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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 79
ottobre/novembre 2004
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Breviario Libertino
 

 
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Enflorescenza
Invecchio. Sempre più cerco di imitare il mio Giuan detto Brera, se non proprio, padre Gadda. Non ti stupire allora di leggere l’enflore ciò che anticipa l’efflorescenza. Scrivo l’enflore, quel rigonfiamento a volte impercettibile che precede la florescenza e “l’esacerbo”.

Andrea Bonini, mio giovane collaboratore, ha buone letture e gli occhi. Mi segnala una frase – da me non conosciuta, o dimenticata – di Eraclito: "Morte delle anime è diventare acqua, morte dell’acqua diventare terra: ed è dalla terra che si fa l’acqua e dall’acqua l’anima".

Gilberto Govi
Ero a San Remo com mio padre Adolfo, febbraio 1935, (nelle discussioni, ogni sera, al bar di Loano, per una carta sbagliata – mio padre era imbattibile allo scopone – l’avversario si vendicava nell’impossibilità di aver ragione, con la mimica dei baffetti di Adolph Hitler; odiati) per la prima assoluta di “Colpi di Timone” opera comica scritta e interpretata da Gilberto Govi. Povero te se non la conosci; dramma e commedia s’intricano in un tessuto sempre limpido, godibilissimo. Rappresenta la tragi-commedia di un piccolo procuratore del porto di Genova, sempre sopraffatto dalle vigliaccherie dei funzionari e dei mercanti per lo scarico delle merci in arrivo e in partenza.
Un malogiorno, alla guida di una carriatide-navicella, Gilberto subisce un grave oltraggio da un timone impazzito per la furia del mare, alla cassa toracica. Passano i giorni e il dolore – anziché attenuarsi – si fa insopportabile. Gilberto decide di farsi fare una lastra per pura precauzione. Qualche giorno dopo gli arrivano lastra e diagnosi dell’ospedale comunale: tre mesi di vita. "Decide allora di prendersi alcune soddisfazioni e dice in faccia alla gente quello che pensa. Una serie di parodie fino a quando il dottore gli comunica che c’è stato uno scambio nella consegna delle radiografie. È sano come un pesce! Finale scoppiettante".

Buttarsi nel buio
Ho preferito salire – senza troppo badare ai rischi e alla fatica – per poi scendere precipitevolissimevolmente.
È una conferma – necessaria comunque di molti distinguo – d’un sogno ricorrente.
Sono in piedi su una delle più alte guglie dolomitiche. Senza nessun attrezzo, anzi giovane e del tutto nudo.
È una giornata tiepida, di pieno sole. Godo la vista delle cime attorno, ad una ad una riconosciuta.
Se abbasso gli occhi m’accorgo che sotto me c’è un gran buio, una nuvola ma senza movimenti o un immenso lago, “neri”.
Non ne sono spaventato. Ho avuto – un attimo – il desiderio di buttarmi per volare nel buio orrido, orrido per altezza. Ma ho subito alzato gli occhi per godere - tutt’attorno a me, non in basso – la bellezza.
Ho 78 anni, 79 il prossimo 2 febbraio. Superata da tempo la mezza età.
Il sogno si ripete, di quando in quando. Al risveglio mi chiedo – non succedeva prima – perché non mi sono tuffato.
Quel nero – ma è poi davvero nero? – non ha nulla di ostico. Forse è la totale assenza, divina e benevola.

Morire
Re Enzio – i ricordi fioriscono o sfioriscono con l’età? – è stato un ribaldo del XIII secolo, investito re dal padre Federico II di Svevia. Ne fece di tutti i colori, sino ad essere scomunicato per aver catturato, 1241, tra l’isola del Giglio e lo scoglio della Meloria, quasi l’intera flotta che portava a Roma i prelati francesi convocati a concilio per porre al bando Federico in nome di tutta la cristianità.
Amico di Ezzelino da Romano combatté i milanesi, i parmensi e i bolognesi. Fatto prigioniero, il senato di Bologna, lo chiuse a vita, sia pure nella splendida dimora del Palazzo Podestarile.
22 anni di accorati versi; gli ultimi: " …c’assai val meglio un’ora / morir, ca pur penare, / poi che non po campare / omo che vive in peni".
Petrarca, non v’è necessità di note: "È bel morir, mentre la vita è destra".
Non so se citare il mio santo personale, Bernardino da Siena, anche se entra poco nei miei ragionari, massì: "O vecchio avaro, …tiene a mente che tu li perdarai [i tuoi denari] e morrai e lassarali".
Giambattista Casti, XVIII secolo, prete mondano e licenzioso: "Ove si vide e quando / alcun morir cantando?". Tenterò di dargli risposta contro la mia difficoltà di cantare.
Francesco Domenico Guerrazzi, XIX secolo, letterato e rivoluzionario: "Sta cheto, e muoi, nell’altro mondo ti donerò la luna".
Giosuè Carducci (1835 – 1907) il più icastico tra i poeti: "Diman morremo, come ieri moriro / quelli che amammo".
Morire è l’atto più necessario e attraente del vivere.

Non sarebbe una favola?
Vorrei saper scrivere delle favole, in questi tempi in cui tutto sembra essere divenuto tristezza e orrore.
Una, in particolare, quella dei ragazzi che si ribellano. Una decina, di una scuola fortunata per gli stimoli di un intelligente maestro. Li aveva resi edotti: il comando dei genitori, con l’attenuante di un desiderio di beneficio a favore dei figli, era mutato in comando dei ricchi più ricchi, espresso dappertutto e con la volontà di non favorirli, bensì di danneggiarli; certo nelle televisioni, nelle radio, nei film, addirittura nei giochi virtuali e nelle pubblicazioni “per loro”. Se ne erano accorti, un poco sorpresi dal mancato intervento dei genitori e dei nonni – non è sufficiente dire “spegni la televisione”, “studia di più”, “non mangiare le merendine” – ed avevano deciso di far loro. Quantomeno di provare a far loro.
L’avevan giurato: la prima domenica avrebbero partecipato, o ad una cerimonia religiosa, o alla visita alla nonna campagnola. Avrebbero dato minore attenzione e ascolto alle parole dette ed ai ripetuti gesti, molto maggiore a quell’invito del loro giovane maestro, di occuparsi della terra e dell’arte (ne sarebbero stati abbracciati).
Sono costretto a generalizzare e a non raccontare la domenica di ciascuno di quei dieci che avevan giurato: Andrea, Francesca, Luca, Zeno, Flavia, Elena, Matteo, Davide, Sara e Gaia. Dico di due, di cui tengo il nome solo per me. Entrato in Chiesa, certo con i genitori, verso l’altare maggiore, ma con la richiesta – sempre accordata seppure con sorpresa – di sostare, qualche attimo (faccio un esempio clamoroso, mi immagino sia Santa Maria delle Grazie) davanti alla tribuna e al chiostro quadrato del Bramante. E come non fare qualche passo in più, per vedere la Cena. Capolavoro di Leonardo, nel Cenacolo Vinciano?
Il suo spirito si è elevato molto di più che al solito racconto della Messa e delle preghiere.
Altrettanto fortunata la visita alla nonna (quasi tutte abitano in una casa alla Cappuccetto Rosso, se non al limitare di un bosco, con tanti prati, siepi, alberi e un ruscello). Quel mio ragazzo, baciata la nonna, le ha detto: "nonna, non darmi la confezione di tortellini Rana, con la ricetta di un secolo fa. Oggi cucino io".
Ha poi camminato l’orto delle meraviglie, poco distante la casa. Ha raccolto le fave (ne ha sbucciata una, l’ha messa in bocca, s’è entusiasmato per il sapore nuovo). Lo stesso potrei dire per le uova del grande pollaio, con lo spavento, solo, delle dieci galline che razzolavano attorno, e poi per i pomodori, per le insalate fresche, per i fagiolini, per le carote, per le ciliegie, le amarene, le albicocche, le fragole, le susine, e – qui sì, al limitare del bosco, con un po’ di ricerca – per qualche asparago selvatico.
Meraviglia delle meraviglie, ha poi pescato con una semplice lenza a cadere, un lavarello.
La nonna, il papà, la mamma, lui stesso, quel giorno, non hanno magiato i dannosi cibi “della nonna” proposti da tutte le radio-tivvù.
Infatti il nipote, reso baldanzoso dalle risultanze delle parole della terra (si erano aggiunti gli squittii degli uccelli e i colori violenti e sereni assiem, delle farfalle), ha preparato, col libro “antico” – quello sì, proprio della nonna – una frittatat di fave, il lavarello al pomodoro ed altre verdure, con contorno di asparagi selvatici appena scottati. Più un clamoroso cestino di frutti.
Alle parole familiari di entusiasmo, di stupore e di reale affetto, quel ragazzo ha risposto: "sono diventato un frutto!" .
Se questa favola si facesse – contro le fanfole delle autorità e dei politici – vera, quei dieci ragazzi, divenuti mille per mille e mille, centinaia di migliaia per migliaia, realizzerebbero un sereno futuro e non l’apocalittica fine.

La musica
Ci penso sempre più sovente perché – sempre più sovente – l’ascolto.
Tra le mie doti naturali non c’è la musicalità, intesa come capienza e attitudine fisiologiche ed intrinseche.
Bambino, ricordo con vergogna i tentativi corali sia in chiesa, sia sui prati montani. Abbassavo la voce così che gli altri non avvertissero, ero stonato, quasi come Natalia Ginzburg: "Non so cantare e sono stonatissima; canto tuttavia qualche volta, pianissimo, quando son sola".
Perché la musica l’ho sempre amata, anche se non la sapevo ripetere. Qualsiasi tipo di musica, dalla più antica all’ultimo jazz, se suonati bene.
Oggi ho amicizia con musicofoli pronti a consolarmi: "tu, il vino, lo bevi e ci entri dentro, io lo bevo in modo elementare; non è detto chi goda di più".
Godono di più loro, infingardi, e porgono ramoscelli alla mia invidia. Il giorno ch’io fossi nominato Ministro alle scuole, imporrei lo studio obbligatorio della musica. Non per avere i cancheri di ogni bambino stonato, per averne – una volta appreso – le benedizioni.
Mezz’ora al giorno di ascolto di partiture anche a chi non ha (avrebbe) vocazione. I bambini avranno anche modo di avere se non notizie, accenni alla storia degli antichi, perché è certo che la nascita degli strumenti è annessa nelle società primitive a un’utilizzazione musicale di manufatti con diverse funzioni prioritarie: l’ornamento che diventa sonaglio, la trappola che rivelò per la prima volta le proprietà sonore delle corde tese… mezz’ora al giorno in cui ascoltare semplici e tuttavia piacevolissimi pezzi musicali in cui il maestro avrà il compito – certo lungo, altrettanto sicuro – di sottolineare l’apparire degli strumenti: il violino, la viola, il violoncello, il violone, la violetta, via via, tutta la serie degli strumenti ad arco; e poi la sfilza infinita dei protagonisti d’ogni composizione, dai più antichi – xilofoni, litofoni, scacciapensieri, sansafricane, flauti semplici e doppi, diritti e traversi – via via all’infinito, letterale: all’infinito. Oggi, pressoché cieco, sarei in grado di sentire ed anche di “vedere” - in esaltante, perché continuo cambiamento con i costumi umani - le più lontane nel mondo, le meno intese e conosciute.
Quei fortunati scolari diverrebbero uomini più seri e più applicati. D’un colpo cancellato ogni terrore del buio – del silenzio se vuoi – che è già di per se uno strumento. Avessi avuto quella scuola, neppure utopica, distinguerei nel fluire delle note, ciascuno dei marchingegni cui danno anima, uomini più fortunati di me.
Anarchico e disobbediente ho scarse speranze d’essere nominato Ministro alle scuole (ci vorrebbe una tracotante eversione).
Non riesco neppure – pensa tè – a convincere i Sindaci più amici – quelli che hanno votato le De.Co. – ad inviare i contadini zifolatori nei giardini delle scuole perché insegnino a riconoscere il canto degli uccelli, così tanti e così diversi, di paese in paese.

Lo strazio
Verso me ho doveri e diritti inalienabili. Verso gli altri? Ad ogni evenienza straziante – la nascita di un bimbo down, ad esempio – nascono in me dubbi e perplessità, con un solo rafforzamento nelle idee: l’inesistenza di dio.

Silvio e l'anima
Anima induttrice. Nicolò Paganini dà anima con le sue note e la scelta dello strumento al “Trillo del Diavolo”; e Silvio Coppola alle sue parole: "In ogni bicchiere di vino l’immagine di una giovane donna; e ai cristalli – gli stessi cristalli – prima ancora che lo contengano, il vino". È un’anima che ha un valore in sé, certo dilatato da chi ha cultura e capacità critiche.
La classicità nella Costituzione Europea
Molto si è discusso e si discuterà sulla convenienza di indicare le radici nella Costituzione Europea.
Qualcuno le propone giudaiche-cristiane, il che è repellente sia per le ragioni politiche, sia per quelle religiose.
Chi mi legge sa: ho più volte scritto ch’io vorrei essere ebreo ma non israeliano. Sono cristiano per un battesimo imposto senza la mia pur minima libera partecipazione.
Ho scritto a Giampietro Sestini dell’Associazione Libera Uscita – lo ringraziavo per l’invio di un articolo-saggio di Francesco lauria - "Un solo consiglio: introdurre in modo più esplicito nel primo articolo della Costituzione Europea, il valore, condiviso da tutti gli europei – sia da quelli che lo sono da sempre, sia da quelli che sono arrivati per ragioni di storia – della classicità".

La musica senza canto
È una domanda che mi faccio sovente e a cui non so dare risposta. A tavola, appena posso, se sono solo (o se ho certezza del consenso del mio commensale) scelgo un pezzo musicale – uno o più – che bene accompagni i vini e i cibi attesi. Perchè escludo, drastico, ogni composizione che comporti la partecipazione del canto, fosse pure il più caro o il meglio conosciuto? Ciò, sia italiani sia stranieri, anche per i cori. La voce, le voci sono interruttive alla pretesa della gnosi del gusto, anche quando per mia ignoranza, non sono in grado di tradurli e quindi di possederne il significato. Chiunque, più esperto di me, mi dia – per favore – una acquietante spiegazione.

"Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire". Ennio Flaiano

Recupero un testo “antico” che riferisco al santo della mia vocazione, Bernardino da Siena: "Egli è un paese che le donne si maritano a canna. E fu una volta che uno di questi catali che voleva moglie, la voleva vedere; e fu menato a vederla dai fratelli della fanciulla; e fugli mostrata scalza, senza cavelle in capo, e misuratasi la grandezza de questa fanciulla, era grandissima fra le altre fanciulle, et egli era un cotele piccolo piccolino. Infine gli fu detto “Bene, piaceti ella?” Et egli disse “Oh, si bene ch’ella mi piace!” La fanciulla vedendolo così spersonito “E tu non piace a me”. Doh, quanto bene gli stette!".

Colloquiare con il corpo
Troppo tardi per iniziare un’esperienza cui, più ci penso, più mi appare interessante.
I giovani, ancor prima i ragazzi, dovrebbero aver colloquio – si fa per dire – con le parti del proprio corpo, dalle più intime alle periferiche. Conoscere – meglio: tentare di conoscere – che so, il dito mignolo del piede sinistro.
Ancora oggi, carico di anni, se ci pongo attenzione, se mi astraggo dalle altre, tante, sensazioni che registro, mi sembra avvenga come un’individuazione con una finale percezione di benessere. Mi chiedo: se avessi adottato questa “ginnastica” senza movimento, se non intellettivo, me ne sarebbe venuto qualche vantaggio fisico? Se avessi – passo al fatto più tragico del mio vivere – impegnato il mio pensiero in un tentativo di dialogo con i nervi ottici, tanto vicini al cervelllo da non potersi usare alcuna tecnica di cura attraverso fiale anche ridottissime, avrei interrotto o quanto meno frenato la malattia che mi ha portato – quasi – alla cecità?
Sì, rimpiango il mancato colloquio con ciascuna delle parti di me a partire, appunto, dalle più deficitarie, gli occhi.

La mia Connie
Avrei diritto all’affetto prioritario di Connie, la snautzer gigante nera che colsi ant’anni fa nella cucciolata di un allevamento bergamasco. Avrebbe giocato con Bòran, un bel maschio – pure lui, snautzer gigante, nero – che Christiane, mia compagna, aveva regalato a Gian Tommaso, figlio. Ho un gran giardino. Sarebbero stati assieme. Connie, di pochi giorni, aveva nostalgia della madre. Bòran era un senza sugo, più disposto a scavare buche e correre sui fiori e tra le rose, che a far compagnia a Connie nella gran cuccia, nelle ore in cui la notte evolve. Per mesi fui io, avvolto in un mantello, a raccontarle favole così che non guaisse. Pure durante il giorno, Connie affrontava i giochi – piccola era già vincente – senza mostrare la minima preferenza verso me, più pronta, anzi, alle sollecitazioni di Christiane che alle mie. Ora ha 12 anni e fa vita a sé – Boran se n’è andato, come la maggior parte dei cani, con estrema dignità – (a onor del vero, con due piacevoli bastardi, uno saggio, pur lui per l’età, l’altro giovane e sciamannato).
La mia presenza si limita a dimostrarle affetto, a farla entrare in casa se piove o fa freddo, a difenderla dai “diavolacci” che quand’è tempesta – fulmini e tuoni - cercano di portarla via, a farle qualche carezza. Lei obbedisce – solo – a Christiane che le getta delle palle e molto più al signor Rawi, domestico, che le rivolge poche parole ma evidenti e giuste. Sono ormai vecc (78 anni che corrono al settantanovesimo). Ieri dopo pochi minuti di sosta al tavolo del giardino, in rituale attesa dei cento e più battiti del campanone cittadino, mi sono alzato, con eccessivo entusiasmo, per raccogliere una delle palle gettate da Christiane e rilanciarla. Ho messo il piede su una delle piastrelle – ahilei, ahimè, sconnessa (per la prepotenza delle radici arboree che le scorrono sotto) – e mi sono percosso come corpo cade: viso, zigomo destro, gli apici delle costole e dei ginocchi. Attorno a me, sono corsi col ghiaccio.
Pressoché subito scomparso il dolore, avevo desiderio d’essere lasciato lì, solo, quieto, a meditare sull’improvvido gesto. Lo chiesi.
Connie m’è gironzolata attorno, perplessa. Poi m’ha slinguato prima sulle palpebre a sinistra, poi a destra, con determinata attenzione.

Siamo in lotta per la sopravvivenza ed io spero vinca lei. Comprendo bene di contraddire pressoché tutti i miei teosofemi. Lei fa parte, solo, dell’altro, verso cui voglio avere ancora comunicazione millanta. Non ho mai discusso di dolore come (irrazionale) afflizione.

L'albero delle palline
Da quando ho casa in Bergamo alta – immenso il giardino – gioco con i miei cani.
Preferiscono, di gran lunga, il lancio delle palline (delle palle da tennis dismesse). Ne avrò gettate, con l’aiuto delle compagne, delle figlie e degli amici, miliardi.
Con sorpresa, malgrado il mio terreno sia bene delimitato e protetto, le palle non bastano mai. Scompaiono, come fossero mangiate (escludo che lo siano) o ingoiate dai cespugli e dalla terra. È stato domenica 25 luglio che ho avuto, alla fine, la sorpresa. La vita è proprio bella. In pieno sole, visto solo da me, pressoché cieco, è nato l’albero delle palle da tennis. Il suo fusto, liscio come la seta, è consistente (ho gettato la prima palla nel 1970; ha quindi 34 anni). Le palle sono una ventina e sembrano a giusta maturazione. Non le raccolgo per la loro preziosità. Mi auguro che tutte le palle gettate abbiano un loro tempo di gestazione. Tra non molto avrò un giardino stracolmo di alberi di palle da tennis.

Mi sono accontentato – pesante errore – di avere la natura e la bellezza al mio fianco, tanto da chiudere l’inferiata del mio studio – sulla terrazza alberata – e gettarne la chiave. Da anni penso essere Dio l’altro e ho privilegiato il lavoro. Portare i giovani attraverso la comprensione dei gesti – e la pretesa di poterli compiere – alla libertà e alla qualità della vita.

Giovanni Giraud, Roma 1776 – Napoli 1834: "Son pregiudizii / di quelle tali / linguacce indomite / antisociali / che, refrattarie / al magistero, / il vizio presero / di dire il vero".

Hanno un bel dire se aumenta la mia rabbia. Basta accendere la radio o la Tivvù.
Amo i giovani estremi anche perché sono riusciti a sottrarsi, oltre che a quelli familiari, ai loro condizionamenti.
Ogni volta che ascolto i notiziari e i commenti - soprattutto radio e televisivi – maledico gli occhi che non consentono altre fonti. Aumenta la rabbia.
Si è arrivati alla degenerazione della guerra e all’aberrazione delle torture e un secondo dopo si parla di commercio e di titoli di borsa.
Da anni auspico un haker così intelligente e umano da lanciare nei cieli l’interruzione senza possibilità di ritorno di ogni programma che non sia culturale, agricolo o musicale.
La sovversione che è stata vista come il peggiore dei mali è la sola via di possibile sopravvivenza.
Amo i giovani estremi ed ho speranza solo in loro.

Il Battaglia non ha esemplificazioni su denatalità, solo il lemma: "voce dotta composta da de, con valore riduttivo, e natalità".
A me sembra – alzheimer maledetto – che ne abbia scritto il Panzini, con una insolità connotazione positiva.
I nostri legislatori sono così folli da ignorare ciò che avviene nel mondo intero ed emanano leggi a favore, in Italia, della natalità.
L’otto agosto tutta l’autostrada Milano-Venezia è stata bloccata, oltre cinque ore, per l’eccesso dei veicoli introitati.
Ciò sarebbe nulla, alla fin fine, non avessimo letto sull’Avvenire che 128 milioni di africani disperati ci invaderanno.
Vorrei lo facessero. È gente che, dopo un breve apprendimento, sapreppe lavorare duro e bene nelle campagne e nelle fabbriche.
I loro contributi – sì, in base a leggi più che giuste, li pagano – annullerebbero la prevista impossibilità di soddisfare pensioni, se non proprio da benessere, non del tutto inique.
I nostri legislatori – ripeto – hanno previsto premi per la natalità in Italia. Non so se in loro sia superiore l’idiozia o la disumanità.

Non poteva esserci miglior prova del credito alle teorie di Darwin sull’evoluzionismo che la sostituzione di Mario Monti nella carica di consigliere economico della Comunità Europea con Rocco Buttiglione.
La maggior parte di noi è proprio a quel punto di evoluzione: converrà dare un’occhiata al consumo delle candele di cera.

"Esule" da Milano abitavo - con la giovane moglie e tre figliolette - nella grande famiglia di mia suocera (una madre anche per me), i Pina, pasticceri d'eccelsa e meritata fama, ancor oggi, in Trescore Balneario. Ci fu il tempo delle elezioni, ed io avevo dichiarato a mamma Lucia: ci sarei andato ed avrei scritto nella scheda, W L'ANARCHIA. Mamma aveva discusso e pregato: se mai l'avessi fatto, non lo sapesse - in quel "bianco" paese - nessuno. A voti fatti - scorrevo i giornali seduto a un tavolino - ecco sul vano della porta, Don Palanchina, parroco. Si avvicina - il viso compunto, a braccia aperte e passi lenti - alla cassa - ove sta la mamma - e ad alta voce, così c'ogni avventore senta: "Signora Lucia, che scandalo! Uno del nostro gregge ha votato anarchia". Furono lunghi istanti di imbarazzato silenzio: il prete per il mancato consenso, mamma Lucia intimorita ch'io mi vantassi colpevole. No, resistetti; non ruppi la promessa all'adorabile madre.

CATTIVI PENSIERI

Gli eroi, volontari e missionari
Non c’è giorno che non debba emozionarmi per le comunicazioni radio e televisive, sulle opere – quasi sempre solo cristiane (in grande maggioranza cattoliche) - degli eroi, veri e propri eroi, volontari o missionari che operano con immensi sacrifici e rischi personali, a favore dei poveri e dei perseguitati.
Neppure passa giorno in cui non ascolti l’esaltazione di questo Pontefice ammirevole per integrità e coraggio, e di molti suoi collaboratori (Santi, alla fin fine, del futuro o del passato). Né basta. Sembra che ogni editore mediatico faccia a gara nel pubblicare opere di elevazione, pragmatica teoretica e teoretica religiosa. Da qualche anno con un’imbarazzante handicap: e se fosse un Dio solo? Per l’umanità in orrido terrorismo, l’un contro l’altro.

La rabbia
Autentica rabbia. Aumenta in me di giorno in giorno, di ora in ora. Perché non ne passa una, una sola, che non siano commessi in qualche luogo lontano o attiguo, delitti indefinibili, per cui trovare aggettivazioni è del tutto impossibile.
I religiosi pregano le loro vergini e no. Dico di ogni culto ed in particolare di quelli monoteistici, nati dal sangue di Caino e di Abramo. Quanto potremo andare avanti? Com’è possibile ritenere criminale la sola parola: eversione? L’umanità – in cui comprendo i sessi e tutti gli animali – sta per essere distrutta dal più antico dei falsi: quello dell’esistenza di Dio (e qui lo scrivo con la maiuscola perché comprendo lo sdegno contro me di tutti i lettori).
Più di 50 anni fa, ho letto Freud. Mi chiedo ora – pressoché del tutto dimentico – se abbia mai esaminato i possibili legami tra il peccato originale – che l’impossibile dio avrebbe dato in dono all’uomo – e la depressione.
La stragrande maggioranza degli uomini morsi di rabbia sono depressi e indotti a esplosioni di violenza verbale e fisica, collera, ira, furore, cieca e bestiale perdita del controllo della ragione. Rendono con ciò preghiere e omaggi – sono stufo di usare il termine Dio cui dovrebbe essere dovuto il massimo rispetto per ciò che gli è stato attribuito – ai loro dei. Proprio come i volontari, qualsiasi la loro fede, e la gran maggioranza dei missionari, l’uomo si convinca che Dio è l’altro e che l’amore può essere dedicato solo a lui. Cesserebbe d’incanto ogni possibilità di guerra.

La misura del vivere e del morire
Lunedì scorso, 26 luglio, ho vissuto due episodi in netto contrasto. Il mattino ero alla Radio Svizzera, per un dibattito interessante – pensa te – sulla “sacralità e profanazione della cucina”. Conduttore Giacomo Newlin, ospiti: Gianni Limberti dell’Accademia Italiana della Cucina, Allan Bay, giornalista ed io “decano”.
Con somma sorpresa a posizioni invertite, perché il decano ha sparato zero sulle esaltazioni bibliche cucinarie del Limberti, vantato – di contro questa, sì, sacralità – le prese di posizione dei Centri Sociali e dei Movimenti che difendono la qualità della vita materiale. In sospensiva, a loro modo angeli di Chagal, Giacomo Newlin e Allan Bay.
Sai, come tirato per i capelli – che pur tengo cortissimi – ho dichiarato una incontrovertibile verità: colpa delle religioni abramiche e del peccato d’origine (tutto loro), le sofferenze dell’uomo sino alle attuali spietatezze, atrocità ed orrori.
Mi sono pacificato a mezzogiorno e a sera, con 2 bottiglie 2 di Rosso della Centa 1993, un vino nato – per l’eccezionale equilibrio ed eleganza – a festeggiare la vita e – quando sarà il caso – la morte dell’uomo (della donna) giusto.
Ripeto: la misura del vivere e del morire. Per secoli e secoli, le religioni abramiche hanno costretto al senso di colpa, sino al timor di Dio e alle depressioni endemiche.
Contro, sì contro, il loro strapotere – fatto più “esacerbo” dal moltiplicarsi dei fondamentalismi e dallo sgomento dei fedeli – continuerò ad essere un maître à vivre et à morir. Bene.

 
   
 
 
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