La nuova legge sulla tracciabilità, l’agroindustria e le De.Co.
di Ettore Mancini
Adesso il ministro per l’Agricoltura s’è affezionato all’idea che quello che noi mettiamo sotto i denti, dobbiamo aver modo di sapere dove, come, quando, lo hanno coltivato. Lo chiamano rintracciabilità del prodotto, ed è un bel concetto anche se la parola è brutta.
Dice, il progetto di legge del signor ministro, che sull’etichetta del prodotto commestibile ci deve star scritto tutto, e in particolare ci devono scrivere l’origine, e che per origine s’intende il luogo di coltivazione.
Proposito ministeriale ineccepibile, concetto d’origine perfetto; è la volta – signor ministro – che siamo con lei, anche noi che ci ritroviamo un poco lontani dalle Sue concezioni politiche.
E a voler cercare la riprova di quella ineccepibilità e di quella perfezione, arriva puntuale il grido di dolore degli industriali asproalimentari, ai quali duole assai che sulle loro confezioni debba trovar posto quel luogo di coltivazione, indicazione inopportuna, fastidiosa, pezzo di terra guastafeste per chi – come loro – s’affanna a cercare, oggi qui domani là, materia prima orfana di terra d’origine, anonima, a prezzi stracciati. In etichetta solo il marchio di fabbrica: basta che avanza.
D’altra parte è sempre stato così, ab immemorabile: non a caso il dio dei commercianti era dotato di ali ai piedi, in modo di coglier le migliori occasioni al volo. Tant’è che colui era anche il dio dei voleurs, come li chiamano i francesi; ma quella è un’altra storia, e con quello che scriviamo oggi non c’entra per nulla affatto.
Gridano – gli asproalimentari- che quell’indicazione di luogo d’origine sarebbe una violazione della norma comunitaria che garantisce la libera circolazione dei beni e dei servizi, perché l’indicazione dell’origine sarebbe un elemento di svantaggio per chi l’origine non vuole averla.
Come dire che il gioielliere che vende oro a 18 carati e ce lo scrive sopra, lede il buon diritto di chi vende paccottiglia di similoro.
Signor ministro, adesso Lei si ritrova contro gli asproalimentaristi con codesto argomento che la farà sorridere, e avrà giustamente pensato di non rispondere nemmeno per non abbassare il ministero a risse da bancarella.
Ma guardi però che coloro hanno avuto maestri proprio nel Suo ministero: perché il Suo direttore generale ha firmato un documento di diffida, una grida, una minaccia a quei Comuni che voglion scrivere il loro nome comunale sui loro prodotti.
E in quella grida c’era scritto tal quale quello che oggi van berciando i Suoi attuali oppositori: il nome del luogo non s’ha da scrivere , perché l’origine è sinonimo di qualità, e il titolo di qualità è appannaggio che solo Bruxelles può graziosamente e raramente e lentissimamente elargire. E a Bruxelles ci si arriva solo passando da Roma, Via XX Settembre, sede del Suo ministero.
Ma forse mi sbaglio: forse mi sbaglio perché il maestro potrebbe esser stato proprio l’asproindustria, e non il Suo sommo burocrate, anche nell’affare delle denominazioni comunali. Vuol vedere, signor ministro, che lei si ritrova in casa gente ammaestrata dagli industriali , invece che dagli agricoltori?
Ah m , niente di strano: anche qui la mitologia spiega tutto, esiste per casi del genere una configurazione adeguata del dio dei commercianti: Ermete psicopompo , un persuasore di professione, un trascinatore, un irresistibile seduttore.
Mi perdoni la franchezza, signor ministro, d’altronde credo che, per Suo carattere, Ella preferisca andare per le spicce; credo anche, ed è un complimento, che Ella abbia poca simpatia per il Mercurio alato, in ogni sua configurazione ed impresa. Ma allora dia un taglio netto: quel sostantivo generico luogo, lo sostituisca con qualcosa di preciso, perché luogo significa niente.
E se le capita di pensare, per precisione di pensiero, che luogo significa Comune , ci scriva Comune. Nella Legge.