1998 – a 5.709.700). Al di là della differenza percentuale, come si può facilmente calcolare, la flessione in valore assoluto tra 1998 e 1997 è minima (meno di 100 mila bottiglie) a conferma del sostanziale equilibrio di mercato raggiunto.
Per il Barbaresco la situazione appare abbastanza simile: sempre nel confronto dei dati al 31 dicembre, nel 2000 (annata 1997) la percentuale ritirata era del 68,7%, diminuita al 59,5% nel 2001 con l’annata 1998 e risalita nel 2002 al 60,8% con l’annata 1999.
In evidenza la flessione avvenuta con l’ingresso sul mercato dell’annata 1998, di qualità eccellente ma con incrementi dei listini molto sostenuti.
Del resto era attesa la difficoltà commerciale di “spingere” annate sempre più buone da tenere in cantina come investimenti: da questo punto di vista l’annata 2002 ha reso giustizia, consentendo di riallineare in basso i prezzi dell’uva, con una produzione inferiore alle precedenti dal punto di vista quantitativo e molto articolata sul piano qualitativo. Il che significa, dopo 7 vendemmie ottime od eccezionali, aver avuto a che fare con un’annata “soltanto” buona e che ha richiesto un grande impegno e un severo rigore in vigneto per scartare i grappoli non adatti a dare origine a vini di qualità adeguata alle attese.
L’espansione delle superfici a vigneto, stando ai dati – ancora ufficiosi – relativi all’annata 2002, sembrerebbe essersi fermata, se non altro per la mancanza di ulteriori spazi idonei. La superficie investita a nebbiolo da Barolo e da Barbaresco è cresciuta di poco più del 20% in sette anni: le previsioni sono di un assestamento della superficie sui 1450 ettari per il Barolo, per una produzione annua di circa 8,7 milioni di bottiglie, e di 550 ettari per il Barbaresco, per una produzione annua di circa 3 milioni di bottiglie, mentre la superficie media del vigneto per azienda viticola si presume aumenterà ancora fino a raggiungere i 2,5 ettari in un caso e i 2 nell’altro.
Senza dubbio la situazione del mercato sta cambiando rapidamente, ma il futuro prossimo, stando così le cose, appare abbastanza ben delineabile: l’andamento dei prezzi sarà tendenzialmente stabile con vini sempre più di grande qualità.
In conclusione, il mondo guarda a questi vini con grande interesse e, apprezzandoli, convalida il lavoro, la cultura, il modo di vivere di chi li produce. Viene a visitare il territorio dove essi nascono con sempre maggior frequenza e si aspetta di trovare una realtà sintonica con quanto il vino racconta, e dal vino ha percepito.
La scelta strategica, che è anche l’unica praticabile, è quindi quella della qualità, non solo del prodotto ma anche dell'ambiente. Ma "fare" qualità costa: e da sole le qualità del prodotto e dell'ambiente non bastano se non sono abbinate alla qualità della comunicazione al consumatore, affinché i costi sopportati in più non facciano perdere competitività alle aziende ma siano invece un elemento discriminante nei confronti dello stesso consumatore, per lo meno quello disposto a pagare la maggiore qualità che gli si offre.
Questo significa dover lavorare insieme - tutti i produttori di questi grandi vini – alla realizzazione di un grande "progetto Barolo e Barbaresco", nella consapevolezza che il vino non è solo business ma cuore, intelligenza, speranza di lavoro e di benessere per tutti gli attori della filiera. E' un patrimonio comune, un elemento base della nostra cultura e della nostra storia.
* Presidente Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Roero