Le relazioni dell’importante convegno di Milano e le prospettive di intervento
a cura di Andrea Bonini e Marc Tibaldi
Il 29 maggio si è svolto, al Leoncavallo di Milano, DeCo&Demo. Convegno nazionale su denominazioni comunali, tracciabilità dei prodotti agroalimentari, democrazia partecipata. È stato un momento importante e partecipato – oltre 300 persone tra sindaci, amministratori, cittadini, giornalisti - di confronto e proposizione, ricco di molteplicità ideali e di pratiche concrete. Abbiamo riassunto parte dei molti interventi cercando di dare uno spaccato significativo della giornata e le proposte di lavoro per il futuro.
Orazio Olivieri. Le De.Co.: legittime e legali!
La legittimità delle Denominazioni Comunali è fuori discussione - le circolari ministeriali sono del tutto false - oltre che per il diritto naturale, oltre che per la legge costituzionale n.3 già citati da Veronelli, anche per alcune sentenze della Corte di Giustizia di Lussemburgo che non danno adito a dubbi interpretativi. Tra queste particolarmente esemplari sono la sentenza del novembre 1992 sul torrone di Alicante e la sentenza sulla Birra Warsteiner.
La prima nasce dal fatto che un produttore francese, sfruttando il successo del torrone spagnolo di Alicante, ne fabbricò in Francia. I produttori spagnoli contestarono questo fatto ma, tanto il governo francese quanto la Commissione Europea si pronunciarono a favore del produttore francese in base al fatto ch'egli specificava in modo chiaro sull'etichetta essere quel torrone prodotto in Francia. Gli spagnoli fecero quindi ricorso alla Corte di Giustizia Europea che con una sentenza sancisce come la posizione della Commissione Europea debba essere disattesa, chiarendo i mezzi di distinzione dei prodotti agroalimentari sono sì le Dop, Igp etc, ma anche le indicazioni semplici che vanno parimenti tutelate (v. testo sentenza!)
La seconda nasce su ricorso di un'associazione di consumatori contro la denominazione di Birra Warsteiner (nome di una regione tedesca) utilizzato da una società che aveva - oltre allo stabilimento nella regione - altri in altri luoghi, i cui prodotti non avrebbero quindi avuto il diritto di fregiarsi di tale nome. La Corte di Giustizia ha dato loro ragione.
La Denominazione Comunale è legale e legittima e le circolari ministeriali, regionali etc sono del tutto false. Purtroppo, per l'ignoranza diffusa in proposito, gli amministratori ne sono rimasti fortemente intimoriti.
Sconsiglio comunque d'intraprendere iniziative legali a favore della De.Co. che sarebbero cassate dagli organi europei poiché gli stati membri, in questo campo non possono intervenire.
Daniele Farina (C.S. Leoncavallo). Reti e collaborazioni
Credo invece nella possibilità di azioni politiche accanto a provvedimenti e manifestazioni volti a dare spazio, a far conoscere le iniziative comunali e a metterle in relazione. La Denominazione Comunale, i Comuni che l'hanno sostenuta, potrebbero diventare quel coordinamento che manca alle diverse esperienze di consumo creando un incontro tra organizzazioni di consumo/comuni/De.Co. Si potrebbe creare una sorta di rete tra queste realtà di consumo e i comuni ad "alta densità di prodotti" per una riscoperta delle culture e colture dei territori, contro i localismi senza consapevolezza globale.
Giorgio Ferraresi (Rete del Nuovo Municipio). Spazi di vita e produzione
Il ruolo dei comuni nei processi di responsabilizzazione nella gestione del territorio, della cosa pubblica, della democrazia e della produzione nel territorio.
Nei comuni, meglio municipi (comprende le istituzioni in relazione alla società) si è storicamente organizzato un momento generativo della democrazia, ma anche il momento generativo di ogni forma di generalizzazione e trasformazione territoriale. Ritornare al nucleo comunale, municipale in un momento di deprivazione di sovranità, in un momento di degrado radicale della democrazia, di disposizione di sovranità nella gestione della nostra vita di ciò che noi produciamo, che facciamo con le nostre mani e come viviamo il territorio a causa del dominio delle multinazionali, del mercato unico, della distruzione delle differenze. Si creano istanze che trovano nel nucleo comunale un momento alto di rinascita. Questo sostiene la Rete del Nuovo Municipio attraverso immissione di quote rilevanti di democrazia diretta nella democrazia morente unitamente a pensieri ed obiettivi di sviluppo sostenibile per discutere il destino della popolazione e del territorio attraverso una responsabilità diacronica, attraverso l'azione in laboratori territoriali viventi.
Tutto questo percorso ha radici pre - Porto Alegre, nei tentativi di creare spazio pubblico, di interrompere certi meccanismi produttivi e di crearne di nuovi.
L'economia attuale come consumo di territorio, cade la distinzione tra spazio di produzione e spazio di vita. Le prospettive sono a questo punto due: o proseguire nel consumo del territorio per le tasche delle multinazionali, o creare un ciclo di riproduzione delle risorse naturali. Vogliamo esaltare le differenze e metterle in rete. Le De.Co. come tema cardine del Nuovo Municipio che, oltre a diffondere e a sostenere questa realtà, mette a disposizione territorio per creare alternative.
Angelo Pagliaro. La De.Co al Sud
Le reazioni registrate, nel corso dei numerosi incontri, avuti in questi ultimi anni nel mio lavoro di divulgatore agricolo, sono state le più disparate.
Alcuni sindaci hanno accolto con entusiasmo e coraggio la proposta, hanno deliberato la De.Co. e lavorano per una suo corretto utilizzo; altri hanno manifestato immediatamente il timore che la De.Co. possa ostacolare le attribuzioni di marchi quali la D.O.P., l’ I.G.P.ecc; altri ancora l’hanno interpretata in modo restrittivo, iscrivendo nei registri solo alcuni prodotti molto noti a livello locale.
Bisogna intensificare gli sforzi e finalizzarli ad una maggiore comprensione dell’importanza delle Denominazioni Comunali di Origine le quali permettono alle genti di ogni singolo comune d’Italia, di condividere una relazione fatta di memoria e di identità, di cultura e di libertà con i propri prodotti, invitano ad un’etica della responsabilità i consumatori e in quanto strumento di modernità, evitano la “mummificazione” del cosiddetto “prodotto tipico”, recuperando la tradizione ed andando avanti nella notifica di “piatti di culture”, moderni e ricchi di alterità, aperti a contaminazioni.
Il nostro lavoro incontra minori difficoltà nei comuni in cui esistono associazioni di commercianti, produttori, coltivatori, consumatori organizzati in gruppi di acquisto solidali, nelle realtà dove si sperimentano forme di municipalismo di base, dove si sono riattivati circuiti di commercializzazione dei prodotti agricoli estranei ed alternativi ai mercati tradizionali, e dove si sono svolte azioni di recupero e rinaturalizzazione di zone agricole mortificate, a vantaggio di quel che resta del cosiddetto “paesaggio agrario”.
Il paesaggio agrario, l’unica risorsa che rimane al Sud dopo il fallimento delle politiche industriali, lo si è voluto mettere ancora una volta alla prova. Sono noti a tutti i casi di Scanzano Ionico, Reggio Calabria, Pollino, dove popolazioni intere “consapevolmente irriverenti”hanno difeso la madre terra dalle scorie nucleari, dai termovalorizzatori, dalle discariche facendo comprendere, all’Italia intera, che il paesaggio è un bene collettivo.
Da una parte si decanta la dieta mediterranea, dall’altra si vuole avvelenare, irreversibilmente, la terra sulla quale vengono coltivati i prodotti che la compongono.
Qualcuno crede, non solo in America, che la dieta mediterranea sia l’insieme di prodotti italiani cucinati in modo più o meno tradizionale ovunque coltivati. Amiamo sottolineare, ogni volta che ci viene offerta l’occasione, che i nostri piatti tradizionali, le nostre ricette sono il frutto delle rotazioni e delle consociazioni colturali tipiche degli agroecosistemi meridionali, di legami con la storia dei luoghi, con le comunità, con la memoria e l’identità, con il territorio modificato e modellato. Grano alternato a pomodoro nella terra, ed ecco la pasta al sugo, grano seguito da leguminose ed ecco sulla tavola un piatto di “lagane” e ceci. Quando penso a questa corrispondenza ed all’arricchimento successivo di questi semplici piatti con cotiche di maiale e peperoncino “bagnati”, come si usa dire, da un calice di Verbicaro o Greco di Bianco, o da un San Vito di Luzzi, mi chiedo come si fa a preferire, alla notifica De.Co. del sindaco del paese, quella di un funzionario o di un sottosegretario che risiede a Bruxelles e che nulla conosce della nostra terra.
Altre due leve ritenute importanti per lo sviluppo del sistema locale sono stati il “biologico” ed il “tipico” e su esse occorre operare una breve riflessione.
Come in tutte le regioni d’Italia anche in Calabria abbiamo assistito all’incremento esponenziale delle aziende biologiche certificate, (l’AIAB da sola ne certificava 6000, oggi, finiti i finanziamenti, sono ridotte a meno di 2000) e all’affermazione dei cosiddetti prodotti tipici.
I moderni imbalsamatori dei cosiddetti prodotti tipici dimenticano che più che dei prodotti siamo interessati alla conservazione dinamica della biodiversità, al recupero e diffusione delle varietà locali (che sono qualcosa di diverso dalle risorse genetiche autoctone) e soprattutto alla tutela e valorizzazione dei serbatoi di conoscenza contadina da tramandare.
Chi studia il circuito terra – prodotto - relazioni sociali sa bene che siamo interessati alle implicazioni sociali del processo produttivo, alla qualità agroalimentare quotidiana dei nostri “vicini di casa”, a migliorare l’alimentazione nelle mense delle scuole dei nostri piccoli paesi, a perpetuare quel famoso termine con il quale i nostri anziani chiamano i beni della terra“il bene mio”. I cibi non sono merce, la loro qualità non è solo dovuta ai moderni processi di trasformazione, sono l’incarnazione del mal di schiena e delle bestemmie del contadino sotto il sole, sono le gocce di sudore che nel terreno e nei frutti si trasformano in gocce di sapore, sono il sapere e la saggezza millenaria, sono il pensiero e l’anima che urla di fronte al “roteare dei calici televisivi dei vignaioli modaioli”, di fronte alla saccenteria dei cuochi “colti” che erroneamente ringraziano Cristoforo Colombo per aver introdotto in Italia la pianta di olivo.
Massimo Angelini. L’autocertificazione
Vorrei portare all'attenzione di tutti alcune problematiche legate alla comunicazione dei prodotti agroalimentari. L'Italia è percorsa da Talent Scout che girano le campagne alla ricerca di prodotti da sparare nei media o da inserire nei loro protettorati. Un prodotto che vive nel mercato di prossimità viene richiesto all'improvviso da tutti e, proprio da questa eccessiva domanda, nasce un nuovo mercato che altera - se non muta totalmente - il prodotto stesso. Oggi è in atto un eccessivo marketing della tipicità, abbiamo più gente che parla di agricoltura che contadini. Ciò comporta una delocalizzazione dei prodotti, una perdita di controllo sul prodotto stesso da parte di coloro che lo producono a favore dei mediatori.
A proposito di certificazioni, alcune problematiche su cui riflettere.
Ora sono promosse da enti locali che invitano - coprendone anche in parte o del tutto i costi - a certificarsi, ma per dimostrare cosa? nel mercato di prossimità le certificazioni sono completamente inutili. La gente sa e conosce con l'informazione diffusa, con il pettegolezzo se c'è qualcuno che fa il furbo, che lavora male.
Le certificazioni hanno anche controeffetti. Se in un primo momento sono pagate con l'aiuto degli enti locali, quando questo aiuto decadrà, molti produttori dovranno riservare una quota rilevante del proprio lavoro al pagamento delle certificazioni. Da ciò deriverebbero ricarichi sul prodotto che uscirebbe - per il costo eccessivo - dal mercato locale, sarebbe venduto "ai milanesi".
Quindi, o il meccanismo di certificazione espelle i piccoli produttori che non hanno produzione sufficiente per assorbirne i costi, o espelle il prodotto dal mercato locale.
Un disciplinare poi rende uniformi i processi produttivi e la certificazione, comunque, presuppone che il contadino dica il falso: noi dichiariamo sulle etichette tutto il lavoro che facciamo, apponendo su ognuna una firma del produttore, con il rischio di falso in scritto privato o frode in commercio.
Luigi Veronelli
Risolvere il problema di comunicazione e commercializzazione concordata con i produttori e il territorio attraverso la creazione di agenzie comunali di vendita. La commercializzazione ha però anche il vantaggio di far rivivere e ri-diffondere colture quasi scomparse e preziose (es. pera madernassa).
Pino Tripodi, Sergio Cusani (Banca della Solidarietà). Il matrimonio tra prezzo sorgente e De.Co.
E’ importante costruire percorsi di pensiero e pratica tra elementi di universalità e aspetti di territorialità e comunalità. Elemento fondamentale è il deficit enorme che si è venuto a creare, è il deficit di fiducia, l’idiosincrasia tra aspetti di produzione e quelli di consumo. Occorre quindi ricostruire un binario da dove finanza, economia, produzione hanno deragliato. Parole semplici: massima tracciabilità dei prodotti e dei prezzi. Occorre costruire una filiera di coproduzione che mette assieme l’origine con l’elemento finale del consumo. Costruzione della massima tracciabilità dei prodotti e dei prezzi attraverso le relazioni sociali, ossia i rapporti di produzione. La De.Co. è elemento fondamentale di questa operazione perché permette di ricostruire l’origine dei prodotti e la filiera tra culture e colture. A questo dobbiamo aggiungere un altro elemento risolutivo: il prezzo sorgente, cioè il prezzo al quale i produttori vendono i propri prodotti. Non vogliamo imporre i prezzi, lungi da noi la volontà di imporre qualcosa, l’importante è che il consumatore abbia la possibilità di ricostruire a suo beneficio la tracciabilità, cioè il percorso fatto dal prezzo (oltre che dal prodotto) e individuare se l’elemento di fiducia - che il produttore, il commerciante, il distributore hanno costruito - sia meritevole e quindi decidere l’acquisto. Questo potrebbe ridurre la filiera commerciale, ridurre il groppo di appropriazione che avviene alle spalle di consumatori e produttori. Abbiamo iniziato a farlo con il vino ma si potrà/dovrà estenderlo a tutti i prodotti. Inoltre, è necessario aggiungere il sistema dell’autocertificazione e dell’etica della responsabilità in modo di determinare un elemento che mette assieme un circuito virtuoso tra qualità dell’ambiente, dei prodotti e delle realzioni sociali. Le De.Co. possono divenire così l’elemento fiduciario forte cui ogni produttore può sostenersi.
Carlo Barbieri (Coop Italia)
Nel 1854 nasce la prima cooperativa di consumo, la Coop ha 150 anni di esperienza ed è l’unica grande distribuzione italiana. È una grande distribuzione anomala perché ha i piedi sul territorio, perché ha i soci sul territorio. Per questo credo possibile la valorizzazione delle De.Co. attraverso la Coop, credo sia possibile tenere assieme impegno sociale, valorizzazione del territorio e politica dei prezzi. Abbiamo iniziato questo percorso valorizzando il vino della casa circondariale di Velletri, il carciofo violetto della Val di Cornia, il peperone di Pontecorvo…
Roberto De Donno (Università di Bari)
La De.Co. è lo strumento giuridico che consente al Comune di tutelare e al contempo rilanciare in campo nazionale ed estero un prodotto tipicamente del luogo. Inoltre, permette ai singoli comuni di certificare il prodotto come “manufatto locale”, assicurando il consumatore sulla genuinità e l’autenticità dello stesso. Infatti, in tal senso l’adozione della De.Co. dà al consumatore la possibilità di informarsi dettagliatamente sulle caratteristiche del manufatto acquistato: la città di provenienza, l’albero genealogico, le tecniche artigianali richieste per la preparazione, gli ingredienti e ogni minima particolarità che possa rassicurarlo e al contempo incuriosirlo sempre di più circa il luogo ed il contesto socioeconomico della filiera produttiva.
Per questo motivo ho accettato di lavorare sul progetto della De.Co., convinto grazie anche ai continui colloqui con esperti e operatori sia a livello nazionale che locale, come essa possa essere e divenire un strumento di marketing territoriale, vale a dire un mezzo efficacissimo per lo sviluppo e la promozione del prodotto tipico e successivamente lo sponsor ufficiale dell’intero territorio locale.
Il mio obiettivo è quello di trasferire a chiunque sia impegnato all’interno degli Enti locali (comuni e province) gli elementi base affinché si utilizzi la De.Co. nel miglior modo possibile, soprattutto per quel che concerne gli indirizzi programmatici nella valorizzazione e promozione di una città, di un luogo e di un territorio.
La mia esperienza di studi e di ricerca nell’applicazione delle metodologie del marketing territoriale mi dà la convinzione che la De.Co. sia il vero strumento di crescita sostenibile per una città o per una area geografica, in cui l’aspetto ambientale e culturale è il suo punto di forza, mentre quello storico e sociale il suo valore aggiunto.
Per fare questo occorre: 1. Costituire un comitato tecnico scientifico che lavori al coordinamento e allo sviluppo del progetto; 2. Implementare il portale internet; 3. Organizzare un master universitario sulle De.Co., per formare dei giovani che valorizzeranno il lavoro sul territorio; 4. Pubblicare un guida ai comuni e ai prodotti De.Co; 5. Creare un coordinamento tra Coop e possibili Fiere De.Co.
Davide Biolghini (Reti di Economia Solidale)
È necessario creare una rete dei cantieri sociali (gruppi di acquisto solidale, commercio equo, consumo critico, finanza etica). Valorizzare il progetto locale in un nuovo rapporto città-campagna creando economia diversa, relazionando sensibilità e progetti. Solo con lo sviluppo di un tessuto alternativo si potrà valorizzare realmente la diversità dei prodotti della terra che non tollerano la standardizzazione di marketing, strategie patinate e superficiali, grande distribuzione, gigantismo canceroso.
Franco Argeri (sindaco di Pieve Emanuele, presidente dell’assemblea dei sindaci del parco agricolo sud Milano)
La vecchia e cancerosa metropoli che attraverso una politica miope non riesce a instaurare un nuovo rapporto città-campagna-territorio, ma continua a distruggere la posibilità di armonia ambientale. Vorrei che la De.Co. permettesse di vivere agli agricoltori che lavorano nelle zone limitrofe alla città di vivere degnamente e di non abbandonare e quindi difendere i propri terreni. Nel nostro caso, favorire la crescita di progetti sociali di valorizzazione del territorio e dell’agricoltura, anche con delle fiere dei prodotti De.Co. La difficoltà verificata è che molti agricoltori vendono la propria produzione ai grandi marchi dell’agroindustria (Gallo, Scotti) ed è quindi difficile far cambiare impostazione. Siamo riusciti a convincere ad attuare la diversificazione dei prodotti e la diversificazione del canale di commercializzazione. La strada non è solo quella della valorizzazione della De.Co. ma anche quella della sua proposizione e valorizzazione.
L’onorevole Alfonso Gianni ha evidenziato che grazie al movimento dei movimenti finalmente gli argomenti legati a terra, agricoltura, alimentazione sono considerati strutturali e primari, non più sussidiari. Mimmo Lavacca (Associazione Assud) ha sottolineato il problema di certe organizzazioni sindacali che ostacolano l’attuazione della De.Co. ed ha invitato a “scendere” tra gli agricoltori per verificare resistenze e possibilità. Claudio Calì, dell’azienda Rocca di Castgnole in Gaiole in Chianti, ha fatto notare la possibilità di usare la De.Co. – in campo vitivinicolo – come cru e valorizzazione del territorio. Carmelo Drago, assessore del comune di Modica (de.Co. per il cioccolato modicano), ha ricordato che la forza delle De.Co. sta nella trasversalità politica oltrechè nella valorizzazione dei giacimenti gastronomici e del territorio; mentre gli elementi di debolezza nella non-comunicazione fra comuni e marchio collettivo, invitando a lavorare sul “vissuto” dei comuni che finora hanno addottato le De.Co. Alessandro De Marinis, Verdi, ricordando la proposta della De.Co. per il panettone di Milano, ha indicato come punto fondamentale una battaglia a livello europeo, coinvolgendo le forze politiche europee per un riconoscimento delle De.Co. a Bruxelles.
Conclusioni e rilanci
DeCo&Demo è stato un convegno fertile negli orizzonti di senso, dalla questione meridionale, che è emersa in maniera forte nella sua peculiarità (dove il tessuto produttivo è al bivio tra modelli che hanno fallito e modelli alternativi che salvano la tradizione e la vivificano), al problema dell’agricoltura nelle pianure del Nord, con contadini che sono interni alla produzione agroindustriale, a cui possiamo proporre alternative umane e diverse. La De.Co. diventa momento coagulante di una politica ampia di attacco e proposta, senza attendere la difesa e la resistenza di territori umiliati e utilizzati come aree di servizio.
Le relazioni del convegno ci indicano con forza la possibilità di ricominciare, di rilanciare la De.Co. dopo il boicottaggio burocratico. Grazie alle idee diverse, ricche e molteplici possiamo dire che le De.Co. hanno futuro. Futuro che parte dalla base solida dell’unione con l’idea concreta (e ormai indivisibile) del prezzo sorgente, ma anche da momenti di pensiero, pubblicazioni, portali internet, comitati tecnico-scientifici, fiere-mercato.