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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 78
settembre 2004
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Giulio Gambelli. Maestro assaggiatore
 

 
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Autorevolezza enoica di un grande toscano

di Andrea Gabbrielli

Non è facile far parlare di sé Giulio Gambelli, classe 1925, consulente di lungo corso per tante cantine toscane, provetto “maestro assaggiatore” e padrino di vini storici come quelli di Monte Vertine o di Case Basse. È un personaggio che più schivo non si può, lontano anni luce dai moderni scintillanti meccanismi della comunicazione. D’altra parte, in un mondo dove gli enologi sono sempre più star, uno che sostiene , è quantomeno fuori posto. I racconti glieli devi tirare fuori con la pinza non solo perché è “antico” e gli acciacchi dell’età si fanno sentire, ma per scelta raramente si sbilancia e preferisce farsi una grassa risata: le polemiche non fanno proprio parte del suo stile. Eppure di storie da raccontare ne ha tante. Non ha mai frequentato scuole di enologia però il mestiere l’ha imparato da un maestro davvero eccezionale – il grande Tancredi Biondi Santi - che aveva capito le doti di quel ragazzo: quando assaggiava una partita di vino non sbagliava mai. Non è un caso che più tardi, proprio per il suo finissimo talento di assaggiatore, si sarebbe guadagnato il soprannome di “Bicchierino”.
“Ho iniziato a lavorare nel 1939 quando avevo a 14 anni perché dovevo aiutare la mia famiglia. Tancredi Biondi Santi, all’epoca consulente dell’Enopolio di Poggibonsi, mi prese a benvolere e diventai cantiniere dell’Enopolio di Poggibonsi”. Insomma come inizio di carriera non è stato niente male. Avere Tancredi come tutore significava farsi le ossa con uno degli enologi più preparati del tempo in grado di spaziare dal Brunello – le migliori Riserve del Greppo a tutt’oggi sono ancora le sue - al Fiorano di Boncompagni Ludovisi ai vini calabresi. “Tancredi Biondi Santi era un tipo molto preciso e preparato, aveva una grande conoscenza del vino e grazie a lui ho imparato quanto fosse importante la pulizia in cantina. Ho collaborato con lui per molti anni, anche al Greppo dove ho continuato a lavorare dopo la sua morte e lo stesso ho fatto con l’azienda di Boncompagni Ludovisi. Il principe era un tipo molto aperto anche se scontroso con il personale perché non lo reputava all’altezza – il cantiniere era soltanto un falegname appassionato di vino - e si rendeva conto che l’igiene in cantina era fondamentale. Mi mandava i campioni da analizzare e poi io ci andavo ogni due mesi. Il Semillon era molto buono così come il Fiorano Rosso. Faceva tutto il vino in legno”.
Nel 1963 finisce la collaborazione con l’Enopolio di Poggibonsi “per me fu un dispiacere perché ci stavo bene ma dovevo seguire la tabaccheria dei miei”. Poi finalmente il negozio fu venduto. La sua passione era il vino e fu in quel periodo che iniziò la sua attività di consulente “Molte aziende, oltre a portare le uve all’ammasso all’Enopolio, facevano vino per conto proprio anche in bottiglia e molti chiesero il mio aiuto”. La sua collaborazione più di lunga data è quella con Bibbiano: è un sodalizio che ormai dura da 62 anni e tuttora continua. Agli inizi degli anni Settanta il Consorzio del Brunello lo chiama come consulente. “Era una cosa molto impegnativa. Andavo cantina per cantina ad assaggiare i vini: allora erano per lo più stalle trasformate in cantine con tutti i problemi facilmente immaginabili. Odori di stalla soprattutto ma anche di insaccati perché molti avevano l’abitudine di stagionare prosciutti e salami proprio in cantina. Poi pian piano si sono costruiti delle cantine moderne anche molto belle”. Se le tecniche di vinificazione le ha imparate da un illustre maestro, la straordinaria sensibilità di Gambelli gli ha permesso di diventare uno dei massimi esperti toscani nella vinificazione del Sangiovese. Per lui questo vitigno “più di tanto non dà ma ha un carattere e dei profumi particolari che lo rendono unico. Per ottenere questi risultati l’invecchiamento è importante anche se bisogna rinnovare spesso il legno. Apprezzo la barrique ma quando non è preponderante: la cosa migliore è fare l’assemblaggio tra botte grande e una parte di barrique”. Sostenitore a spada tratta del sangiovese in purezza non ha mai amato i connubi con altre varietà come cabernet o merlot preferendo i tradizionali colorino e canaiolo. “Ho anche lavorato cabernet, merlot e syrah perché sono uve che molte aziende dove lavoro le hanno nel vigneto però sempre vinificate da sole. Sono vitigni che hanno fascino ma solo se sono coltivati e vinificati in azienda, non se sono comprati chissà dove. Questi vini, spesso molto concentrati, sono convinto che a lungo andare daranno dei problemi sia al gusto che al naso mentre gli altri rimarranno integri: quando si concentra si concentrano pure i difetti”.

I suoi vini più famosi sono quelli nati a Monte Vertine a Radda in Chianti, messi a punto a punto con il suo amico d’infanzia Sergio Manetti anche lui di Poggibonsi. Si conoscevano sin da ragazzini e quando Sergio comprò l’azienda fu naturale rivolgersi a Gambelli. Le Pergole Torte, lo storico vino toscano, quando fu presentato per la prima volta fu respinto dalla commissione d’assaggio del Consorzio del Chianti Classico e non ottenne la DOC perché mancava di "tipicità": era fatto con le sole uve sangiovese. “Sergio Manetti credeva molto nel sangiovese e la sua forza è stata quella di riuscire ad imporre il suo vino – dice Gambelli - Credo che il tempo abbia dimostrato che aveva ragione lui”. Tra le sue collaborazioni più importanti quella con un altro poggibensese, Piero Palmucci di Poggio di Sotto a Montalcino, dal Brunello dai toni eleganti e misurati ricco di sfumature o con Soldera a Case Basse ma anche a Rencine, Rodano, Cacchiano, Ormanni, Lilliano nel Chianti Classico e tante altre ancora. Una costante lega tutti questi vini. Nonostante da molti Gambelli sia considerato come il più valido esponente del sistema di vinificazione tradizionale, la sua idea di vino è molto moderna perché si basa sull’attenzione alla pulizia in tutte le fasi della produzione e soprattutto ha un rispetto assoluto dell’uva e della sua integrità. A quasi 80 anni Giulio Gambelli è ancora molto richiesto, anche se a dovuto rallentare i suoi impegni “Mi fa piacere trovare gente che apprezza ancora il mio lavoro” commenta soddisfatto. E tu non fermarti Giulio, ti auguriamo 100 di queste vendemmie.

Giulio, Enologo eccelso
di Luigi Veronelli

Ogni volta che penso a Giulio – tante perché amo i suoi vini – ricordo le isteriche battaglie dell’Associazione Enotecnici Italiani. “Non avrebbe dovuto fare un lavoro consentito solo a chi aveva ottenuto il diploma”.
Giulio ne aveva ottenuti tanti, senza voti e senza scritture ma carichi di gesti passionali. Loro, di contro, studiavano presso le scuole di enologia, tra le peggiori del mondo, per gli interessi industriali che imperversavano con un’unica imposizione: l’ottenimento della maggior quantità di uva. Chi se ne fotteva della qualità?
Il vino era una bevanda per le masse, proprio lo stesso livello dell’infima cocacola. Ho sempre scritto di Giulio come Enologo, con la “E” maiuscola. Giocavo – com’è stato fatto dai responsabili delle scuole enologiche d’Italia tutta – alle tre carte? No, proprio. Per impegno, applicazione, scienza e soprattutto per una sublime capacità di entrare in contatto coi vini, fossero proprio creature con cui colloquiare, occhio, naso e palato, dialettici.
Giulio ha un anno più di me. Ho voglia dell’incontro. Per stringerlo forte a me e per farmi offrire un bicchiere di vero vino.
Anche per avere il nome del giornalista della sua preferenza che scriva – per la mia collana “I Semi” – la sua biografia.

 
   
 
 
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