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Home -> Pubblicazioni -> Rivista -> n° 80
dicembre 2004/gennaio 2005
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Agricoltura e giovani
Da tempo ho incontri – sempre più frequenti – con i giovani dei movimenti.
Attento. Non dico solo “dei Centri Sociali” pressochè sempre estremi. Mi riferisco ai giovani che – preoccupati dai fatti in cui vivono e di cui hanno notizia – studiano come si possa uscire e condividono la convinzione che l’agricoltura c’entri (come vedi – e come forse sai – non do aggettivazioni tipo biologica; agricoltura, secondo me, è corretta coltivazione e conduzione della terra) con la risoluzione positiva dei mali del mondo.
L’ultimo incontro, qualche giorno fa, è stato con i giovani (me vegn de rid; nei miei confronti, giovani lo sono pressochè tutti). Cito: Sergio Rossi, Isabella Dalla Ragione, Oriana Porfidi e Massimo Angelini.
Si trattava di una cena conviviale (protagonista la patata quarantina di Genova; sia gli gnocchi col pesto, sia le ignare patate arrosto – ad accompagnare uno squisito coniglio – ci hanno incantato).
Luogo: il Ristorante e Albergo Palazzo Fieschi in Savignone, due chilometri poco più, dal casello di Busalla sull’autostrada Milano-Genova (gli dedicherò una scheda, nelle mie Guide Oro, con un elogio per la serenità del luogo e la bontà della cucina; e un lieve appunto per la mancanza di un buon Valpolcevera, sottratto a uno dei tre contadini tre, che lo producono ancora).
Una ventina i presenti, ciascuno “agricolo”, più d’uno proveniente dal Sud.
Non esagero: ho vissuto le due ore del mio vivere contadino più equilibrate ed intense. I miei lettori avranno modo di leggere sui prossimi numeri di Veronelli EV, i mutamenti in me provocati, soprattutto per l’armonico inserirsi del dire giovanile, anche il più pragmatico, nel sociale.
Una sola perplessità. Alle loro dichiarazioni “icastiche” non è seguito lo sdegno, quasi si dovesse essere solo osservatori, disarmati d’ogni altra possibilità di contrapposizione. Dobbiamo invece esigere – per il semplice fatto che ci siamo – con idee tutt’affatto nuove e preannunciatrici di mutamenti benefici, che sia dato spazio sui giornali, radio e TV, all’agricoltura in sé per sé, senza aggettivazione, intesa, ripeto, come corretta coltivazione e conduzione della terra.

La De.Co. di Strevi
Non ho desmentegà indrìo la giovinezza. Non l’ho tradita. Sogno ciò che sognavo. Lo sognerò sino a viverlo.
Vedi un po’ quel che succede in Strevi. Territorio feudo dei Vescovi-Conti di Acqui tra il X e XII secolo e poi alleato di Acqui, XII secolo. Entrò a far parte dei domini dei Marchesi del Monferrato, 1334, per esser infeudato, nei secoli successivi, a varie “nobili” famiglie piemontesi.
La cittadina si sviluppa su due piani: il borgo inferiore con le storiche cantine ed il mulino; la parte superiore occupata da ville e dalla Chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo che conserva al suo interno un bel coro ligneo di stile barocco-piemontese. Venusta - soprattutto per l’immenso panorama che offre in mezzo alle vigne - la Cappelletta di Pineto.
Quasi esaurito tra signori e feudi informo i nostri lettori di una recente segnalazione giuntami in una scheda dell’Associazione Città del Vino. Riguarda Manfredo “da Strevi” quale primo stampatore tipografo del XIII secolo. Subito chiesi: "ne sono perplesso e curiosissimo. Altre notizie, vi prego". La (buona) Barbera può provocare anacronismi? Affermava, 1500, il bergamasco Gian Pietro Maffei: "Tale anticipazione di tempo in suggetto così eminente non è riprensibile".
La città mi è comunque cara dagli anni ’50, quando vi giungevo, ad assaggiar Barbera (e non solo) in bicicletta.
Non solo Barbera. La mia predilezione passò infatti in Valle Bagnario, pochi chilometri in là, per due passiti centenari: uno a base di uva brachetto, l’altro di moscato.
Ancor oggi posseggo le chiavi della cantina (e del cuore) di Domenico Ivaldi, vignaiolo emblematico; quando qualcosa mi rattrista salgo da lui e mi rassereno con una o più delle sue bottiglie pressoché secolari.
Mi rassereno in toto. Dimentico le assurde denominazioni imposte ai cru “di Strevi”:
Asti-Moscato d’Asti, Brachetto d’Acqui, Dolcetto d’Acqui, Cortese Alto Monferrato, Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato. Ma che sono questi Acqui, Alto Monferrato e Asti?
L’omologazione e l’appiattimento, imposti da indecenti industriali col tangentizio aiuto degli enologi d’antan – ci scommetto – sta per finire. Un Sindaco di buona volontà, Tomaso Perazzi e i suoi Consiglieri potrebbero “posarci la mano”. Hanno cominciato con la delibera della De.Co. “di Strevi” al torrone friabile, al torrone morbido, agli amaretti, alla torta alla nocciola, ai grissini all’olio d’oliva, alla pasta fresca all’uovo, alla focaccia e allo zabaione al Moscato.
Vista la Legge Costituzionale n° 3 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 24 ottobre 2001, che passa la legislazione futura e la modificazione della legislatura passata, dallo Stato, non alla Regione, non alla Provincia, bensì al Comune, invito il Signor Sindaco ad estendere a tutti i vini storici del territorio – quindi anche e soprattutto al Brachetto Passito e al Moscato Passito – per diritto naturale la De.Co. “di Strevi”.
E’ scritto nel verbale del mio saggissimo Sindaco e dei suoi Consiglieri: "A tutela dei consumatori, i produttori che utilizzeranno la De.Co. Strevi dovranno rispettare i disciplinari approvati dalla Commissione; disciplinari che risultano molto restrittivi e vincolanti e garantiscono la perfetta attinenza dei prodotti con le tradizioni di eccellenza agroalimentare". C’è un solo errore: eccellenza. Quella sarà riconosciuta poi – ne sono sicuro, sicurissimo – dai consumatori, proprio e solo perché nasce – contro la somma stupidità del ministro Gianni o Giovanni Alemanno e dei suoi accoliti – dalla terra, dal clima e dalle fatiche millenarie “di Strevi”.
Ho la gioia di segnalarvi nome e cognome, i produttori più seri: la Pasticceria di Michela Chiodo per il torrone friabile, il torrone morbido, gli amaretti di Strevi e la torta di nocciole; la pasta fresca “ Regina di Strevi” di Lia e Piera; la Panetteria Pasticceria Pesce per la torta “Campagnola”, i canestrini, la torta di nocciole, l’amaretto Pesce “tutta mandorla”, i grissini stirati a mano all’olio d’oliva e la focaccia di Strevi; infine la Pro Loco di Strevi per lo zabaione al Moscato (vaddassé “di Strevi”).

San Giuseppe, Montalcino Repetita iuvant. Il primo libro da me edito – 1956, pensa tè – è il Dizionario dei Proverbi Italiani. Nasceva da appassionanti ricerche giovanili, per far base, alla fine – data l’eccellenza dei loro scritti – sulle opere di Giuseppe Giusti e Gino Capponi.
Per cui so bene: molte volte sembrano contraddittori. Se ti soffermi e ti riferisci ai momenti e alle probabili occasioni in cui furono detti per prendere poi corpo, sempre ti accorgi essere utili insegnamenti.
Repetita iuvant è latino e sta a significare che le cose dette e ridette, ad un certo momento vanno a buon fine. Queste meditabonderie nascono all’assaggio dei vini di Stella Di Campalto, Azienda Agricola San Giuseppe, Podere San Giuseppe 35, in Montalcino di Siena.
In vari luoghi del percorso degustativo, mi sono sentito come abbracciato dalla musica di Gustav Mahler.
Vado giù, ancora più presupponente, con il Rosso di Montalcino 2002 – in sé e per sé, non una grande annata – tale tuttavia per soffuso abbandono, da “immergermi” in alcuni passaggi dell’adagio dell’ultima sinfonia.
Ripeto. Per anni ed anni ho tentato di giungere ad essere così complesso e minuzioso da poter trasferire nel mio lettore, le sensazioni da me avvertite negli assaggi e di trasporre in lui, lettore, il "racconto" singolare e diverso d'ogni vino.
Da tempo - me ne sono accorto man mano che mi rileggo, con qualche pazienza e nel rigoroso ordine cronologico - ho (quasi del tutto) abbandonato, le puntigliose descrizioni organolettiche, spinte, una volta, nei minimi particolari e addirittura - per favorire in ogni modo, il corretto ascolto del lettore - con l'invenzioni di espressioni e di neologismi enoici. Millanta volte meglio suggerire - se mai sottovoce (ma sottovoce non ci riesco) - la musica, il canto, la poesia che suscitano in me.
E qui entra in pieno il repetita iuvant. Ogni buon assaggio di Brunello di Montalcino - qualsiasi il cru - mi ricorda Gustav Mahler.
Ripeto. Invito i “signori” di quei luoghi ad organizzare nell’Abbazia di Sant’Antimo una degustazione – faccio per dire – “in contrasto”. Gioverebbe.

Carjcanti
In uno dei romanzi – Astratta Commedia – di Paolo Ferrari, rileggo una frase: "Fortunati voi che siete simili a cose, segmenti di un giardino al centro del quale sta l’albero d’ulivo orfano ormai oltre il muro di cinta, è domestico, smussato dalla mano dell’uomo, è cieco, s’è smarrito…".
Ho un lungo rapporto con Paolo, uomo di molteplice ingegno, tra i più avanzati ricercatori neuropsichiatrici, compositore di musica, pianista, pittore e intimo scrittore per ciascuna delle sue attività.
Sono così presupponente – a 78 anni poi – di colloquiare, alla pari, anche nei suoi argomenti.
Va da sé: io elementare, lui dotto e labirintico.
Sulla mia affermazione: domestico, smussato dalla mano dell’uomo, cieco ma per nulla smarrito.
Come posso essere smarrito se, giunto al termine, ho la certezza (contro la Pontificia Università Lateranense e la Pontificia Università Gregoriana) che è preferibile la morte bella e serena - termine vertice al compimento naturale della vita - anziché la mala morte? Ho fatto aprire la bottiglia nuova di Carjcanti 2002, a base di uva carricante e albanello, autoctone di Ragusa, più giusto di Chiaramonte Gulfi, prodotto dall’Azienda Agricola Gulfi (via Maria SS. Del Rosario 90, contrada Roccazzo 70, tel. 0932/921654) e abbiamo disputato, goccia a goccia, sino al termine, su re Enzio, figlio di Federico II di Svevia.
Ne fece di tutti i colori, sino ad essere scomunicato per aver catturato, 1241, tra l’isola del Giglio e lo scoglio della Meloria, quasi l’intera flotta che portava a Roma i prelati francesi convocati a concilio per porre al bando Federico in nome di tutta la cristianità.
Amico di Ezzelino da Romano combatté i milanesi, i parmensi e i bolognesi. Fatto prigioniero, il senato di Bologna, lo chiuse a vita, sia pure nella splendida dimora del Palazzo Podestarile.
22 anni di accorati versi.
Ho impugnato la vuota bottiglia. Il classico vino, sereno e sensuale, m’aveva tornato alla memoria l’ultimo verso di Enzio, Re: " …c’assai val meglio un’ora / morir, ca pur penare, / poi che non po campare / omo che vive in peni".

Mela broccaia
C’è un libro – di cui scriverò millanta per millanta – “Archeologia Arborea”, che più bello non si può. Autori, Livio e Isabella Dalla Ragione, padre e figlia.
In primis per la scrittura, serena e diretta; poi gli argomenti, pere e mele in particolare. Bene appresi, porterebbero al benessere i contadini del nostro Centro Italia.
Lo cito per la prima volta per un fatto del tutto pragmatico. Mi libera dai troppi deodoranti proposti per rinfrescare gli ambienti. Riporto, paro paro, il pezzo relativo: "La Mela Broccaia. Deve il suo nome probabilmente alla forma del frutto che ricorda una brocca per l’acqua e il vino. Se si potessero conservare sotto il letto come una volta, sarebbero un ottimo deodorante per la casa! In ogni caso, come veniva consigliato in passato, si può bruciare la buccia delle mele per togliere i cattivi odori dagli ambienti".

Bottega di Mattagnano
caffè, generi alimentari, trattoria

Ci sono momenti – ahimé, subito dopo l’uscita delle Guide Oro – in cui sei invaso di scontento. Avevo ricevuto una segnalazione affettuosa sulla Bottega di Mattagnano, tale da aver deciso di introdurla nel testo ai Ristoranti, con qualche sopraffazione verso Gian Arturo Rota e i suoi ispettori.
Poi… me ne sono scordato (vecchiaia).
Trattoria di campagna con bar e bottega di alimentari. In cucina Luigi Incrocci, coadiuvato da Alessandro Fabbri e da Wilma Naldoni “Signora della Pasta”. In sala il servizio è curato da Jessy Roperos e Francesca Comucci. Al bar, Massimo Paoli con l’aiuto di Barbara Innocenti e Francesca Bellini.
Il menù proposto è rigoroso, stagionale e toscano con qualche provocazione di Luigi, patron.
Ti confido i piatti che – questo ultimo ottobre – hanno avuto il maggiore successo: involtino di cavolo ai funghi su passata di fagioli, ribollita mugellana, tortellini di patate con sugo di anatra o di carne, pappardelle allo stracotto di cinghiale, carrè di agnello ai porri con miele e pepe nero, petto d’oca in salsa all’arancia, stufato di cinghiale agli aromi autunnali, bistecca di vitellone alla griglia, tortino caldo al cacao fondente, fagottino tiepido di riso e canditi alla cannella, gelato della Bottega di Mattagnano.
Da segnalare, infine, il gran vassoio di formaggi (per sé soli; rifiuta l’inquinamento, divenuto moda, delle confetture, dei mieli e delle gelatine).
Simpatici i vini.

Gli Stradivari
Massimo Spampani afferma: "Il grande liutaio di Cremona in quegli strumenti ha potuto esprimere tutta la sua arte grazie anche a un connubio unico di fattori ambientali venutisi a creare sulle Alpi tra ‘600 e ‘700, dei quali il più importante l’abbassamento della temperatura imputabile alla riduzione dell’attività solare che va sotto il nome di “Maunder Minimum” tra il 1645 e il 1715. Ne conseguì una riduzione della crescita degli abeti con cui sono fatti questi stessi violini rilevabile negli anelli fitti e stretti degli alberi che ne esaltano la sonorità".
La qualità tonale degli strumenti di Stradivari è stata attribuita di volta in volta, oltre all’abilità del costruttore e della sua scuola, a un “ingrediente segreto” ascrivibile alla composizione delle vernici, piuttosto che a trattamenti chimici o alla “cottura” del legno o ancora ai tempi di essicamento.
Stradivari sceglieva di persona il “legno di risonanza”, quello, appunto, che presenta cerchie di accrescimento annuali molto strette, regolari e ravvicinate. Foresta della sua preferenza quella di Paneveggio, pochi chilometri da Predazzo, in Trentino.
La cronologia regionale, basata sulle cerchie di accrescimento di centinaia di larici, abeti rossi e pini cembri, documenta proprio la stentata crescita delle piante durante quelle stagioni fredde, in quota, su terreni impervi e con scarsi apporti nutrizionali.
Queste notizie, dovute ad un giornalista esperto di scienze e musicologo, mi hanno sbalordito per l’euritmiche coincidenze, ancora una volta, tra natura, ed in primis il clima, e l’operare degli uomini.
Una conferma così evidente dell’affermazione anima=terra.
Si contrappone il monoteismo al panteismo e lo si dice in senso pregiativo. Sono invece - i monoteisti, dico, tutti - la causa prima delle tragedie dell’uomo.
Mi sono sempre dichiarato ateo e mi sbagliavo. Credo non esservi altro che un Dio, la natura.

La musica
Ci penso sempre più sovente perché - sempre più sovente - l’ascolto.
Tra le mie doti naturali non c’è la musicalità, intesa come capienza e attitudine fisiologiche ed intrinseche.
Bambino, ricordo con vergogna i tentativi corali sia in chiesa, sia sui prati montani. Abbassavo la voce così che gli altri non avvertissero, ero stonato, quasi come Natalia Ginzburg: "Non so cantare e sono stonatissima; canto tuttavia qualche volta, pianissimo, quando son sola".
La musica l’ho sempre amata, anche se non la sapevo ripetere. Qualsiasi tipo di musica, dalla più antica all’ultimo jazz, se suonati bene.
Oggi ho amicizia con musicofoli pronti a consolarmi: "tu, il vino, lo bevi e ci entri dentro, io lo bevo in modo elementare; non è detto chi goda di più".
Godono di più loro, infingardi, e porgono ramoscelli alla mia invidia. Il giorno ch’io fossi nominato Ministro alle scuole, imporrei lo studio obbligatorio della musica. Non per avere i cancheri di ogni bambino stonato, per averne - una volta appreso - le benedizioni.
Mezz’ora al giorno di ascolto di partiture anche a chi non ha (avrebbe) vocazione. I bambini avranno anche modo di avere se non notizie, accenni alla storia degli antichi, perché è certo che la nascita degli strumenti è annessa nelle società primitive a un’utilizzazione musicale di manufatti con diverse funzioni prioritarie: l’ornamento che diventa sonaglio, la trappola che rivelò per la prima volta le proprietà sonore delle corde tese… mezz’ora al giorno in cui ascoltare semplici e tuttavia piacevolissimi pezzi musicali in cui il maestro avrà il compito - certo lungo, altrettanto sicuro - di sottolineare l’apparire degli strumenti: il violino, la viola, il violoncello, il violone, la violetta, via via, tutta la serie degli strumenti ad arco; e poi la sfilza infinita dei protagonisti d’ogni composizione, dai più antichi - xilofoni, litofoni, scacciapensieri, sansafricane, flauti semplici e doppi, diritti e traversi - via via all’infinito, letterale: all’infinito.
Oggi, pressoché cieco, sarei in grado di sentire ed anche di “vedere” - in esaltante, perché continuo cambiamento con i costumi umani - le più lontane nel mondo, le meno intese e conosciute.
Quei fortunati scolari diverrebbero uomini più seri e più applicati. D’un colpo cancellato ogni terrore del buio - del silenzio se vuoi - che è già di per se uno strumento. Avessi avuto quella scuola, neppure utopica, distinguerei nel fluire delle note, ciascuno dei marchingegni cui danno anima, uomini più fortunati di me.
Anarchico e disobbediente ho scarse speranze d’essere nominato Ministro alle scuole (ci vorrebbe una tracotante eversione).
Non riesco neppure - pensa tè - a convincere i Sindaci più amici - quelli che hanno votato le De.Co. - ad inviare i contadini zifolatori nei giardini delle scuole perché insegnino a riconoscere il canto degli uccelli, così tanti e così diversi, di paese in paese.

Le patate cru (e quindi De.Co.)
La patata – se vai, com’è d’obbligo, per un cittadino coscienzioso di scienza e letteratura sul Grande Dizionario della Lingua Italiana – è una pianta annua della Famiglia delle Solanacee, Solanum Tuberosum. Noi ne utilizziamo i frutti, per l’esattezza i tuberi, oviformi.
Di qualità (il nome tecnico è cultivar) ce ne sono millanta che tutta notte canta.
La prima citazione in lingua italiana è di uno dei due Pigafetta, entrambi vicentini, Antonio (1480 – 1525) e Filippo (1533 – 1604).
Va da sé, preferirei fosse del primo, ma non ho alcuna possibilità di verificarlo. "Queste patate sono al mangiare come castagne e longhe come napi" (napo, più comune navone, è il nome di un altro tubero, simile alla rapa, oggi dimenticato).

Ho avuto due straordinari incontri “culturali” con le patate, l’uno e l’altro in Lombardia; il primo in Val di Scalve anni trenta, il secondo in Martinengo.
Val di Scalve. Ci salivo, primi anni ’30, con mio padre attraverso due percorsi: la Val Seriana e il Passo della Presolana o la Via Mala, da Darfo, appena oltre Lovere.
Schilpario, “capitale” della Val di Scalve, è stata sede delle mie vacanze estive dal 1930 al 1939. Ricordo i contadini dei primi anni trenta quando il turismo era un vero e proprio privilegio. Poche famiglie potevano permettersi l’affitto di case rese vuote, d’estate, proprio dalla necessità.
Polenta, latte e patate erano i cibi quotidiani ed io ero già curioso. Non dovevo, allora, essere antipatico da che, ogni giorno, mattino e sera, venivo accolto con bonaria allegria nei grandi e poveri camini familiari.
Le donne, e forse più i loro mariti, si meravigliavano delle mie domande – dovevano essere elementari – sui modi di scelta della farina di granoturco e delle patate; del latte no, da che veniva dritto dalle mammelle delle vicine vacche nelle quiete stalle.
Oppure no, qualcuno si sarà ben indispettito per la mia presupponenza: meglio queste patate – la cui cottura avveniva sempre in acqua e sale – di quell’altre colte nel podere tale e tale, con una preferenza notata e condivisa per quelle della frazione Pradella.
Martinengo. La storia delle patate di Pradella ha avuto il suo resurressi anni fa durante una cena al Golf Club presente Gian Andrea Gavazzeni, immenso musico ed attento gastronomo. Alla mia affermazione – essere quelle patate, di Schilpario, anzi più, della frazione Pradella, le migliori d’Italia tutta – aveva contrapposto, netto "si sbaglia, maestro – disse proprio Maestro – le patate migliori sono, nella Bergamasca, e quindi nell’orbe terracqueo, quelle di Martinengo".
Non posso nasconderlo. Ne fui sorpreso, certo non indispettito (i colloqui con quel Maestro davvero, Gian Andrea Gavazzeni, sono nelle ore più belle e interessanti del mio vissuto).
Quando, pour cause, ne feci il racconto a Mauro Defendente Febbrari, il medico cui debbo la possibilità e la capacità di bere bicchieri tanti – più vini che acqueviti – giornalieri, pur lui gastronomo attento e conviviale, ebbi la stupefatta conferma: "certo, le migliori sono di Martinengo".
A parte che ora esigo la verifica – patate di Pradella, alte di Val di Scalve, e patate della Bassa – cotte a diretto confronto in acqua e sale, oggi in casa pretendo quantomeno perchè più facili e vicine, quelle di Martinengo.
Sono, scrive Mauro Defendente Febbrari in un suo articolo "di polpa gialla o bianca e di consistenza soda o farinosa. La buccia non aiuta la sua scelta perchè la natura dispettosa ha dato due colori, marrone chiaro e rosso, che non permettono d’identificarne le cultivar".
Ci penso sopra e rilancio. Chiedo agli amici di Martinengo di organizzare, sempre con la sola cottura in acqua e sale, il grande e veritiero confronto con le patate cru della nostra patria (la patria è ciò che si conosce e si capisce).
Non sarà facile raccoglierle tutte; cominceremo con qualcuna. Perchè si possano prendere i necessari contatti ti do il “mio” preziosissimo elenco delle patate cru italiane.
Patate di: Acerra, Acquanegra sul Chiese, Afragola, Alleghe, Amalfi, Andrate, Arsoli, Artogne, Asiago, Auronzo di Cadore, Avezzano, Bagnara di Romagna, Bicinicco, Binago, Bleggio Superiore, Boca, Borca di Cadore, Bore, Bormio, Borrello, Bòssico, Brallo di Pregola, Brissogne, Brusciano, Brusson, Budrio, Caldaro, Calizzano, Camigliatello Silano, Campo di Giove, Campodimele, Campodolcino, Camposanpiero, Canosa di Puglia, Canosa Sannita, Caposele, Carano, Carema, Carona, Carrega Ligure, Càsola in Lunigiana, Castel d’Aiano, Castel del Monte, Castellammare di Stabia, Castello Tesino, Castiglione Messer Marino, Castrocaro Terme, Cattolica, Cerro Veronese, Cervinara, Cervino, Cetica di Castel San Niccolò, Cibiana, Cimitile, Colfiorito, Collegiove, Colliano, Cologna Veneta, Concerviano, Còrteno Golgi, Crocefieschi, Delebio, Delianuova, Emarese, Entracque, Ercolano, Exilles, Fabrizia, Fae della Paganella, Faeto, Falzes, Farra d’Alpago, Felino, Filettino, Folgaria, Formìcola, Furore, Galatina, Gallo, Gavoi, Giarre, Gioiosa Ionica, Girifalco, Gràdoli, Granarolo, Gressan, Gressoney–Saint–Jean, Groppallo, Grotte di Castro, Introd, La Salle, La Thuile, Laghi, Lanciano, Lecce nei Marsi, Leonessa, Letino, Lillianes, Macchiagodena, Malborghetto Valbruna, Mammola, Marano Princopato, Marcianise, Margherita di Savoia, Marigliano, Marliana, Martinengo, Màscali, Masone, Massa e Cozzile, Melasco, Mele, Melfi, Mezzano di Primiero, Mongiana, Monguelfo, Montegrosso D’Asti, Montenerodomo, Monterchi, Montereale, Montoro Inferiore, Murialdo, Navelli, Niella Belbo, Nomaglio, Onano, Ortucchio, Ossimo, Pamparato, Pannone, Parabita, Pedivigliano, Penarolo di Cadore, Perca, Pescine, Piedimonte Etnèo, Pietraporzio, Pigra, Piove di Sacco, Polignano a Mare, Praiano, Pratiglione, Prato allo Stelvio, Qualiano, Racale, Recale, Ripabottoni, Roccabruna, Romeno, Ronzone, San Giovanni Montebello, San Giovanni Rotondo, San Giovanni Valdarno, San Giuliano del Sannio, San Gregorio Matese, San Lorenzo Nuovo, San Michele di Serino, San Pietro di Tànagro, San Vitaliano, Sant’Anna del Faedo, Sant’Eufemia D’Aspromonte, Santa Lucia di Serino, Santa Maria a Monte, Santo Stefano D’Aveto, Sarno, Sassoferrato, Satriano di Lucania, Schilpario, Segonzano, Serra San Bruno, Serrastretta, Sessa Cilento, Sesta Godano, Sèttimo Vittone, Sfruz, Simbario, Sinopoli, Sònico, Sorbo Sèrpico, Soveria Mannelli, Spadola, Spezzano della Sila, Spirano, Talamona, Talana, Teana, Terelle, Terragnolo, Teti, Torregrotta, Tretto, Valbondione, Valmacca, Vandoies, Villa Collemandina, Viticuso, Zelbio, Zeri, Ziano Fiemme e Zungoli.

 
   
 
 
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