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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 70
aprile/maggio 2003
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Campania. Tesoro vitivinicolo
 

 
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I territori, i vitigni autoctoni, la storia enoica di una regione sorprendente

di Manuela Piancastelli

Con tre docg, 17 doc, nove igt e circa 22mila ettari vitati (di cui 5600 ettari in aree doc), e soprattutto con una classe imprenditoriale nuova, giovane e colta, la Campania del terzo millennio si appresta ad affrontare, o meglio a portare a compimento, una sfida enologica iniziata con gli anni ‘90: eliminare del tutto il gap di qualità con altre regioni storicamente vocate a fare grandi vini, dalla Toscana al Piemonte. La Campania, come l’intero Sud, sta affrontando infatti in questi anni una vera e propria rivoluzione culturale che coniuga tradizione con innovazione, spesso grazie all’impegno e alla passione di seconde, terze e persino quarte generazioni di vitivinicoltori che, in una regione con una superficie vitata ridicola rispetto ad altre aree d’Italia come la Sicilia e la Puglia, ed una proprietà estremamente frazionata, stanno riuscendo a portare avanti un discorso improntato alla qualità e alla ricerca. Non a caso s’inizia a parlare in Italia dei SuperCampani.
La grande ricchezza della Campania è data certamente in primo luogo da un territorio particolarissimo, un mix di mare e monti, isole e coste a strapiombo che ha consentito, grazie alla natura vulcanica dei terreni, la sopravvivenza di vitigni autoctoni che rappresentano la vera, grande scommessa in un’epoca in cui il gusto, anche ahimè quello del vino, tende ad omologarsi. Ma c’è anche un altro fattore che gioca a favore di questa regione, per decenni cenerentola nel mondo enologico: arrivare in ritardo a maturare una coscienza verso le produzioni di qualità, le ha consentito di far tesoro degli altrui, inevitabili, sbagli. Con scaltrezza da scugnizza, la Campania ha così intrapreso una strada che, pur costellata da fatica contadina, le ha consentito di imporsi, nel giro di un decennio, fra le star del difficile mondo del vino. Un ruolo determinante è stato svolto dalla Regione Campania che, insieme con la Facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli, ha messo in campo energie, intelligenze e fondi per una mastodontica ricerca proprio sui vitigni autoctoni dimenticati che ha portato all’individuazione di uve che, potenzialmente, potrebbero regalare a questa regione decine e decine di vini diversi. Alcune di queste varietà sono ora entrate a far parte del Catalogo nazionale delle uve da vino, altre entreranno presto, dopo che una dissennata politica agricola, negli anni ’60, aveva cancellato storia e memoria di questa grande terra felix in favore di uve barbare e straniere, più facili da coltivare, finalizzate a grandi rese, portate a tendone, che stavano per distruggere del tutto i vitigni che avevano scritto la storia del vino campano: aglianico, falanghina, greco, fiano, piedirosso, biancolella. E già avevano cancellato – persino nella memoria familiare - le ancor più ristrette produzioni di casavecchia, pallagrello bianco, pallagrello nero, fenile, pepella, ginestra, catalanesca, sciascinoso, olivella, ripolo, barbera barbetta, caprettone, coda di pecora, aglianicone, ormai destinate solo all’autoconsumo dei contadini. Ed è solo alla loro poca propensione all’innovazione, soprattutto per quanto riguarda se stessi, che si deve la sopravvivenza di queste uve, spesso in minuscoli vigneti, che oggi - insieme con varietà più blasonate specchio di un terroir unico - stanno riscrivendo la mappa della vitivinicoltura di qualità, fuori dal sinedrio degli omologati. E tutto il comparto vinicolo campano deve ringraziare anche alcuni “terribili grandi vecchi”, da Antonio Mastroberardino a Michele Moio, da Leonardo Mustilli a Mario d’Ambra, se non sono caduti nell’oblio - delitto contro l’umanità - fiano, greco di Tufo, taurasi, falerno, falanghina, per’’e palummo (piedirosso) e biancolella. Questi uomini, seguiti nell’esempio lungimirante perché memore del passato, da altri coraggiosi vitivinicultori, spesso professionisti prestati al vino - come Francesco Paolo Avallone o Antonio Troisi - ma anche da commercianti che prima degli altri si sono riconvertiti con umiltà e passione all’imprenditoria di qualità - come i Martusciello - hanno tracciato, per tutti, la via da seguire.

La ricchezza del terroir
Lo dicevamo prima, il territorio campano è quanto di più diversificato si possa immaginare.
Le aree interne, dominate dall’Appennino che scende verso la costa tirrenica, presentano grandi catene montuose che dal Matese - con la cima più alta della regione, 2050 metri di monte Miletto - vanno verso l’Irpinia e il Sannio fino ai Picentini e ai Lattari. E poi coste frastagliate, ricche di golfi e insenature, da Baia a Palinuro, con i tesori della Divina Costiera, che accoglie come in uno scrigno Vico Equense, Sorrento, Positano, Furore, Amalfi, Vietri sul mare, Ravello. Terra di fiumi (dal Volturno al Sele al Garigliano) e di laghi (Matese, Averno, Lucrino, Laceno, Patria, Fusaro, Miseno), deve gran parte delle sue caratteristiche geomorfologiche ai numerosi vulcani inattivi disseminati sui suoi 13.600 chilometri quadrati, dal Vesuvio al Roccamonfina, da Monte Nuovo all’Epomeo. Ma la Campania è anche fatta da isole di bellezza mozzafiato (Ischia, Capri, Procida), pendii costieri alti fino a 500 metri, grotte marine e grandi pianure, come quella del Sele. Questo magnifico, ricco territorio, è anche - purtroppo - quello più densamente popolato d’Italia, 425 abitanti a km quadrato, con punte, nell’area vesuviana, da megalopoli giapponesi. Se ne deduce che ci sono zone un tempo altamente vocate alla viticoltura, come Napoli e la sua provincia, dove di fatto l’urbanizzazione (qui si concentra il 52% della popolazione) ha però cancellato l’agricoltura. Eppure sono proprio queste le aree più conosciute, dove gioca un ruolo fondamentale la natura vulcanica e “ballerina” della terra: i Campi Flegrei, oltre che per virgiliane memorie, sono conosciuti per il bradisismo, fenomeno di sollevamento e abbassamento del suolo.

Alle radici della cultura occidentale
Tra Vesuvio, Campi Flegrei e le isole di Ischia e Procida c’è una sorta di unicum (dovuto ad un’ampia falda vulcanica sottomarina) con particolari caratteristiche del terreno, determinate dal substrato di sedimenti piroclastici alternati a terreni calcarei. Il clima è temperato, soleggiato e spesso ventilato (la qual cosa previene l’uva dalle malattie fungine) grazie alla presenza del mare. I terreni vulcanici, ricchi di “scheletro”, ossia pietre, favorendo il drenaggio, hanno evitato che la fillossera (un afide che scava vere e proprie gallerie intorno alle radici) distruggesse la viticoltura dell’area, così che buona parte delle colture sono ancora su piede franco. Potremmo dire che in nessun’altra area campana il terroir sia così pregnante e tanto ricco di storia e tradizione. Tra Campi Flegrei e Ischia nasce infatti la storia dell’Occidente. I primi greci che fondarono nel 730 a.C. la prima colonia, a Cuma, venivano dalle coste dell’Eubea e conoscevano il golfo di Napoli già da tempo. Avevano infatti creato a Ischia, una quarantina d’anni prima, un vero e proprio emporium sulle orme dei micenei che, tra XV e XI secolo a.C., avevano fatto delle isole del golfo una rotta obbligata dei traffici protostorici nel Mediterraneo. Quei greci, espertissimi orafi e cesellatori, regalarono a quella che diverrà Magna Grecia un bagaglio culturale di incommensurabile valore, l’alfabeto, e diffusero, tra le altre cose, preziosi semi di vitis vinifera provenienti dalla loro terra e ottimo vino, “testimoniato” dal rinvenimento, proprio a Ischia, della preziosa Coppa di Nestore, primo bicchiere da degustazione del mondo occidentale, che porta incisi i seguenti versi: “Chi beve da questa coppa subito sarà preso dal desiderio per la bella Afrodite”. Ma quali uve, e quindi quali vini, portarono i greci in Campania? Forse non tutte le 136 varietà di cui riferiscono le antiche fonti, ma certo una buona parte. Molti dei 100 vitigni autoctoni recentemente censiti dalla Regione sono, con ogni probabilità, di origine ellenica: aglianico, greco, fiano, falanghina, biancolella, piedirosso. E la mano greca è rimasta nel tempo anche nelle tecniche di allevamento ad alberello, ancora in qualche zona praticata (Ischia, Monte Massico), e nelle potature a cordone speronato. Oggi nei Campi Flegrei la regina del vigneto è la falanghina che, diversamente da quella beneventana, di cui è storicamente progenitrice, è più sapida, con una diversa complessità aromatica (si va dalla ginestra al miele) e sentori minerali. E' il vino oggi più noto e diffuso della Campania. Prodotto da decine di aziende, stenta a trovare un'identità precisa ma è tuttavia molto amato dal consumatore anche perché mantiene un rapporto qualità-prezzo molto interessante. Ha nel Casertano (alla base del Falerno bianco) caratteristiche di sapidità e serbevolezza, nel Beneventano (doc Sant’Agata de’ Goti, Solopaca, Guardiolo, Taburno), di morbidezza e struttura mentre nei Campi Flegrei è più fresca e minerale. Ma, lo dicevamo, la falanghina dei Campi Flegrei (da qualche anno doc), coltivata nei luoghi della prima colonia ellenica, è certo la più antica: i contadini ancora l'allevano alla maniera greca classica, ossia con una selva di pali (le falangae, appunto, da cui il nome) nel vigneto, mentre le moderne colture di qualità prediligono il guyot.
Naturalmente ad alte rese, la falanghina è stata nel passato sfruttata più per la quantità che per la qualità, spesso come uva (e vino) da taglio per la notevole acidità. Nonostante sia perlopiù di pronta beva, da qualche tempo si sta tentando di renderla più complessa e strutturata attraverso vendemmie tardive e l'uso della barrique. Nell’area flegrea, il vino rosso viene invece perlopiù dal piedirosso, localmente detto per’’e palummo (piede di colombo), altro vitigno di origine greca considerato oggi “migliorativo” e utilizzato soprattutto per ammorbidire l’aglianico.
Il vino più famoso del Vesuvio, “sopravvissuto” a decine di celebri vini della zona, è invece il Lacryma Christi bianco, rosato e rosso. Un nome che richiama molte leggende ma soprattutto, immediatamente, l’immagine del Vesuvio che sovrasta, come un gigante buono, il golfo di Napoli. Decantato già a partire dal ‘500, deve gran parte della sua fama alla versione dolce anche se il Lacryma Christi (sottozona della doc Vesuvio) in versione secca è un vino molto piacevole e “beverino”. Il bianco è un uvaggio di coda di volpe, falanghina, verdeca e greco, con una struttura e una gradazione alcolica leggermente superiori al rosso: presenta al naso aromi fruttati e tendenti al minerale. Il rosso è a base di piedirosso e sciascinoso: colore scarico e poca struttura lo rendono un vino di pronta beva, senza grandi pretese ma facilmente abbinabile a una cucina di mare “ricca” e a base di pomodoro. Vino vesuviano è anche il Gragnano, fino a qualche anno fa, con il “cugino” Lettere, classici vini da cantina: rossi frizzantini, leggermente abboccati, derivanti da piedirosso, aglianico e sciascinoso, questi Lambruschi del sud si adattano magnificamente alle classiche salsicce coi friarielli della cucina napoletana.

L’Irpinia dei miracoli
Terra di grande storia, di paesi che sembrano essersi fermati nel tempo, colpita al cuore dal terremoto dell’80 che fece diecimila morti, l’Irpinia è la patria dei più grandi vini della regione, innanzitutto il Taurasi - fino a poche settimane fa unica docg della Campania, ora affiancata da due immensi bianchi, il Fiano e il Greco. Dall’aglianico che vive sulle zolle calcaree, pietrose e argillose nell’area dell’antico borgo di Taurasi, allevato perlopiù a spalliera bassa, dopo tre anni di invecchiamento necessari a domare tannini ribelli e impetuosi, nasce il Taurasi, vino complesso, concentrato, elegante, vero e proprio Barolo del Sud, dalla personalità affascinante e unica. Vino difficile, ostico ma infinitamente grande, ha angoli difficili da smussare e nel complesso, se non viene vinificato con attenzione, all'inizio non dà il meglio di sé. Eppure è il vino più affascinante e di spessore fra quelli campani. D'altra parte la stessa etimologia sembra confermare "l'amarezza" dell'aglianico affondando più che nel generico "hellanico" (greco, appunto, dalle sue origini) nella parola "a-glucos", ossia senza zucchero, forse specchio di sensazioni gustative legate alle giovanili asprezza e astringenza.
Dall'aglianico, a seconda del terroir, nascono vini diversi ma legati dal filo rosso di un'austera muscolosità che culminano proprio nel Taurasi, un vino che si taglia col coltello ma che non è mai soverchiante né eccessivo. Nella sua espressione più alta, è infatti elegante, con una buona dose di tannini derivanti dal suolo calcareo, ma morbidi e avvolgenti, con un buon frutto e forti sentori di spezie già a pochi mesi dalla vendemmia. Ha notevole capacità d'invecchiamento, anche oltre i dieci anni, e con l'evoluzione raggiunge aromi complessi di liquerizia, sottobosco e caffé fino al mitico goudron (catrame). Grandi risultati si hanno da qualche anno anche con l'Aglianico del Taburno e nel Cilento (ambedue doc), come pure nell'Alto Casertano (doc Galluccio) spesso in blend con il piedirosso. L’aglianico, protagonista anche nella doc Sant’Agata de’ Goti, più di altre uve mette a dura prova la pazienza dei vignaioli: per tirarne fuori un grande vino ci vuole tanto lavoro in vigna e doti di attendismo fuori dal comune. Eccezionali anche i bianchi, greco di Tufo e fiano, forti, concentrati e profumati, di grande serbevolezza: sono certamente i vini campani più conosciuti extra moenia. Il greco di Tufo, vitigno ellenico, fa parte della famiglia delle uve greche presenti, con vari nomi, un po' in tutt'Italia. Questo greco, però è diverso: fino a qualche decennio fa, infatti, Tufo, piccolo centro dell'Avellinese, viveva non di vino ma di zolfo. Un terroir particolare che restituisce a quest'uva, e al vino, profumi e caratteristiche del tutto peculiari. Rispetto al cugino fiano ha minori profumi ed è più nervoso e difficile da interpretare. Il nome fiano potrebbe derivare da apianum, ma più che per la dolcezza dell'uva, che attirava le api, per il fatto che queste si posavano sul grappolo lasciato ad appassire leggermente sulla pianta per ottenere un vino dolce. Proprio per questo il fiano è stato per anni "ai margini", poco conosciuto e apprezzato, riscoperto solo da quando si è iniziato a vinificarlo secco. Vitigno tipico dell’area irpina, da qualche anno sta dando grandi risultati, in struttura e profumi, anche nel Cilento. Trapiantato da qualche tempo anche in Sicilia, è certamente uno dei vini più eleganti del Sud: basse rese naturali, grandi estratti secchi, il fiano è complesso, strutturato, con profumi di frutta matura, anche tropicale, di fiori gialli carnosi e sentori di nocciola. Lo aveva capito, prima degli altri, nel XII secolo, Federico II che lo richiedeva per i pasti di corte e poco dopo Carlo d’Angiò che fece raccogliere 16mila “marze” di fiano per trapiantarle in Puglia dove ancor oggi, nell’area di Castel del Monte, è diffuso.

La storia in un bicchiere
Il vino più famoso dell’antichità, in assoluto, fu il falerno. E fu anche la prima doc del mondo perché, per la prima volta nella storia, il vino fu identificato nel territorio, ossia in quell’Agro falerno sui cui confini si sono accapigliati per secoli gli studiosi ma che doveva avere il cuore nella zona tra Mondragone, Falciano e Carinola, ai piedi del monte Massico e che si estendeva lungo l’asse dell’Appia. Il Falerno rimarrà a lungo, in epoca romana, l’unico prestigioso vino italiano, circondato da leggende e ripetutamente citato nei testi classici, da Silio Italico a Polibio, da Catullo a Plinio, da Terenzio Varrone a Orazio. Con la decadenza dell’impero romano, il Falerno fu dimenticato fino agli anni ’50 quando il primitivo prima, l’aglianico poi, trovarono in quel pezzetto di terra il loro habitat migliore. Non esiste, infatti, in Campania, un terroir con maggior personalità dell'agro falerno. E non ci sono in regione altri disciplinari che prevedano per una doc l'uso alternativo di vitigni. Questo vino corposo ed elegante può infatti nascere tanto dall'aglianico che dal primitivo. Il Falerno da aglianico (si può usare fino al 20% di piedirosso) si presenta complesso, muscoloso, con tannini "puntuti" che hanno bisogno di tempo per divenire vellutati. Dotato di buona sapidità e profumi di frutti maturi, si esprime al meglio dopo almeno un paio d'anni di affinamento e, nel tempo, migliora. Il Falerno da primitivo, invece, è immediatamente più prorompente, con una notevole alcolicità, molto morbido e piacevole anche da giovanissimo: regala bei sentori di frutta sotto spirito e spezie dolci.

Tesori chiamati Divina Costiera, Ischia & Capri
Tra Sorrento e Amalfi si concentrano i maggiori tesori paesaggistici della regione, ammirati in tutto il mondo e, da qualche anno, anche vini interessanti. Montagne che degradano velocemente verso il mare, terreni calcarei, clima caldo, ventilato, dove la salsedine gioca un ruolo non secondario con notevoli escursioni termiche a metà costa: nascono così vini eleganti, profumati e potenti (soprattutto nella zona di Furore) protetti dalla doc Penisola sorrentina. Falanghina e biancolella sono alla base dei bianchi cui si aggiungono vitigni tradizionali come ginestra, pepella e fenile mentre i rossi nascono da piedirosso, sciascinoso e, in qualche caso, aglianico. Nelle zone interne troviamo, negli omonimi paesi, Gragnano e Lettere: vini leggeri, frizzantini, con leggero residuo zuccherino, ottimi da abbinare con una cucina di terra un po’ grassa. Diverso il discorso delle isole dalle quali bisogna escludere Procida, dove non c’è più traccia di uve (e vini) locali. E’ Ischia, antica Oenaria, a produrre i migliori vini da antichi vitigni autoctoni, biancolella, forastera, per’’e palummo, guernaccia, arilla. Un tempo serbatoio di vini da taglio per tutta l’Europa, è stata tra le prime aree in Campania a puntare sull’alta qualità nonostante l’enorme difficoltà della coltivazione. Isola fertilissima, vulcanica, con terrazzamenti mozzafiato, fino a 6-700 metri, continua a restituire vini dalla forte personalità grazie anche ad un terroir fatto da un mix di salsedine e terreni ricchi di pomici, sciolti, polverosi, ricchi di potassio e fosforo. Oggi le poche aziende produttrici di Ischia utilizzano, per lavorare su centinaia di superfici terrazzate, strettissime e a picco sul mare, delle piccole monorotaie che consentono il trasporto su enormi dislivelli, di uomini e motocoltivatori. Il vino biancolella, di colore paglierino, è armonico, di media struttura, al sapore lievemente ammandorlato con sentori minerali: regge bene anche ad un medio affinamento in bottiglia. Meno pregiato il forastera, di pronta beva. Il per’’e palummo, nome dialettale del piedirosso, è morbido, armonico, con una buona acidità che si può trovare anche in uvaggio con la guernaccia, più strutturata e complessa. Capri, invece, ambasciatrice d’Italia nel mondo, ha del tutto dimenticato la sua (già scarsa) vocazione agricola e, col Capri doc, mantiene viva una piccola produzione a base di greco, falanghina e biancolella per i bianchi e di piedirosso per i rossi.

La strada del vino passa per il Sannio
La grande, vera strada del vino della Campania passa per il Beneventano, l’antico Sannio: solo qui è possibile percorrere in auto chilometri e chilometri di strade immerse tra le vigne che rappresentano una delle attività principali del territorio. Dalle pianure del Volturno e del Calore fino al massiccio del Matese, il paesaggio cambia continuamente ma resta il filo rosso di un’area poco conosciuta dal turismo di massa con paesi e tradizioni tutte da scoprire. E’ l’unica provincia dove sono nate ben tre cantine sociali: Solopaca, Taburno e Guardiense. La qual cosa fa intuire che per molto tempo si è puntato più sulla quantità che sulla qualità anche se l’inversione di rotta, in questi ultimi anni, è stata per fortuna sensibilissima. La presenza di cantine sociali però non ha favorito come altrove (con qualche eccezione, ovvio) la nascita di piccoli produttori di qualità anche se, negli ultimi anni, anche le Cantine sociali si stanno riconvertendo, magari con produzioni di nicchia, al discorso della qualità. I vitigni che dominano in quest’area sono - per i bianchi - falanghina e greco (doc Sant’Agata de’ Goti), con trebbiano, coda di volpe e malvasia (per le doc Solopaca, Taburno e Guardiolo) in percentuali diverse mentre per i rossi prevale l’aglianico (doc aglianico del Taburno) ma sono presenti massicciamente anche sangiovese e barbera del Sannio. Quella di Solopaca è la doc più “ampia” della Campania, 1228 ettari vitati, e una delle più conosciute proprio perché, grazie alla quantità, il Solopaca entrava - quasi sempre sfuso - in tutte le cantine d’Italia. Destino che lo unisce al Guardiolo di Guardia Sanframondi, altro piccolo centro del Sannio dove ogni 7 anni si svolge uno dei riti religiosi più antichi e cruenti d’Italia, la processione dei Battenti (quest’anno, il 15 agosto). Tutta nel solco della vendemmia, invece, la settembrina Festa dell’uva di Solopaca, con grandi carri decorati da chicchi d’uva infilzati uno ad uno con degli spilli a una struttura di legno e cartapesta: vere e proprie composizioni artistiche che sfilano per il paese.

Caserta fra vecchio e nuovo
Il Casertano, un tempo Terra di Lavoro, è una delle aree più variegate sotto il profilo territoriale. Si va infatti dalla costa domiziana fino alla pianura aversana e alle zone collinari e montane di Roccamonfina e del Matese. E’ la patria del celebre Falerno, ma anche la provincia che forse più tardi, ma recuperando ampiamente, si è impegnata negli ultimi anni sulla qualità. Il cuore dell’alto Casertano vinicolo è nell’area del vulcano spento di Roccamonfina, dove i terreni vulcanici dal medio impasto argilloso conferiscono ai vini austerità, serbevolezza e buona acidità (doc Galluccio) mentre nella zona del Massico il Falerno “ruba” ai terreni sciolti della zona pedemontana e a quelli calcarei-argillosi dell’area più a valle, eleganza e grandi profumi. Le uve maggiormente coltivate sono, per i bianchi, falanghina e coda di volpe (in ambedue le doc) mentre nei rossi predominano aglianico e primitivo. L’agro aversano, la cosiddetta terra dei mazzoni (dalla tecnica della mozzatura delle mozzarelle di bufala), è noto per l’asprinio, che fu molto amato da Mario Soldati, acido, tradizionalmente di bassa gradazione, molto adatto alla spumantizzazione. I terreni limosi-argillosi tipici delle zone alluvionali danno enorme vigoria alle viti. Lo dimostrano i pochi impianti tradizionali sopravvissuti alla cultura etrusca, ancora “a festone” con la vite maritata a “tutore vivo” - olmo o faggio. - dove ogni pianta ha una resa enorme con conseguente bassa qualità del prodotto. L'asprinio, vero e proprio monumento naturale, disegna l'immagine stessa del territorio aversano. Fino a una ventina d'anni fa le piante venivano portate ad altezze impressionanti, venti-trenta metri e molto distanziata da terra per consentire una coltura mista. Raccogliere l'uva d'asprinio su lunghe e strettissime scale era un'impresa che metteva a rischio la vita. I grappoli, spesso su tralci distanti dal tronco anche 15 metri, non arrivavano mai ad una maturazione ottimale e quello che ne derivava era un vino leggero, di 7-8°, con una spiccata acidità, che andava consumato nel giro di pochi mesi dalla vendemmia e avendo cura di tenere le botti nelle fresche, antiche cantine in tufo di cui i centri storici dell'Agro aversano sono piene. Le moderne tecniche di allevamento a guyot o a cordone speronato consentono oggi di progettare vini con un’acidità meno marcata e un grado alcolico nella media. Negli ultimi anni, infatti, per compiacere un gusto che predilige vini morbidi, si tenta di equilibrarlo sia attraverso una coltivazione bassa che ne favorisce la maturazione sia con tecniche di vinificazione più attente. E dalle uve delle vecchie viti maritate si ottiene uno spumante di ottima qualità, che sfrutta proprio la spiccata acidità delle uve. Il vino invece si presenta di colore giallino con riflessi verde clorofilla, forti note floreali e sentori leggermente agrumati. Resta comunque un prodotto di nicchia, da bersi giovane, sopravvissuto in pochissime vigne (neanche 100 ettari complessivi) e vinificato da pochi coraggiosi.
La nuova frontiera del Casertano è però nella valle del medio Volturno dove da qualche anno si stanno riscoprendo due antichi vitigni autoctoni dimenticati, pallagrello (bianco e nero) e casavecchia. Il pallagrello è una delle poche uve italiane a bacca bianca e nera mentre il casavecchia, vitigno misterioso (forse l’antico Trebulano) presente in una microarea dove sono produttivi ceppi centenari su piede franco, affascina per la sua “tipicità” di profumi e sapori. L'uva "pallarella", ossia il pallagrello, prima di essere dimenticato (e poi riscoperto) aveva avuto uno sponsor d’eccezione: Ferdinando IV di Borbone, che lo volle nella bella e raffinata Vigna del Ventaglio di San Leucio a Caserta - un vigneto disegnato come un ventaglio con dieci filari.
Ambedue i vini in pochi anni sono diventati il simbolo della riscossa e della rivincita dei piccoli, dimenticati vitigni autoctoni.

La calda frontiera del Cilento
Il Cilento si estende su un’area molto ampia che va dalla piana del Sele all’alta collina cilentana, dove il clima è molto influenzato dal mare e il terreno è prevalentemente calcareo.
E’ una zona vitivinicola in grande fermento, dove stanno emergendo piccole produzioni di alta qualità legate a vitigni tradizionali ma anche internazionali e a una classe di vitivinicoltori giovani e agguerriti. La vicinanza col mare fa prevalere nei bianchi profumi intensi, sapidità e freschezza. Le doc cilentane sono tuttavia molto permissive nell’uso di uve “straniere”: la doc Castel San Lorenzo consente per i bianchi l’uso di trebbiano toscano e malvasia, per i rossi sangiovese e barbera e addirittura prevede doc per barbera o moscato.
Più ancorata al territorio, invece, la doc Cilento che predilige fiano e aglianico. Nelle realtà migliori, si tratta di vini caldi, morbidi e solari. Il Cilento è, però, anche terra di grandi vini da uve internazionali. Piccolissime aziende, con il loro lavoro appassionato, hanno avuto il merito di far accendere i riflettori su un’area ritenuta erroneamente marginale.

 
   
 
 
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