11 grandi maestri della luce raccontano la terra
di Luigi Veronelli
È appena uscito per la prestigiosa casa editrice Skira il formidabile volume “11 fotografi. 1 vino” (231 pagine, 70 euro), con opere di Flavio Bonett, Franco Fontana, Georg Gerster, Ralph Gibson, Eikoh Hosoe, Mimmo Jodice, William Klein, Don McCullin, Helmuth Newton, Ferdinando Scianna, Alice Springs e testi di Giorgio Soavi, Jens Priewe, Anatole Korneev, J.A. Dias Lopes, Fumiko Arisaka, Chi-Sun Lau, Luigi Veronelli, Michel Phaneuf, Gianni Mura, Anthony Dias Blue, Serena Sutcliffe, Michel Dovaz.
In queste pagine, presentiamo alcune foto tratte dal libro e il testo di Luigi Veronelli dedicato al lavoro di Mimmo Jodice. Ringraziamo Maurizio Zanella e Ca’ del Bosco per la gentile concessione. (ndr)
Fossi Luis Borges, li sai i labirinti etimologici sulle fotografie e tutto ciò che le concerne e lor compete.
Temo sempre di entrarvi, da che non ho fili d’Arianna e, peggio ancora, sono pressochè cieco. Mi avvio – quanto meno cerco - alla conoscenza (e quindi poi all’uscita) attraverso l’amore.
Etimologia in sé per sè così lineare: foto, fomento, fottere, fouet, ad unire grafia della luce e viscide memorie. Come se un colpo di dadi eliminasse l’azzardo che ha proprio il dado nella sua etimologia; dall’arabo volgarizzato az-zahr “dado” e perciò “gioco d’azzardo”, “rischio”.
Vedi? Mi conosco e m’impongo, in piena libertà, dei limiti.
Caricherei il percorso di Mimmo Jodice, napoletano, non di tartarughe, di tigri e di cortigiane.
E ci farei sopra un dialogo dello zoppino. Vita e genealogia di tutte le battone, tenuto conto che zoppità è uguale a zoppìa e in Mimmo Jodice, nessuna parte si confonde, anzi il tutto risponde.
Per una concezione opposta dell’assoluto, ho quattro necessità – decrescenti – libertà, musica, vino e fotografia.
Senza, avrei molte difficoltà a comunicare con l’altro. Per me, comunicare – dare e ricevere informazioni – è vivere (in che è possibile, o quantomeno meglio, se si ha la pienezza dei propri mezzi). In altre parole, Dio è l’altro da me. La comunicazione, sia per riceverla, sia per darla, il che fa nascere la dialettica, il procedimento conoscitivo fondato sul dialogo e sulla disputa, unica arma per migliorare noi stessi e la società.
Trascuro libertà e musica perché mi è impossibile pensare di non trovarti d’accordo. Del vino – narratur – ho già detto troppo.
In ogni fotografia, di reale valore, in cui sono entrato con un “mio” filo d’Arianna, gli occhi – pressochè spenti – m’han tuttavia portato, attraverso l’amore, alla conoscenza.
Basterebbe, improvviso e ingiustificabile – guizzo vitale da sopravvivenza – un enflore, un palpito, una bolla, per avvilirla nel suo insieme.
Definitiva, ferma, risultante geniale di chi l’ha concepita (la foto è una poesia forzata), favorisce in chi la legge, la genesi infinita di diverse e interessanti interpretazioni. Qui le affinità elettive, tra vino e fotografia.
Nelle foto dei migliori – diversissimi – mi inquieta il fatto che, sempre, la “costruzione” rivela alcuni canoni inderogabili. Mi tornano alla mente i nidi degli uccelli, intrecci dei testi, labirinti senza fallanza alcuna, inestricabili, tanto da essere mistero insolubile come le regole vengano trasmesse da altre generazioni.
Guardo le foto di Mimmo, ad una ad una e ciascuna – sia che rappresentino la terra e le vigne, le volte poderose di cantine d’antan, i torrioni e fortilizi di rigoroso acciaio per vini che vogliono essere fatti eccellenti, la barricaia (per ragioni polemiche e patriottarde vorrei fosse definita “i carati”), le divine bottiglie, pronte a ricevere da bocche anche acciaole e tuttavia pietose, il vino senza uguali – mi inquieta per la presenza/assenza della cifra umana.
Le foto possiedono blocchi di realtà, esperienze angolari che gli ritmano e cadenzano e “ricamano” il discorso. Rivelano percorsi di antiche mura e anelli di anfiteatri scomparsi, invisibili, che non sono nel luogo.
Contro ciò che affermava Rajberti, le fotografie sono il superamento delle realtà, nulla a che fare con le immagini riflesse in uno specchio.
Lo specchio, il sogno, il labirinto. Le foto sono poesia e non romanzo (nel romanzo ci sono sempre ripetizioni, nella fotografia no, così come non vi sono in ciascuna delle buone bottiglie aperte e bevute).
Insisto sull’importanza delle grandi fotografie nella mia “economia” vitale. Fissano nella fuga di un attimo la fisionomia degli uomini e delle cose; rivelano i segreti dell’ombra e i misteri delle luci. Quella fuga di un attimo ferma l’assoluto. Benedetto Croce: "… non la fotografia della realtà, il criterio d’interpretazione della realtà". Si incide nella memoria ed è incancellabile finchè tu viva.
Rimane in me – viste le fotografie, bevute le bottiglie, gioendo – la memoria, ben conscio che ogni memoria è la memoria di un’altra memoria.