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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 78
settembre 2004
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Aspettando il Messia
 

 
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La Germania, la Francia, e i fantasmi italiani del vino e dell’agroalimentare

di Ettore Mancini

Poco dopo la crisi di mucca pazza, il ministro per l’agricoltura della Germania Federale, signora Renate Kuenast, aveva reso pubblico il programma di ristrutturazione del sistema agroalimentare tedesco, finalizzato a render sicura l’alimentazione “made in Germany”. Si trattava di cambiare in modo radicale il sistema corrente, impostato su strutture produttive disegnate dalla regola delle economie di scala per render i costi minimi.
Se la regola nuova aveva da essere la sicurezza, allora niente economie di scala, perché la dimensione della struttura deve essere quella ottimale sotto il profilo del controllo sanitario del prodotto, e questa dimensione non è affatto detto che coincida con quella che offre il minimo costo di produzione. Anzi: per lo più il prodotto igienicamente sicuro vien fuori da aziende agricole di contenuta dimensione; e di alto costo produttivo. Ricordo che il rapporto del ministro dava per ottimale, a titolo d’esempio, l’allevamento basato su sessanta capi bovini affidati alle cure di un allevatore, contro la media corrente di stalle gremite da seicento capi. E c’erano- e ci sono – stalle con trentamila capi: in Italia, tanto per esser chiari.
Pensateci, quando addentate una cotoletta sui Trenitalia, e buon appetito.
Ora, il sistema tedesco così disegnato, prevedeva un enorme investimento di risorse del Paese in campagna, perché si trattava di affidare la produzione alimentare a un imponente numero di persone altrimenti impiegate, di ricostituire un gran numero di aziende agricole di contenuta dimensione che cinquant’anni di economie di scala avevano spazzato via nella Germania occidentale; e sopratutto di costituirle ex novo nei Laender dell’Est, dove mai quelle aziende erano esistite, perché il sistema collettivistico marxista s’era trovato ad ereditare il latifondo baronale di stampo prussiano, e ci si era calato dentro con gran soddisfazione, quasi l’avessero fatto apposta per lui.
Il ministro avvertiva i cittadini che lo spostamento delle risorse si sarebbe materialmente concretizzato in una maggior spesa che il singolo avrebbe dovuto affrontare per alimentarsi, e nell’inevitabile contrazione del potere d’acquisto verso altri beni e servizi, ritenuti meno necessari della sicurezza alimentare.
Meno automobili, meno elettronica voluttuaria, meno viaggi. Meno malattie inesorabili.
Siccome di questo disegno politico che a me sembrava di grande importanza, in Italia nessuno aveva parlato (e ti pareva!), un pomeriggio – era di lunedì - che non avevo altro da fare ero andato a parlarne col direttore d’un settimanale economico sul quale ogni tanto scrivevo. “ E no, caro, no davvero: questo noi non lo dobbiamo pubblicare. Ma lei deve capire: questo dei tedeschi è neoprotezionismo, loro vogliono mangiare solo roba loro. Se dicono che spendono quello che adesso si spende in automobili per mangiare carne sicura, allora non si importa più niente a casa loro; la gente lei lo sa com’è fatta, alla pelle ci tengono. E allora cosa facciamo, niente globalizzazione? No, caro, lasci perdere, dia retta.”
E difatti son tornato a zappare quietamente il mio vigneto, essendomi assicurato definitivamente di com’è fatta la libertà di stampa in Italia. Ma lo sapevo già da prima, tanto che quel lunedì pomeriggio ero andato in redazione giusto per fare una passeggiata; e poi per scrupolo, siccome si tratta d’un quotidiano progressista.
E va bene, avete ragione, si tratta di La Repubblica. Inserisco questa precisazione dopo che mi è stato discretamente fatto osservare che restar nel vago non mi si addice. Però devo dirvi che mi dispiace parlarne, perché di quel giornale sono sempre stato lettore e, soprattutto, ho grande stima del fondatore, per le sue opere e per la sua vita, che lui stesso aveva descritto come vissuta “con l’allegria delle opere”.
Quanti ne trovate voi, capaci di lavorare in quel modo e in questo Paese in allegria?

Conoscete Renè Renou? No?
Ma è il presidente dell’I.N.A.O., la massima autorità francese in fatto di denominazione d’origine dei vini. In Italia ha un corrispondente – si fa per dire – nel nostro Comitato per la tutela dei V.Q.P.R.D. eccetera, tanto per render l’idea.
Monsieur le Président è venuto in Italia a dirci che “La viticoltura francese a denominazione d’origine subisce gli effetti di una crisi strutturale sempre più grave, dovuta in particolare allo sviluppo della concorrenza internazionale e alle profonde trasformazioni delle abitudini di consumo del vino.
Il mercato finora caratterizzato da una vivace domanda, oggi richiede sempre meno i vini francesi e gli indicatori commerciali sia per la Francia che per l’esportazione si rivelano preoccupanti.
A fronte di queste reali e serie minacce è necessario privilegiare la capacità di adattamento del settore proponendo una riforma che sia responsabile e al tempo stesso di largo respiro del concetto di denominazione d’origine controllata dei vini."
Ora – dice monsieur le Président - questa riforma la possiamo imbastire in due modi del tutto opposti: o prendiamo la strada del liberismo più sfrenato, scendiamo al livello dei paesi emergenti che ci minacciano sul mercato perché senza vincoli di sorta si produce vino a minor costo del nostro; o, al contrario, ci copriamo di regole di ferro che vincolano in modo draconiano i nostri viticoltori e i nostri cantinieri, in modo che la severità autoimposta garantisca la qualità e riconquisti il consumatore. L’handicap del maggior costo sia annullato dalla più solida delle garanzie.
La Francia, dopo due anni di colloquio pubblico, sceglie la strada del rigore con se stessa.
Non sto a dirvi quanto minuziosi e apparentemente pedanti siano i vincoli imposti dalla riforma francese, ma credo sarebbe imperdonabile leggerezza liquidare il tutto come se si trattasse di un’esercitazione burocratica: non ci si può impunemente dimenticare di quanto valga la Francia e la sua amministrazione, in ogni campo, e nel nostro settore in particolare. E’ vero peraltro che l’esame dei dati dell’ Export francese degli ultimi anni mostra tutt’altro che un calo drammatico (nel ’99 la Francia esporta 6 milioni d’ettolitri, nel 2000 ne esporta 6,7 milioni, nel 2002 oltre 6,2 milioni); ed è anche vero che la produzione di V.Q.P.R.D. in Francia sale negli ultimi quarant’anni con progressione vistosa e recentemente geometrica (9 milioni dal ’62 al ’68; 11,5 milioni dal 72 al 76; 14 milioni tra l’80 e l’82; per sfondare il record di 25 milioni nel 2002), e che la lievitazione dei prezzi, anch’essa geometrica, giustificherebbe da sola qualche incertezza della domanda.
Ma resta il fatto che un’amministrazione impeccabile invidiata da tutto il mondo civile (civile, ripeto), si preoccupa del futuro e sceglie la strada di irrigidire le regole di produzione, consapevole di appesantire i costi, per affrontare il mercato ed evitare il tracollo.
E a voi non sembra che ci sia assonanza tra il progetto tedesco e quello francese?
Maggiori garanzie (o per la salute, o per la qualità) maggiori costi: e una possibilità di salvarci. O così, o affondiamo nel mare della globalizzazione dove nuotano i pescecani multinazionali.

E in Italia?
Personalmente non credo che oggi in Italia ci siano forze che possano proporre un disegno utile al settore, e degno dello Stato.
Il discorso sarebbe lungo e purtroppo amaro, e non voglio tediare nessuno con un repertorio di amarezze. L’analisi succinta però è questa: se esiste una categoria, un gruppo, un qualcuno, capace non solo di proporre, ma di trascinare dietro di se una forza capace di render attuato un disegno ben fatto, allora quel qualcuno non ha ancora dato segno di sé.

 
   
 
 
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