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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 79
ottobre/novembre 2004
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Alla ricerca di Nino Bronda
Una delle più belle comunicazioni, l'ho ricevuta sull'Uvalino.
Ogni lettore attento, ricorderà lo scritto esemplare di Nichi Stefi, sul ritorno proprio dell'Uvalino, grazie alla passione e ai sacrifici di Mariuccia Borio (Veronelli EV 71). Mi scrive Maria Petean: "Dopo la morte di mio padre, svuotando la cantina, ho trovato vecchie bottiglie, tra le altre questa, ancora buono. Mio padre era affezionato a questo piccolo vignaiolo; esiste ancora o è finito anche lui nella spirale delle grandi ditte magari con capitale straniero che livellano tutto in basso? Cambia solo il colore dell'etichetta, il contenuto sa sempre di enotecnico e aromi di sintesi, vedi vini australiani e californiani".
Ora mi riprometto - e chiedo l'aiuto dei lettori - di rintracciare Nino Bronda, vignaiolo mitico, dimenticato dalla mia Guida Oro I Vini di Veronelli
Ricordo sue Barbera, strepitose, non l'Uvalino.
(Caos-caso, proprio su questo numero di EV, l'articolo di Flaminio Cozzaglio. ndr)

Decreto Legge
Ciascuno dei miei lettori conosce quanto poco stimi il Ministro alle Risorse Agricole e Forestali, Giovanni Alemanno.
Mentre sto per decidere una lunga parentesi, su suggerimento di Fabio Garuglieri dei Verdi Impruneta, leggo alcune disposizioni ministeriali per l'etichettatura.

Mi sembra doveroso sottolineare alcuni passi avanti (per altro così facili) sulla via del buon senso (De.Co.).
L'etichettarura dei prodotti alimentari deve riportare obbligatoriamentel'indicazione del luogo di origine o provenienza. Per luogo di origine o provenienza di un prodotto alimentare trasformato si intende il Paese di origine ed eventualmente la zona di produzione e, per un prodotto alimentare trasformato, la zona di coltivazione o di allevamento della materia prima agricola utilizzata nella preparazione e nella produzione. Nell'etichettatura degli oli di oliva vergini ed extravergini è obbligatorio riportare l?ndicazione del luogo di coltivazione e di molitura delle olive.

Continui signor Ministro. Anzi, acceleri la sua marcia con la presenza al tavolo di concertazione sui problemi agricoli, alimentari, artigianali e turistici che terremo con gli Amici dei Centri Sociali e dei Movimenti, durante il mese di ottobre, sino ai giorni 24/25/26 destinati alla Fiera dei Particolari/Terra e Libertà/Critical Wine, al Forte Prenestino, Roma.
Da sempre pensiamo che la dialettica porti avanti - a volte sino a risolverli - i problemi. E noi ne abbiamo troppi.

Le considerazioni di Marco Chiletti
Vi sono amici che vorrei incontrare ogni giorno. Ad esempio Marco Chiletti - pisano, per la precisione di Calci - la cui cultura agricola non è basata, come la mia, sulla volontà di capire ciò che succede nel mondo contadino; lui lo capisce con l'esperienza diretta.
Marco - vorrei che un suo scritto apparisse in ciascun numero di Veronelli EV - si scusa (a mio parere non aveva disogno) per giudizi dati sulla "pasta"della Tosca. Ben più importante, aggiunge alcune considerazioni sulla PAC (Politica Agricola Comunitaria), relative ai contributi.
Ho appena corso gli ultimi decreti del Ministero per le Politiche Agricole (di cui dovrei stendere alcuni libri in quarto), ma sento la necessità di estrarre e pubblicare subito alcune delle sue considerazioni: "... la scomparsa del famigerato modello F che tanto illecito lucro ha consentito di procurare ai soliti anonimi, nei decenni passati, alle spalle innanzitutto degli olivicoltori onesti e comunque della comunità europea tutta... quattro o cinque stagioni fa i frantoi furono obbligati a munirsi di una nuova generazione di bilance a norma, emittenti scontrino fiscale. Osservazione n° 1: chi mai avrebbe impedito di pesare due volte (o più) il medesimo carico? Osservazione n° 2: indovinate dalle tasche di chi sono stati prelevati i denari necessari all'adeguamento legislativo? Osservazione n° 3: indovinate nelle tasche di chi sono andati a finire quei denari? Osservazione n° 4: cosa ce ne facciamo adesso di quell'ulteriore oneroso inutile investimento? ... i controlli si sono comunque concentrati sulle olive in entrata, mai sull'olio in uscita, cioè il prodotto al quale venivano poi concretamente concessi i contributi... i futuri contributi fino al 2013 verranno riconosciuti come integrazione fissa al reddito agricolo, calcolato dalla media della produzione delle annate dal 1999 al 2003. In parole povere. I legislatori comunitari riconoscono: il sistema adottato fino ad oggi ha fallito lo scopo per la facilità delle dichiarazioni mendaci... i dati per i contributi fino al 2013 verranno ricavati da quelle medesime autocertificazioni a causa della cui acclarata inattendibilità è dovuta la riforma".

Guarda chi si rivede
Guarda chi si rivede, il conte Luigi Rossi di Montelera.
Leggo su La Stampa, di Torino, lunedì 2 agosto: "FEDERALIMENTARE CONTRO LA LEGGE SULLE ETICHETTE. L'industria alimentare dichiara "formale battaglia" alla nuova legge sull'etichettatura dei prodotti alimentari. Per il presidente di Federalimentare, Luigi Rossi di Montelera, la qualità dei prodotti dipende anche dalla capacità degli imprenditori di selezionare, miscelare e lavorare sapientemente le materie prime, nazionali ed estere. E annuncia che verrà presentata alla Commissione europea la denuncia per violazione, da parte dell'Italia, delle procedure e delle regole stabilite dalla Ue".
I miei lettori conoscono già l'indegnità del personaggio e della sua società Martini & Rossi - o già sua (può essere che se la sia giocata alle 3 carte con gli amiconi americani) - per il comportamento nei confronti del conte Riccardo Riccardi di Santa Maria di Mongrando (vedi Veronelli EV n¡ 74 e susseguenti).

Che dire? Mi compiaccio con gioia neppur troppo sottile al contento di Luigi Rossi di Montelera (un nobile? A me par prori de no), presidente - trova sempre puntuali cadreghini - pensa tè della Federalimentare. Uno che - dall'operato intelligente (era ora) del Ministro Gianni Alemanno - dovrebbe averne, proprio per il cadreghino, immensa gioia.

L'Isola
Ho amato l'Isola, quell'al di là, appena ad ovest di Milano, allora separato dai binari della Stazione Centrale.
Vi ho vissuto i primi 13 anni, sicuri per l'affetto e la severità di un padre e le avventure - massì - di strada e di piazza.
Piazza Archinto, celebrata per cinque ragioni cinque: un carbonaio (con netta anticipazione letteraria e ribelle, gli feci avere - maledetto me, anonimo - i versi di Giosuè Carducci: "Oggi al secol del ferro e del carbone / mutati in calabroni / con l'assenzio facciam la reazione / e sputiamo i polmoni"); il cinema Patria; l'ingresso alla Scuola Dal Verme, elementari; una cartoleria con ambizioni lodevoli a libreria e casa mia per avere al suo interno, una raffineria di caffè, la Tresoldi, e una fabbrica di giocattoli, la Conti.
Nel bel mezzo, un "ovale" non asfaltato in cui incavare buchi per partite di biglie. Nobilitato a sua volta dalla sosta di due venditori ambulanti di castagnaccio (i cosiddetti Gigi della gnaccia), rivali per cordialità.

Ci torno ogni volta che posso all'Isola (l'amo ancora), per camminarne le vie e i vicoli carichi - come la piazza dei miei primi 13 anni - di infiniti ricordi e suggestioni. Sèntila la motivazione dell'ultima volta: "Martedì 29 giugno, Giardini Volturno alle 18,30 (quando c'è fresco). Arriva Luigi Veronelli... con un regalo! Una vite che pianteremo insieme. La vite è cultura, tenacia, identità, come la nostra Isola! Poi, quattro chiacchiere con lui sulla qualità della vita alla Stecca da "Isola dell'arte". L'iniziativa è promossa da: Isola dell'Arte, con la partecipazione delle associazioni presenti nel quartiere. Manchi proprio solo tu! Comitato "I MILLE".
Alla Stecca degli Artigiani, abbiamo discusso - oh, se abbiamo discusso - sulla qualità della vita e quindi anche dei giardini Volturno, minacciati da orride cementazioni, proprio per ciò il mutamento da giardini (ma si tratta di un prato comunale mal tenuto) in vigna. Ho impiantato un ceppo, uno solo, di sangiovese ed è già una vigna.
Un'azione di protesta. L'Isola ha conservato pochi spazi destinati - se non dal piano regolatore, dal buon senso - a verde.
Salta fuori invece che i soliti speculatori del cemento siano (sono) riusciti ad ottenere licenze edilizie per i soliti casermoni - li firmasse il più celebre degli architetti rimarrebbero casermoni - da periferia.
Protesto per la mia autorità di "Maestro di Vita" per di più nato nell'Isola, 1926, quando ad est c'erano le spietate rotaie delle Ferrovie dello Stato... ma poi, ad ovest, erano orti, coltivati nelle ore serali dagli operai di Sesto San Giovanni e immensi campi in cui giocare, ragazzini, alla lippa. Svago così importante da essere segnalato nel Grande Dizionario della Lingua Italiana: "gioco fanciullesco che consiste nel percuotere con un bastone un piccolo pezzo appuntito alle due estremità, posto a terra, in modo da sollevarlo alquanto e, con un secondo colpo, scagliarlo lontano" e da avere una citazione, nientepopodimeno, di Salvatore Quasimodo: "Quel fanciullo io amavo / sopra gli altri; destro / nel gioco della lippa?".
La scelta del ceppo di sangiovese - ma un mio personale maestro di vita preferisce chiamarlo sangioveto - è stata voluta. Toscano, compete al nebbiolo, vitigno piemontese, le lodi di ogni reale conoscitore.
Due vitigni autoctoni ossia nati dalla terra medesima in cui vivono.
Non ci sono documenti sulle qualità della vigna di Leonardo situata, illo tempore, nel quartiere da sciuri di corso Magenta; ho quindi preferito il sangiovese detto anche sangioveto.
Nell'800 il sangiovese inizia la sua espansione verso la Romagna, l'Emilia, l'Umbria, l'Abruzzo, parte del Lazio, la Puglia settentrionale e la Campania occidentale. Ora sale, deciso, a nord, in Lombardia, meglio e più preciso nella "mia" Isola. Gli daremo tanti e tali cure da ottenerne un grande vino. Scommessa.
Sai bene, sono proprio presupponente e scommettitore. Reale maestro di vita agricola posso annunciare, con qualche spietatezza nel confronto dei miei colleghi competitori (la battaglia l'ho iniziata io solo, nel 1956), la completa vittoria dei vini autoctoni di ogni luogo d'Italia. Se gli si dedicano le stesse cure riservate ai più celebri vitigni internazionali, nascono vini del tutto nuovi e migliori.

Bottega Okkupata
Annuncio con reale gioia la nascita di Bottega Okkupata, magazine on-line di resistenza bottegaia (www.parlacomemangi.com) .
Ho subito scritto a uno dei responsabili dell'iniziativa, la lettera che pubblico qui sotto.
Chiaro l'invito ad ogni mio lettore - e soprattutto ai proprietari di Alberghi e di Ristoranti - di prendere contatto con queste botteghe che sono anche una loro reale ricchezza.

Caro Guido,
Massimo Angelini mi aveva fatto cenno della tua iniziativa. Tu, ora, la confermi.
Sii benedetto.
Nipote di un fornaio, Luigi Veronelli, che ha lavorato tutta la sua vita di notte per garantire ai clienti buon pane, credo di aver pensato alle Denominazioni Comunali (De.Co), soprattutto per il ricordo del suo impegno.
Assistere alla scomparsa delle botteghe per colpe multinazionali, era troppo.
Hanno un bel combattere contro questo "fenomeno"dei prodotti dei luoghi bene dichiarati, riconoscibili e protetti, che diviene, di giorno in giorno sempre più esigenza.
Quando pubblicai il mio progetto - Fiera Agricola di Verona, 1999 - il critico economico del Corriere della Sera, Bruno Caizzi, affermò, testuale: "se passa questa proposta, entro 20 anni i supermercati chiudono". Subito si sono missi contro i malfattori, millanta che tutta notte canta. Non è passata (ancora per via legislativa) ma è entrata nella coscienza popolare. Certa la sua realizzazione.
Ti sarò grato se vorrai pubblicare questa mia dichiarazione.
Un forte abbraccio


Dialoghetto morale
Sara: "Il 23 maggio hanno consegnato nella pubblica piazza alla nostra associazione, ASSUD, una targa di riconoscimento per l'alto valore culturale delle iniziative realizzate".
Mimmo: "Sì, l'ho ritirata io. La sorpresa più grossa sta nella motivazione: la manifestazione del 2 febbraio realizzata con Luigi Veronelli. Mi viene in mente: è probabile sia la prima volta in Italia che un'azione di disobbedienza civile viene premiata. La nostra giornata ha visto una grande partecipazione da parte dei cittadini, agricoltori, amministratori, forze politiche e mass media, ed ha permesso di puntare i riflettori su una di quelle vicende di cui tutti sanno, ma nessuno parla né fa nulla".
Sara: "Quel che succede nel porto di Monopoli è risaputo: olio di origine e provenienza X viene magicamente trasformato in olio extravergine di oliva. Ma è bastato accendere una simpatica luce sulla vicenda - attraverso l'azione pacifica di disobbedienza civile al porto e l'incontro cittadino pomeridiano con Luigi Veronelli - per smuovere le coscienze".
Luigi Veronelli: "Passata la festa, gabbato lo Santo. Il crimine è ricominciato il giorno dopo. Navi, quasi sempre di bandiera turca, scaricano oli indefinibili, passano nella raffineria e, voilà, olio extravergine d'oliva italiano".

Sì, i giovani amici di ASSUD si sono dimostrati intelligenti e coraggiosi. Il porto, quel giorno, 2 febbraio, era stato diviso in due con una larga striscia gialla che non avrebbe dovuto essere varcata dai manifestanti, verso la banchina.
Non solo fu violata, vennero allestite tavole di assaggi dei tanti oli - sublimi e non venduti per la criminale invenzione dei falsi a prezzi stracciati - prodotti tutt'attorno Monopoli, una cittadina di grande fascino sul mare, attorniata da oliveti millenari. Quegli olivicoltori sono costretti a non raccogliere le proprie bacche per una concorrenza - ripeto - criminale.
Le forze dell'ordine inviate - Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza - furono subito dalla nostra parte, assaggiarono gli oli e le bruschette, bevvero i vini facili e sapidi per l'aria marinara e si intrattennero con totale consenso, assieme ai tanti ragazzi.
Il mutamento sociale che è in atto avviene proprio con azioni davvero meritevoli di targa, quali quelle volute da ASSUD.
Così mi piace segnalare che - grazie alle loro informazioni - Vito Onofrio Lamanna, candidato di Monopoli alla Provincia per Italia dei Valori-Lista Di Pietro Occhetto, ha inserito nel suo programma la realizzazione della De.Co.
Eletto Consigliere alla Provincia di Bari, se porterà avanti le De.Co. per ciascuno dei Comuni - Bari compresa - è facile pronosticare: avrà benemaranza e successo da parte di tutti i Pugliesi.

Museo della liquerizia Giorgio Amarelli
Arturo, o - come desidera essere chiamato - Gian Arturo Rota, editor della Veronelli Editore, mi parla con ammirazione ed affetto di una visita luglienca agli impianti di lavorazione e al "Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli" (proprio al museo è valso sia il Premio Guggenheim Impresa e Cultura, sia l'emissione di un francobollo ordinario compreso nella serie tematica "Il patrimonio artistico e culturale italiano"), situato nella storica residenza di impianto quattrocentesco in Rossano Calabro (Cs), da sempre dimora e centro degli interessi della famiglia Amarelli (gli inizi dell'attività risalgono al 1731).
Ecco i momenti in cui l'invidia non ha nulla di negativo e solo corrisponde al desiderio di conoscenza.
Invidio Gian Arturo di avermi anticipato; camminare i luoghi in cui sono testimonianze di lungo percorso verso la qualità sia intellettuale, sia materica, mi è necessario.
Con Pina Amarelli, l'attuale patronne - anche Presidente di Hénokiens, associazione internazionale che riunisce le aziende familiari bicentenarie - ho avuto una breve e dialettica conversazione in una libreria di Napoli, estremista io, deliziosa lei; so di contro, ogni volta con ammirato stupore, la piacevolezza in nulla e per nulla problematica delle sue liquirizie e dei "derivati"(i liquori, i curiosi spaghetti, l'asserpamento con i cioccolati Amadei, il cornetto gelato).
Avessi ant'anni di meno, non è detto che scriverei un'opera ponderosa - ancor prima che sugli adorati vini - sulle magiche differenze della mia sola "droga"

Il pesto genovese
Quando Luigi Carnacina uscì - novembre 1960, Garzanti Editore - con "La Grande Cucina" furono molte le polemiche. Il grande maître non aveva mai assunto il compito di chef. Lui era il direttore - in ogni grande albergo in cui era chiamato a lavorare - e sovrintendeva ad ogni operazione di cucina col massimo dell'attenzione e della professionalità.
Aveva viaggiato molto sulle navi da crociera in cui il pesto, salsa di Liguria, era richiesto pressoché ogni giorno.
Fu così che, anni 1956, si presentò ad un giovane editore milanese, ego-mè, con un immenso baule di ricette, composto dai manoscritti che ciascuno degli chef aveva steso, giorno via giorno, secondo la sua pretesa.
Fu una lunga lotta tra me - che nulla sapevo di gesti culinari - e lui che aveva come unico codice l'autenticità.
È così che il pesto esce, nella prima edizione.

Il Pesto alla Genovese
(Per trenette, tagliatelle, minestroni, ravioli, ecc...)
Il corrispettivo in basilico di una lattuga di media grandezza, non lavato ma ben pulito e mescolato con qualche foglia di spinaci, prezzemolo e maggiorana. 3 spicchi d'aglio. 50 grammi di parmigiano e 70 grammi di formaggio pecorino. 3 cucchiaiate d'olio e 2 di burro. Un pizzico di sale.
Questo pesto non è strettamente tradizionale, ma ha due grandi qualità: con le foglie di spinaci mantiene il suo colore naturale e con l'aggiunta del parmigiano e del burro è graditissimo al gusto oltre che adatto agli stomachi delicati. Schiacciare in un mortaio il basilico mescolato con gli spinaci, il prezzemolo, la maggiorana, l'aglio, il parmigiano, il formaggio di pecora e il sale. Col pestello ridurre il tutto in poltiglia, mescolandovi, per completarlo, l'olio e il burro.
Insistetti per aggiungere le due precisazioni che figuravano nelle ammonizioni di numerosi dei cuochi carneciniani.
Da qualche tempo le industrie propongono, onde fornire i supermercati e gli ipermercati, di questa nostra Patria, sfortunata, ricerche sgangherate. Gli si oppongono - gran fortuna - alcuni artigiani liguri, in particolare genovesi che riprendono le antiche ricette familiari.
Sono convinto - e più volte l'ho già scritto - che le preparazioni cucinarie non possono essere prodotte da industrie, per l'immediato decadimento in ciascuno degli ingredienti adottati, dei pregi della localizzazione e della freschezza degli ingredienti. Fatale che le risultanze siano - quando la va bene - discrete. Ecco allora ch'io consiglio il contatto e l'acquisto presso le tante imprese artigianali che hanno sedi elettive nei luoghi degli approvvigionamenti, lungo e geloso rispetto per i gesti dei padri e l'entusiasmo di riproporre, nel reale, una tradizione, fatta addirittura migliore per il più facile e rapido reperimento di ciò che al cuoco è necessario.

Martedì 17 agosto ha chiesto di farmi provare il "suo" pesto Alessio Pastorino, da Prà (piazza A. Scesia 8 r, telefono e fax 010/8690365). I luoghi, delegazione di Genova, hanno fama secolare per l'eccellenza del basilico, ingrediente principe. La sua famiglia ha lavorato il pesto, secondo i modi tradizionali, "da sempre"
Il suo pesto - e lo dico non da lombardo, da ligure (mia madre era di Finalborgo e, poco più alto, in Orco Figlino, un pastore ci forniva la prescinsena, un latticino a sé, più delicato e seducente della mescla di parmigiano e di pecorino sardo) - è buono, non ancora eccellente. Gli ho detto, chiaro e guardato negli occhi: "voglio discutere con te - ad esclusione del basilico - ciascuno degli ingredienti che usi. Ad iniziare dall'olio e dai formaggi".
Non s'è dimostrato offeso ed è un buon segno. Lo incontrerò ai primi di ottobre, in Genova, per un dibattito ad hoc.
Spero sia presente anche Virgilio Pronzati, più ancora che sommelier, l'esperto più meritorio per scienza ed affetto dei giacimenti della sua terra e del suo mare.
Con lui ho una polemica - che si è riflessa anche durante l'incontro con Alessio - riguardo l'importanza e l'ossequio dovuto ai millanta per millanta organismi burocratici, Camere di Commercio in primis.
Premetto: so che Virgilio opera in serena buona fede, non nei suoi interessi ma di quelli dei contadini, dei pastori, dei vignaioli, dei pescatori.
Gli dico, come ho detto ad Alessio: "unica via per ridare piena professionalità e grande successo economico agli agricoltori ed ai vignaioli di Liguria, è quella dell'abolizione totale delle gerarchie burocratiche e dell'adozione immediata dei provvedimenti di nuova socialità: Denominazione Comunale, Autocertificazione, con assunzione diretta di responsabilità da parte dell'operatore agricolo, Prezzo Sorgente".

Le considerazioni oleiche di Fabio Garuglieri
Pubblico, molto volentieri, le considerazioni oleiche di Fabio Garuglieri.
Debbo dire: ammiro quanto fanno i Verdi in vari campi ed anche nell'agricoltura. Vorrei però che superassero la barriera tutta politica che li separa dalle De.Co., dall'autocertificazione, dal prezzo sorgente e, va da sé, dall'olio secondo Veronelli.
Nella lettera che accompagna il suo pezzo, Fabio scrive: "rileggendo queste annotazioni, mi sono ritrovato a commentare: certo, si può girarci intorno fin che si vuole, però con una De.Co. non ce ne sarebbe per nessuno".

Olio: obbligatoria in etichetta l'origine delle olive
(ma la meta non è così vicina).

"Diventa obbligatoria l'indicazione dell'origine delle olive nelle etichette dell'olio extravergine.
Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Legge n.204 del 3 agosto 2004, entrano in vigore le nuove norme in materia di etichettatura obbligatoria dei prodotti alimentari: prima della pausa estiva il Parlamento ha infatti provveduto alla conversione in legge del decreto-legge 24 giugno 2004, n. 157, recante disposizioni urgenti per l'etichettatura di alcuni prodotti agroalimentari, nonché in materia di agricoltura e pesca"


Nel corso dell'iter parlamentare sono state apportate alcune significative modifiche al testo originario del decreto legge, in particolare per quanto riguarda l'b>etichettatura degli oli d'oliva, per la quale è stato accolto un emendamento dei senatori De Petris, Murineddu e Piatti, che ha introdotto uno specifico articolo aggiuntivo (art.1-ter), il quale stabilisce che "al fine di assicurare una migliore informazione ai consumatori e prevenire i fenomeni di contraffazione, nell'etichettatura degli oli di oliva vergini ed extravergini è obbligatorio riportare l'indicazione del luogo di coltivazione e di molitura delle olive."br>
Si tratta di un passo importante per evitare la possibilità di "spacciare" come olio italiano olio extra vergine ottenuto dalla molitura di olive, o dalla miscelazione di oli, di diversa provenienza.
Una etichetta più trasparente per consentire ai consumatori acquisti informati e per valorizzare i nostri oli di qualità: attualmente è infatti consententita la messa in commercio di olio "anonimo" di cui non si conosce l'effettiva origine.

"La miscelazione di oli importati di dubbia qualità e provenienza - ha dichiarato la senatrice De Petris - unitamente a processi di raffinazione industriale, consente oggi di proporre sul mercato prodotti classificati come 'extravergini' a dir poco scadenti, spesso commercializzati utilizzando impropriamente l'immagine del nostro Paese e delle zone tradizionali di coltivazione".
Un ostacolo alla piena applicazione della nuova normativa potrebbe però venire, ancora una volta, dalla Unione Europea, che già nel 1998 aveva attivato una procedura di infrazione contro l'Italia per aver approvato una legge (la n.313/98) che prevedeva che potessero essere commercializzati con la dicitura "prodotto in Italia" solo oli il cui intero ciclo produttivo, dalla raccolta al confezionamento, fosse avvenuto sul territorio nazionale; oltre all'obbligo di indicare se l'olio era prodotto tutto o in parte con olio di origine o provenienza da altri Paesi.

Il precedente è riemerso anche nel dibattito parlamentare "Abbiamo avuto in passato esperienze che non sono andate a buon fine, ma oggi, utilizzando proprio la direttiva 2000/13/CE, dimostrando la contraffazione e che queste norme non sono introdotte per semplice protezionismo ma soprattutto per la tutela del consumatore - ha sottolineato la senatrice De Petris - occorrerà che questa normativa venga sostenuta con l'invio alla Commissione Europea da un dettagliato dossier con cui si evidenzi quali e quante contraffazioni subiamo quotidianamente in mancanza dell'obbligo di indicare l'origine del prodotto"

Chissà se stavolta la nuova norma riuscirà a passare indenne la "Scilla e Cariddi Europa" se prevarranno le ragioni della richiesta di maggiore "tracciabilità" dei prodotti alimentari, oppure la scelta di continuare a considerare come una eccezione l'indicazione d'origine obbligatoria, ritenendola una pratica protezionistica, discriminatoria e contraria allo spirito del mercato unico.
Per arrivare alla meta occorrerà poi l'emanazione di un decreto del Ministero delle Attività produttive e delle Politiche Agricole, sentita la Conferenza permanente Stato-Regioni, che definisca le modalità per l'indicazione in etichetta della dicitura obbligatoria dell'origine: c'è da augurarsi che questo passaggio burocratico non diventi occasione per fare qualche passo indietro.

Una strada non priva di insidie ed ostacoli, quindi, per poter giungere a qualcosa che parrebbe puro buon senso: conoscere se quello che stiamo acquistando è "olio italiano" o di altra provenienza.
Già perché un altro regolamento comunitario (Reg. 1019/2002) stabilisce che il livello di informazione dell'etichetta si debba fermare alla indicazione dello "stato" di origine, poiché consente l'uso di denominazioni "regionali" solo per oli a DOP (denominazione origine protetta) o IGT (indicazione geografica territoriale). Come dire: il diritto a sapere cosa acquisto non è mai garantito in quanto tale, ma solo se acquisto un certo tipo di prodotti.
Chissà però che in qualche stanza dei ministeri che dovranno redigere il decreto attuativo per l'etichettatura dell'olio, non ci sia invece un qualche azzeccagarbugli a fin di bene, che sappia trovare nelle righe delle norme comunitarie l'interpretazione giusta, quella che mi consenta di sapere non solo che è italiano (da olive italiane), ma anche da quale località, quale comune, provengono le olive con cui quell'olio è prodotto.

Peraltro qualcosa di analogo viene già fatto con il latte nazionale, per il quale l'indicazione in etichetta del riferimento territoriale arriva almeno ad individuare la provincia di origine dell'allevamento.
E poi, in fondo, il Regolamento 1019/2002/CE quando pone quelle limitazioni all'uso in etichetta delle indicazioni d'origine "locali" lo fa in riferimento all'olio, non allorigine delle olive: perché allora, almeno finché l'Europa non si redime da sola, non provare ad usarlo per avere delle etichette più trasparenti?

 
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