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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 70
aprile/maggio 2003
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Mirabò
 

 
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Al fornello da Ricci
Il problema c’è, ed è inutile nasconderlo. Ho sempre detto - e continuo a pensarlo - che la vita sia il diritto di vivere. Diritto e non obbligo.
Voglio vivere sino a che avrò la capacità d’incontrarmi con i pensieri, la musica, gli uomini, i vini e i cibi (pensaci bene; ho già fatto penosi tagli; non cito, ad esempio, i quadri e le sculture, di cui ho possesso solo nella memoria).
Quando io, e non altri, valuterò le mie capacità d’essere vivo troppo scadute, ricorrerò senza timore alcuno, anzi con intima gioia da che i filosofi lo ritengono l’atto più nobile e definitivo, di morire.
Avrò la scelta dell’eutanasia. Sino al 19 ottobre propendevo per Arcachon e le sue ostriche. Quel 19 dell’ultimo ottobre ho celebrato i vini grandi, Patriglione in primis, di Guagnano in Ceglie Messapica, al Fornello da Ricci con una strabiliante serie di provocazioni:

Dalla cucina: Antipasto “Al fornello”; Cavatelli “fattincasa” con fagioli bianchi e funghi freschi misti; Cosciotto di agnellino con patate sottocenere; Cervelletto di capretto al vino rosso e cipolline cegliesi; Dessert di Antonella e Vinod; Pasticceria di mandorle di casa Ricci; Dalla cantina ... i vini delle Cantine Taurino Guagnano.
No, niente Arcachon e niente ostriche. Rinvio il proposito al 2029, nell'incanto di Puglia.

La famiglia tutta dei Ricci - Dora, Angelo, Rossella, Antonella e Nigel Say - affettuosa.
Dovrò solo non rivelare le mie intenzioni (ma, quasi certo, le scopriranno per la mia allegria).

Una bottiglia di Valcalepio Bianco Vendemmia 2002
La vendemmia del 2002 è stata, pressoché ovunque, difficile. I vini risultanti, quasi mai grandi.
Piermario Meletti Cavallari - che ha il cuore nell’isola d’Elba, la testa in Grattamacco e il sangue bergamasco - mi porta - sorpreso lui perché mi sorprenda anch’io - una bottiglia di Valcalepio Bianco Vendemmia 2002 della Cantina Sociale Val San Martino - Pontida. Ricordo una vendemmia, anni 30, nelle vigne di Don Eugenio - per altro più famoso per il suo roccolo e gli spiedi - a dargli mano. Ci compensava, a marzo, con qualche bottiglia di vino pieno d’angoli e turbamenti. Lo si beveva, tra noi che avevamo staccato qualche grappolo in combutta, sino a riuscirci piacevole.
Piacevolissimo, contro ogni regola in un’annata perniciosa per acqua e mutamenti climatici il Valcalepio Bianco 2002. Grazie alle selezioni effettuate e ad una tecnica da “giù il cappello”. Ne maggiora il valore lo straordinario rapporto qualità/prezzo.

Il piacentino di Enna
Giuliano Gattei, dottore ed amico, mi scrive: "Il nome Piacentino del formaggio di Enna potrebbe derivare da “piacevole, che piace”. Pare, infatti, che Federico II re di Sicilia lo facesse preparare per la moglie a cui piaceva il pecorino e a cui il medico aveva prescritto di assumere zafferano".
Giuliano è uno dei più attenti informatori delle mie guide. Trovo molto interessante la nuova ipotesi sul nome del mitico, superbo piacentino di Enna.

La salama da sugo ferrarese
Mi è concesso di ricorrere ad una parola antica - epinicio - per l’introduzione di Graziano Pozzetto al suo volume sulla salama da sugo?
Epinicium è del tardo latino, viene - come sovente - dal greco ”canto di vittoria”. Trovo che il Battaglia sia nel giusto con la sua definizione “Componimento lirico della poesia greca classica, destinato a celebrare i vincitori dei giochi panellenici - per estensione: canto di vittoria”.
Mutatis mutandis le pagine senza numero messe all’inizio, prima della undicesima, sono proprio un epinicio. In tempi orridi in cui sembra stravincere l’infamia di una società criminale, Graziano Pozzetto anticipa - col ritorno alla terra ed ai suoi protagonisti - la nostra vittoria. Ora, dopo gli scritti e gli indirizzi nel suo volume La salama da sugo ferrarese, Panozzo editore, mi sarà possibile ripetere i trionfi salamineschi il cui ricordo risale ai tempi di Orio Vergani e di Mario Soldati.
Un appunto: malgrado l’aggettivo or ora usato “salamineschi”, non farei nulla, ma proprio nulla per sostituire al nome fanfolesco e immaginifico salama da sugo, quello diminutivo e sgradevole di salamina. Sarà battaglia.
La salama da sugo ferrarese di Graziano Pozzetto (prefazioni di Alfredo Santini e G.B.Panatta; con contributi di Luca Civenni, Igles Corelli, Alberto Fabbri, Romano Guzzinati, Claudio Manfredini, Severino Sani), 559 pagine, Rimini 2002, Panozzo Editore, €20,00

Aceto balsamico
Roberto Baldo, amico e sommelier in Mirandola, mi scrive una dettagliata esposizione su quanto avviene nel campo del cosiddetto aceto balsamico.
Veronelli EV se n’è già occupato in varie occasioni, con pochi risultati, è evidente.
Roberto mi scrive: "L’incredibile è che una buona parte dei nostri ristoratori non sappia distinguere l’aceto balsamico commerciale “quello pronto in quarant’otto ore”, dal balsamico di Modena risultato di miscele d’aceti giovani e vecchi con aggiunta di mosto cotto e caramello; e dall’altro, più importante, il tradizionale, derivato solo ed esclusivamente da mosto cotto con invecchiamento minimo di 12 anni; parte da cento chilogrammi d’uva, alla fine dei dodici anni se ne spillano da 1 a 2,5 litri. La differenza in euro è enorme: 4,5 per il quarantotto ore (e sono già troppi), 22/23 per il balsamico “ampolla di Giùgiaro 100 ml.”, 34/36 per il tradizionale, sempre in ampolla come da disciplinare, mentre l’extravecchio da 25 anni in su va da 80 euro in su".
Roberto fa altre considerazioni, tali da indurmi ad approfondire l’argomento quanto prima.
Grazie, Roberto.

Connie
1.500 euro.
Vendo la mia Connie a 1.500 euro.
Tieni conto: è una schnauzer gigante, nera, di 12 anni, ha perso il compagno Boran - da cui ha avuto, in un colpo solo, 12 cuccioli - ha una orecchia dritta e una no, la chiamo - a seconda degli umori - fascista o Josephine (Backer).
Troppi 1.500 euro? Ha gli occhi in assoluto più belli e accattivanti dell’infinita razza di animali. L’ho colta, 12 anni fa, da un grande canestro, color marrone, in una massa nera di cuccioli pulsanti. I suoi occhi colmi di ottimismo sembravano venirti incontro. Tutto il suo vivere è stato un alternarsi di simpatici rotolamenti, con me, Christiane, figlie e nipoti.
E’ entrata in casa - vorrebbe starci sempre - quando è morto, per una occlusione intestinale, il suo compagno Boran.
Ha due predilezioni: sdraiarsi nelle poltrone, oppure ergersi immobile sul pavimento in pietra bergamasca. La crederesti - così immobile, minuti e minuti - una statua di giada nera, lucida e resa viva da quell’unico orecchio nero che, anzichè ritto, s’affloscia.
Le meditabonderie sulla mia Connie, mi son tornate in mente nella sala teatrale del Four Season’s, Milano, 28 gennaio.
Han presentato i gioielli della Penfolds (cantina australiana), di cui ha preso lo scettro Gaja Distribuzione. Buoni, sai, proprio buoni e l’ultimo, Grange 1997 (a base di shiraz 96% e cabernet sauvignon 4%), eccelso.
E’ stato lui a ritornarmi al primo assaggio, gli occhi languidi, confidenti e innamorati di Connie.
Anche il Grange 1997 s’è innamorato di me (ed io di lui). Proprio per ciò mi faccio cinico. Una sua bottiglia costa 340 euro ed io - pur autore e giornalista ben pagato - consentir non me la posso.
Connie non sa leggere, né spero intuisca. Una Connie intera contro le 4 bottiglie. Poi mi suiciderò.
Connie non ha mai fatto imprese, né beve vino. Ti guarda e dà la zampa.
Solo oggi - più ci si inoltra nella vecchiaia, più si è insieme - mi sono accorto della delicatezza delle sue zampe. Se le accarezzi tra i grumi antichi, un velluto.

Barbera d'Asti il Bricco di Renato Rabezzana
Bricca viene da un etimo incerto forse di origine prelatina e non concordo con il Battaglia nel definirla luogo scosceso e selvaggio, dirupo.
Ricordo - in due luoghi del Morgante - i versi di Luigi Pulci (Firenze 1432 - Padova 1484): "Egli attraversava il piano / chè què dïavol né cavalli entraro / e van per bricche, e d’ ogni luogo strano / sempre attraverso, e folgor par che sieno, / e domattina in Runcisvalle fieno".
"Poi fè Rinaldo, què quarti, gittàgli / per boschi e bricche e per balze e per macchie / à lupi, à cani, à corvi, alle cornacchie".
Per Bricca mi sembrerebbe più giusto il significato odierno di sommo di un colle.
Il Battaglia fa peggio ancora per Bricco, oggi più usato: "Altura scoscesa, arida e deserta, di difficile accesso; dirupo, balza".
Bricco è usato dai vignaioli, proprio come sommo di una collina con particolare vocazione enoica. Gli esempi son millanta; cito solo il Bricco Manzoni, a base di nebbiolo e barbera, di Valentino Migliorini e delle Rocche dei Manzoni in Monforte d’Alba.
Non ho mai camminato, di contro, la vigna privilegiata da cui Renato Rabezzana coglie le sue barbera astigiane (dirlo ancora? Con la b minuscola, qui, dato che si tratta di uve e non di vino) per produrre Il Bricco Barbera d’Asti.
Quando Renato mi ha detto di avere ancora bottiglie dell’annata 1998, ho pensato: "beato lui".
Ha letto il mio pensiero? Mi ha mandato 60 bottiglie 60 così da farmi temere un tentativo di corruzione.
La nostra amicizia è antica. Facile annullare il timore; altrettanto facile, farmi missionario di questo vino che nel cor mi sta.
E’ una Barbera a tutte lettere. La bevi, corposa ed elegante ad un tempo e capisci perché i contadini veri si turbano ogni volta che gli vien chiesto “il” Barbera.
Con la Barbera nuova, appena nata, ci fanno l’amore. Accarezzano la botte che la contiene, come il grembo della propria compagna e sussurrano le parole che si dicono, più che ad una innamorata, ad un’amante.
La Barbera d’Asti 1998 detta il Bricco, s’è fatta consistente, pur senza nulla perdere della sua viva allegria.
La guardi nel bicchiere, la porti al naso, la tieni in bocca e avverti, in ogni gesto, una presa di possesso; né sai decidere se sua o tua. Vicendevole.
L’ho bevuta – il gelo premeva la campagna – una delle ultime sere di gennaio, sul maestoso bollito, fumante, d’una trattoria mantovana. Si sono moltiplicati i valori della vita materiale.
Uno di questi giorni, telefono ai grandi cuochi del bollito, presenti nella mia guida: Emilio Baffini del Violino di Cremona; Dina Carboni del Biagi alla Grada di Bologna; Dino Casini del Dino di Firenze; Pino Masuelli del Masuelli San Marco di Milano; Maurizio Rossi dell’Osteria della Villetta dal 1990 di Palazzolo sull’Oglio; Betti Bertuzzi del Caffè Grande di Rivergaro; Luciano Foscato dell’Osteria da Afro di Spilimbergo: "Ho una gran voglia di tornare da te; ed ho una preghiera: fammi trovare ciascuno dei tuoi pezzi fumanti – lombo, muscolo, costa, garetto e controgirello di manzo; garetto e piede di vitello; cotechino; lardo di petto magro; cappone ripieno; quant’altro. Me li servi con il Bricco 1998".
Debbo anche dirti: le annate 1999, 2000 e 2001 sono sullo stesso percorso.

La grande agricoltura locale!
Aiutiamoci a non parlare più di “piccola agricoltura” (contrapposta a quella “grande”), ma di “agricoltura locale” (contrapposta a quella industriale): dove “locale” significa di scala familiare, legata alle risorse, ai saperi, alla notorietà e alle consuetudini di un preciso luogo (non importa se grande quanto una bioregione, una vallata o una parrocchia).
“Piccola agricoltura” fa pensare a Lilliput, ai figli di un dio minore, all’economia marginale, alla piccola importanza, al residuo. NON E’ COSI’, ma l’aggettivo è fuorviante e non aiuta a restituire l’orgoglio del quale i contadini hanno bisogno come la pioggia e il bel tempo.
Massimo Angelini

Cena al ristorante "Al Cassinino"
Uno dei miei orgogli – ne ho tanti – è nell’antica scoperta e nell’ascesa di Al Cassinino, ristorante pavese (pochi chilometri dopo l’uscita di Binasco, da Milano; qualche centinaia di metri sulla destra dopo la Certosa di Pavia, statale per Pavia).
Quest’anno ho esatto avesse le Tre Stelle nella Guida Oro “I Ristoranti di Veronelli 2003”. Se mi leggi, conosci la mia presupponenza: ho scelto proprio Al Cassinino per celebrare il genetriaco – pensa tè – dei due gemelli Veronelli: Gianni ed io, Gino.
Sono arrivato – ho la mania della puntualità, contro la credenza del conte Riccardo Riccardi di Santa Maria di Mongrando – alle ore 20.00 precise, reduce da quattro giorni tra i “miei” contadini di Garfagnana e Lunigiana (mi è del tutto impossibile dire il numero dei bicchieri e degli assaggi, giorno dopo giorno). Gianni – che pure è uno dei massimi operatori del campo chimico – è arrivato alle ore 21.00, ma mi ha onorato con la presenza di suo figlio Cristian e degli amici Crespi e Pica. E’ stata una serata esaltante.
Compiuti i 77 anni – io nato alle ore 18.00 del 2 febbraio 1926, lui qualche minuto dopo – e avvio di un annata, quella del 78, che migliore non si può.
(Gianni, oltretutto era – ed è al momento che scrivo – in attesa di una prima nipotina da parte di Nathalie, figlia). Ti dò la serie dei piatti serviti e dei vini. Come aperitivo: Trittico di bigné con ripieno di salsiccia al parmigiano, taleggio e tartufo, uova strappazzate e caviale Iraniano Beluga fresco.
Come antipasti: Frittatina di gianchetti; Gamberi al riso nero Imperiale e ragù d'aragostina; Cialda croccante alla salsiccia, quartirolo e tartufo (bianchetto); Carpaccio di spada al profumo di agrumi; Pata Negra con salame di Varzi e mango fresco. Come primi piatti: La Pasta di lumaconi rigati con zucca gialla e taleggio; Tagliolini al tartufo (bianchetto); Zuppettina di ceci e guanciale di maiale all'aceto balsamico. Come secondi piatti: Carpaccio di Branzino tiepido con caviale Iraniano Beluga sfuso; Granelli alla Milanese (testicoli di toro impannati); Escaloppe d'orata ai carciofi in camicia; Rognoncino trifolato tradizionale; Fantasia di controfiletto di maiale e tartufo (bianchetto); Filetto di scottona alle nocciole e ovettine di quaglia con tartufo (bianchetto). Come dessert: Crema di gelato; La sfoglia con crema di zabaglione fredda. Sono stati serviti in abbinamento i seguenti vini: Champagne Blanc de Blancs d'Ay 1996 Magnum Gaston Chiquet (uvaggio Chardonnay) Abbazia di Rosazzo Ronco delle Acacie 1993 Tullio Zamò (uvaggio Chardonnay, Pinot Bianco, Tocai Friulano), Fastaia Alcamo Sicilia 2000 Ceuso (uvaggio Syrah, Nero d'Avola), Custera Alcamo Sicilia 1998 Ceuso (Nero d'Avola 100%), Sauternes Preignac Gironde-France Saint Amand 1997 Facchetti-Ricard (uvaggio Semillon, Sauvignon, Muscadelle). Alla fine: Single Malt Scotch Whisky Bruichladdich Riserva Veronelli, distillato nel 1966 e imbottigliato nel 1983.

In ogni piatto e nei vini e nell’acquevite senza uguali, l’eccellenza della cucina di Maria Teresa ed Elisa, moglie e figlia, e del servizio di Agostino patron e del figlio Stefano.
Ciascuno, nel quartetto, ha assunto le sue predisposizioni e le ha portate al vertice.
Un ristorante così, in Francia, se lo sognano.

Terra e libertà/Critical wine
Parole della Terra. Un’eco di Carta


Luigi Veronelli:
Paino ha scritto, Parole della Terra: "C’è una curiosa espressione inglese, di derivazione latina usata in Oxford ... tipica di un luogo in cui si riproduce il pensiero dominante ... La parola è “rusticated” e si traduce con espulso, scacciato, allontanato dal consesso scolastico, umano e civile, insomma buttato fuori dall’istituto con ignominia. Viene dal verbo “to rusticate” che a sua volta risale all’antiquo “reductio in rurem” ovvero ridotto allo stato di campagnolo, di villico, di ruspante, insomma il negativo del cittadino".
Rustichiamoci ragazzi! Opponiamo le parole di Antonio Onorati: "Il protagonismo contadino, diretto, fatto di donne e uomini in carne ed ossa, radicato tra cielo e terra (questo è lo spazio che si occupa quando si pianta, si semina, si pesca o si alleva con le proprie mani) è il valore più “alternativo” e radicale".
Rustichiamoci non più solo con le parole, coi fatti. Annuncio, ed è superba la gioia, che il Movimento dei movimenti avrà la possibilità di un importantissimo momento di riflessione e azione. A Verona, 11-12-13 aprile 2003, in coincidenza con il Vinitaly, al “Centro sociale autogestito La Chimica”, si svolgerà Terra e libertà/ Critical Wine. Si affronteranno nodi culturali ed economici fondamentali.
Discuteremo, infatti, di vino, terra, agricoltura, ambiente, multinazionali, acqua, cibo, ogm, lavoro, economia, sviluppo sostenibile, altro ancora. Un vero e proprio appello rivolto ad ogni essere pensante che abbia il desiderio di un futuro di gioia, di creatività, di intelligenza.
In questa mia rubrica sollecito tutte le realtà di movimento a comunicare questa iniziativa e ad inviarci le proprie riflessioni, idee, adesioni, proposte, critiche. Spero che tu abbia capito. Avremo da divertirci, quei giorni: convegni, dibattiti, stands con vini, oli e prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato contadini, editoria ribelle, contatti, contaminazioni, musiche (anche dal Sud del Mondo), incontri con produttori, assaggi enoici e gastronomici.
Sarà dedicato particolare spazio alle comunicazioni sui gruppi d’acquisto solidali, all’agricoltura ecocompatibile/biologica, all’importanza del consumo critico, all’olio d’oliva (un caso esemplare di mistificazione e imbroglio legislativo mondiale); all’ultima trasformazione sostanziale (pensa te, secondo la WTO sarebbe sostanziale, non la terra, bensì l’impacchettamento, la confezione), all’agricoltura industriale delle multinazionali contro l’agricoltura contadina planetaria. Infine, per me il massimo, il dibattito: “Lavorare con la Terra: contadini, braccianti, migranti. La moltiplicazione delle mani”.
Gli stands. Per un’agricoltura dal basso, eccelsa. Una serie di buoni vignaioli/contadini che per la mancanza di visibilità non sono conosciuti o sono troppo poco conosciuti dal mercato.
Proporranno vini - di mia esasperata selezione sulla base della qualità e del prezzo - con assaggio e successiva possibilità di acquisto e consegna immediata. Una bella risposta - ammettilo - al presidente della Confagricoltura Augusto Bocchini.
Ricordi? Aveva affermato, Corriere della Sera, domenica 24 novembre 2002: "Siamo prigionieri di un quadro normativo che penalizza la crescita delle aziende ... su un campione di 50.000 aziende vinicole italiane, le prime 25 controllano soltanto il 17% della produzione, mentre negli Usa lo stesso numero di imprese ha in mano il 90% del mercato".
Altro che moltiplicarle, tagliarle, le mani.
Ettore Mancini - il massimo tra gli esperti di agricoltura, a mio parere - commenta su VERONELLI EV n. 69: "E’ così dispiaciuto, Augusto Bocchini, presidente degli agricoltori, che afferma: “Invece la nostra agricoltura soffre inesorabilmente del nanismo dimensionale”. Nani, siamo dei nani, amici miei. Se questa è l’opinione di un’organizzazione che dice di parlare a nome e per conto di qualche decina di migliaia di viticoltori italiani, bisogna concludere che questa miriade di nani, come li chiama il loro Presidente, dovrebbero suicidarsi, per lasciare il posto a 25 giganti che saprebbero fare i vignaioli meglio di loro".

Pablo Echaurren:
Suppongo tu sappia che esiste un Fronte di Liberazione Nani da Giardino-Front de Libération des Nains De Jardins che si occupa di rapire e liberare, riportandoli al loro ambiente naturale - i boschi - quelle deliziose statuine colorate in gesso o cemento tenute prigioniere da sadiche famigliole, all’apparenza innocue, ma che si ostinano a ergastolizzare i poveri gnometti nei loro terrificanti giardinetti tutti arsenico e finti vecchi vasetti in plastica simil coccio.
Non sto scherzando.
I primi fuochi di insurrezione contro i buonisti-villettisti a schiera si sono registrati in Francia e in Belgio per propagarsi indi in Svizzera, Olanda, Germania, Inghilterra. A Rennes il subcomandante Alphonsine intende non solo liberare fisicamente i nani in cattività con rapimenti e restituzioni dei liberandi agli habitat forestali ancestrali, ma anche denunciare la violenza repressiva praticata dalla società nei confronti dei loro millenari usi allucinogeno-fungivi, dei loro allegri costumi lascivi, una mortificazione ottenuta grazie agli ingenti sforzi della più brutale multinazionale dell’immaginario collettivo, vale a dire la Walt Disney Corporation, la quale ha ridotto Cucciolo, Dotto e gli altri piccoletti in altrettante statuette macchiette che l’ideologia del lavoro sottomette all’imperativo produttivo. L’incendio ha dilagato anche di qua dall’Alpe: nel vogherese hanno fatto capolino le Brigate Nane, nel pavese opera la colonna Amintore Fanfani. Giungono frammentarie notizie di formazioni inneggianti alle basse stature e intitolate a Renato Rascel, altre operanti a La Spezia, a Barga. Sull’altipiano di Asiago è invece insediata una comunità di gnomi di cui io conosco pure nomi e co-gnomi. Non sono balle.

Quindi i Nani si stanno svegliando e i loro paladini si stanno muovendo.
Ora tocca a noi, Nani Enopsichedelici, trovare la forza per ribellarci, coalizzarci, strapparci alla sonnolenza postprandiale, stapparci, sollevarci contro l’oligopolio dei 25 Giganti dominanti.
Noi che abbiamo capito una cosa fondamentale e cioè che era sbagliato gridare “L’immaginazione al potere” perché l’una è in contraddizione con l’altro e viceversa, anarchicamente. O l’immaginazione, dunque, o il potere, tertium non datur.
Noi che spesso non affidiamo il nostro impegno al voto perché non ci crediamo più alla delega, noi che le nostre battaglie non le demandiamo alle urne, noi che preferiamo vuotare le bottiglie giuste piuttosto che votare, noi - sì, proprio noi - siamo il partito di maggioranza relativa. Perché non facciamo sentire la nostra voce? Siamo tanti, più di quanto pensiamo, eppure apparentemente non pesiamo, non contiamo, non siamo considerati come interlocutori validi da giornali, tv, politicanti altezzosi.
Ma abbiamo un’arma potentissima, possiamo indicarli uno per uno quegli schifosi 25 Giganti spocchiosi, metterli all’indice, al pollice verso, che Pollicino gli mandi gli affari di traverso. Possiamo boicottarli, non comprarli.
Costruiamo questo Critical Wine cominciando a individuare chi sono.

La Bottega del Vino a Verona
L’amicizia di Eurìalo a Niso è nella leggenda. Sono il solito presupponente se credo: "L’amicizia con Giacomo Bologna è nella storia della gastronomia italiana?". Dovesse essere scritta, l’autore annoti: il ristorante dell’imperativa, reciproca predilezione, era questo già allora. Ne avvertivi l’eccellenza, così come ora, esaltato da spirito giovanile e professionalità.
Giacomo è tra gli Dei dal giorno di Natale del 1990 (al termine d’una vendemmia secolare). Mi è stato difficile tornar qui, dove vorrei tendere la mano e toccarlo, Giacomo.
Il punto esclamativo. Si, fossi così potente da sottrarmi ad ogni regola, riempirei questo allungo di punti esclamativi. Ne sarei autorizzato da Giacinto Carena, filologo del nostro 7/800: "Alcuni moderni scrittori usano replicare più volte di seguito il segno esclamativo, come per dare un maggior grado di veemenza alle loro parole così segnate".
Qui tutto è al meglio. La via stessa è uno strabocchevole ingoio di giovani che si confrontano, bicchieri in mano, con i cru cru (non è un errore; alla Carena: cru cru cru all’infinito, dell’orbe terracqueo). E all’interno e nella cantina hai la conferma del valore assoluto, oltre che dai vini, dai cibi che sono la vivida sottolineatura dei valori assoluti di questa terra. La Bottega del Vino, è uno dei Soli perenni della mia predilezione. Effrazione? Neppure tanto.

Come dovrebbe essere la vita del contadino
Ho frenato la mia pazienza sino ad oggi, 15 febbraio.
Avessi scritto prima dei doni che mi sono giunti dagli amici – addirittura un’importante incisione, mezzo chilo di caviale, una sciarpa di cashmere, altro ancora – sarei stato duro.
Io non voglio doni. Lo continuo a dire. Ho necessità, di contro, delle bottiglie che mi sono inviate per assaggio, meglio se numerose da che le pongo nelle mia immensa cantina, nelle posizioni giuste, e ne seguo l’evoluzione, ci scommetto, sino al 2029.
Qui, il regalo è reciproco: assaggio i vini che mi sono inviati e, man mano, ne scrivo.
Amo ricevere anche i libri, quando non sono troppo costosi. Vedi ad esempio questo volumino di titolo “Come dovrebbe essere la vita del contadino nella casa – nella stalla – nell’orto – sul prato – nel bosco / Consigli Pratici sull’igiene – sul lavoro – sulla concordia / Estratti dal Lunario popolare Barbabianca” (Premiato Stab. Tipo-Litografico G. Raschi, 1921).
Maledetto me, che non ricordo chi me l’ha inviato, pochi giorni prima del Natale. L’ho ringraziato?. Ogni sua pagina porta preziosi consigli.
Proprio per fare un esempio, vedi a pagina 70 il Decalogo.
1. Rimboschire il monte perché il bosco con l’intreccio delle radici delle piante, che lo costituiscono, fissa il terreno ed impedisce quindi le corrosioni e il trasporto della terra, ed allentando la caduta dell’acqua sul terreno, ne determina l’assorbimento, e quindi con costanza di deflusso alle sorgenti, perché il bosco è moderatore della umidità e della temperatura perché frenati i venti, difende dalle frane e dalle valanghe, forma il terriccio e trattiene l’acqua delle pioggie salvando i pascoli dalle corrosioni.
2. Il prato non è bello se non ha vicino il bosco.
3. Il bosco ceduo triplica il suo valore se si prolunga il periodo del taglio. Così via.

Last. Non ho restituito l’incisione, ho mangiato il caviale, mi cingo il collo nelle giornate fredde con la sciarpa di cashmere e mi dico: punisco così chi fa regali ingiusti. Ma forse sono un corrotto.

Poggio Picenze
Sarà una fanfola (una storia che fiorisce da un gesto colto, da una o più sensazioni, da un malinteso o beninteso episodio) o è un racconto di vita vissuta?
Ho seguito vari Giri d’Italia per Il Giorno e la Gazzetta dello Sport. Qualche volta lasciavo la razzente automobile del giornale e tentavo, da appassionato la bici, come uno dei tanti suiveurs.
Mi vedo salire verso l’Aquila. Abbandono, già stanco, la tappa al bivio della Madonna di Picenze, chiesa cinquecentesca e spingo sui pedali sino al Poggio. Lascio la bicicletta all’ingresso di una minima trattoria. Entro e chiedo un bicchiere del vino del luogo. E’ buono, molto buono. Dico al patron di là dal banco: "E’ caldo; mi mette la bottiglia qualche minuto in fresco?".
Nell’attesa passeggio e sono attratto da una chiesa: S. Felice Martire, facciata in pietra del tardo ‘500 (all’ingresso fonte battesimale ornata da delfini nel fusto e da angeli nella conca, rinascimentali, e al secondo altare destro una composizione formata da fustelle lignee in basso rilievo dipinte e dorate, con i misteri del Rosario circondanti una Madonna col bambino, di terracotta policroma e dorata).
Torno in un’atmosfera fattasi interlineata alla mia trattoria. Il vino è ora al meglio; mi ricorda la battuta d’antan "Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino d’industria", un vino rosato da uve montepulciano, con piccole percentuali di malvasia e aleatico, vinificato in bianco e fatto sostare un giorno sulle vinacce prima di essere torchiato.
Fossi saggio, ritornerei nell’antica trattoria - la so condotta dalla stessa famiglia - per quel Rosato di Poggio Picenze.
A pensarci bene ci tornerei anche per i maccheroni alla chitarra, conditi con il sugo d’agnello carico di pepenzò, peperoncino piccante.
Che cos’è la chitarra? La chitarra è un telaio di legno, rettangolare, su cui sono tesi, a piccoli intervalli e nel senso della lunghezza, numerosi fili d’acciaio. Dimensioni: circa 50 centimetri di lunghezza per 25 di larghezza.
Sulla chitarra va stesa la solita sfoglia di pasta tirata col mattarello, tenuta piuttosto consistente. Stesa sulla chitarra, vi si passa sopra il mattarello, ne cadono lunghe liste quadrangolari.
Vengono detti maccheroni alla chitarra e costituiscono un vero e proprio orgoglio della cucina montanara d’Abruzzo.

 
   
 
 
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