Pestatori di cacche
Avevo messo – vaddasè quale filosofo – il professor Buttiglione tra l’uomo-massa e la prostituta moderna nelle sue varie sottospecie di cortigiana, mondana, ganza, mignotta, zoccola, ragazza-squillo, passeggiatrice, giù giù fino alla battona, alla barbona, alla spolverona e alla merdaiola, infima categoria che annovera le pestatrici di cacche canine negli stradoni bui di periferia a notte.
Dopo aver letto ciò che succede agli OGM, gli aggiungo quali pestatori di cacche canine, il Ministro Giovanni Alemanno, il Sindaco Leonardo Domenici, fiorentino e il Governatore del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy.
Consiglio al poco Onorevole Rocco Buttiglione, tratto da “Solita Zuppa” di Luciano Bianciardi, edito da Rizzoli 1978, questo pezzullo: "Quando esistevano le case di tolleranza, bastavano, in media, duecentocinquanta lire, per un contatto soddisfacente (almeno per gli elementi giovani, dalla facile eiaculazione). Oggi la stessa cosa, e complicata dalla trafila degli alberghi eccetera, non costa meno di tremila lire… E si potrebbe addirittura giungere a dir questo: che il rincaro dei prezzi ha fatto crescere la pederastia".
Gli eroi, volontari e missionari
Non c’è giorno che non debba emozionarmi per le comunicazioni radio e televisive, sulle opere – quasi sempre solo cristiane (in grande maggioranza cattoliche) - degli eroi, veri e propri eroi, volontari o missionari che operano con immensi sacrifici e rischi personali, a favore dei poveri e dei perseguitati.
Neppure passa giorno in cui non ascolti l’esaltazione di questo Pontefice ammirevole per integrità e coraggio, e di molti suoi collaboratori (Santi, alla fin fine, del futuro o del passato).
Né basta. Sembra che ogni editore mediatico faccia a gara nel pubblicare opere di elevazione, pragmatica teoretica e teoretica religiosa. Da qualche anno con un’imbarazzante handicap: e se fosse un Dio solo? Per l’umanità in orrido terrorismo, l’un contro l’altro.
Colloquiare con il corpo
Troppo tardi per iniziare un’esperienza cui, più ci penso, più mi appare interessante.
I giovani, ancor prima i ragazzi, dovrebbero aver colloquio – si fa per dire – con le parti del proprio corpo, dalle più intime alle periferiche. Conoscere – meglio: tentare di conoscere – che so, il dito mignolo del piede sinistro.
Ancora oggi, carico di anni, se ci pongo attenzione, se mi astraggo dalle altre, tante, sensazioni che registro, mi sembra avvenga come un’individuazione con una finale percezione di benessere. Mi chiedo: se avessi adottato questa “ginnastica” senza movimento, se non intellettivo, me ne sarebbe venuto qualche vantaggio fisico? Se avessi – passo al fatto più tragico del mio vivere – impegnato il mio pensiero in un tentativo di dialogo con i nervi ottici, tanto vicini al cervelllo da non potersi usare alcuna tecnica di cura attraverso fiale anche ridottissime, avrei interrotto o quanto meno frenato la malattia che mi ha portato – quasi – alla cecità?
Sì, rimpiango il mancato colloquio con ciascuna delle parti di me a partire, appunto, dalle più deficitarie, gli occhi.
L'albero delle palle da tennis
Da quando ho casa in Bergamo alta – immenso il giardino – gioco con i miei cani.
Preferiscono, di gran lunga, il lancio delle palline (delle palle da tennis dismesse). Ne avrò gettate, con l’aiuto di Christiane, compagna, delle figlie e degli amici, miliardi.
Con sorpresa, malgrado il mio terreno sia bene delimitato e protetto, le palle non bastano mai. Scompaiono, come fossero mangiate (escludo che lo siano) o ingoiate dai cespugli e dalla terra. È stato domenica 25 luglio che ho avuto, alla fine, la sorpresa. La vita è proprio bella. In pieno sole, visto da me, pressoché cieco, è nato l’albero delle palle da tennis. Il suo fusto, liscio come la seta, è consistente (ho gettato la prima palla nel 1970; ha quindi 34 anni). Le palle sono una ventina e sembrano a giusta maturazione. Non le raccolgo per la loro preziosità. Mi auguro che tutte le palle gettate abbiano un loro tempo di gestazione. Tra non molto avrò un giardino stracolmo di alberi di palle da tennis.
Le chiavi del terrazzo
Mi sono accontentato – pesante errore – di avere la natura e la bellezza al mio fianco, tanto da chiudere l’inferiata del mio studio – sulla terrazza alberata – e gettarne la chiave.
Da anni penso essere Dio l’altro e ho privilegiato il lavoro. Portare i giovani attraverso la comprensione dei gesti – e la pretesa di poterli compiere – alla libertà e alla qualità della vita.
La mia Connie
Avrei diritto all’affetto prioritario di Connie, la snautzer gigante nera che colsi ant’anni fa nella cucciolata di un allevamento bergamasco. Avrebbe giocato con Bòran, un bel maschio – pure lui, snautzer gigante, nero – che Christiane, mia compagna, aveva regalato a Gian Tommaso, figlio. Ho un gran giardino. Sarebbero stati assieme. Connie, di pochi giorni, aveva nostalgia della madre. Bòran era un senza sugo, più disposto a scavare buche e correre sui fiori e tra le rose, che a far compagnia a Connie nella gran cuccia, nelle ore in cui la notte evolve. Per mesi fui io, avvolto in un mantello, a raccontarle favole così che non guaisse. Pure durante il giorno, Connie affrontava i giochi – piccola era già vincente – senza mostrare la minima preferenza verso me, più pronta, anzi, alle sollecitazioni di Christiane che alle mie. Ora ha 12 anni e fa vita a sé – Boran se n’è andato, come la maggior parte dei cani, con estrema dignità – (a onor del vero, con due piacevoli bastardi, uno saggio, pur lui per l’età, l’altro giovane e sciamannato).
La mia presenza si limita a dimostrarle affetto, a farla entrare in casa se piove o fa freddo, a difenderla dai “diavolacci” che quand’è tempesta – fulmini e tuoni - cercano di portarla via, a farle qualche carezza. Lei obbedisce – solo – a Christiane che le getta delle palle e molto più al signor Rawi, domestico, che le rivolge poche parole ma evidenti e giuste. Sono ormai vecc (78 anni che corrono al settantanovesimo). Ieri dopo pochi minuti di sosta al tavolo del giardino, in rituale attesa dei cento e più battiti del campanone cittadino, mi sono alzato, con eccessivo entusiasmo, per raccogliere una delle palle gettate da Christiane e rilanciarla. Ho messo il piede su una delle piastrelle – ahilei, ahimè, sconnessa (per la prepotenza delle radici arboree che le scorrono sotto) – e mi sono percosso come corpo cade: viso, zigomo destro, gli apici delle costole e dei ginocchi. Attorno a me, sono corsi col ghiaccio.
Pressoché subito scomparso il dolore, avevo desiderio d’essere lasciato lì, solo, quieto, a meditare sull’improvvido gesto. Lo chiesi.
Connie m’è gironzolata attorno, perplessa. Poi m’ha slinguato prima sulle palpebre a sinistra, poi a destra, con determinata attenzione.
Siamo in lotta per la sopravvivenza ed io spero vinca lei. Comprendo bene di contraddire pressoché tutti i miei teosofemi. Lei fa parte, solo, dell’altro, verso cui voglio avere ancora comunicazione millanta.
Non ho mai discusso di dolore come (irrazionale) afflizione.
Parodie e denunce
Ero a San Remo com mio padre Adolfo, febbraio 1935, (nelle discussioni, ogni sera, al bar di Loano, per una carta sbagliata – mio padre era imbattibile allo scopone – l’avversario si vendicava nell’impossibilità di aver ragione, con la mimica dei baffetti di Adolf Hitler; odiati) per la prima assoluta di “Colpi di Timone” opera comica scritta e interpretata da Gilberto Govi.
Povero te se non la conosci; dramma e commedia s’intricano in un tessuto sempre limpido, godibilissimo. Rappresenta la tragi-commedia di un piccolo procuratore del porto di Genova, sempre sopraffatto dalle vigliaccherie dei funzionari e dei mercanti per lo scarico delle merci in arrivo e in partenza.
Un malogiorno, alla guida di una carriatide-navicella, Gilberto subisce un grave oltraggio da un timone impazzito per la furia del mare, alla cassa toracica. Passano i giorni e il dolore – anziché attenuarsi – si fa insopportabile. Gilberto decide di farsi fare una lastra per pura precauzione. Qualche giorno dopo gli arrivano lastra e diagnosi dell’ospedale comunale: tre mesi di vita. "Decide allora di prendersi alcune soddisfazioni e dice in faccia alla gente quello che pensa. Una serie di parodie e denunce fino a quando il dottore gli comunica che c’è stato uno scambio nella consegna delle radiografie. È sano come un pesce! Finale scoppiettante".
Le opere di bene
La necessità della comunicazione e dell’educazione: Dio è l’altro.
Quando mi chiedono una definizione, quanto più possibile sintetica, dell’anarchia, rispondo: "credere che Dio è l’altro".
Sono italiano, nato da una famiglia cattolica, conosco bene per l’istruzione avuta e per le tante comunicazioni (troppe) che mi hanno raggiunto e mi raggiungono ogni giorno l’infinita quantità di opere di bene e d’arte dei religiosi cristiani. Conosco troppo poco - ed è una specifica carenza della scuola ed anche mia, personale, per il mancato interesse - le opere di bene e d’arte nate dalle altrui credenze, ad iniziare da quelle orientali.
Se penso ai tanti sacerdoti della mia conoscenza, posso affermare: non avrebbero alcun dubbio nell’aderire, non da anarchici, da religiosi "Dio è l’altro". Un assenso così profondo da arrivare ad eroismi e a sacrifici di cui non sarei capace.
L’altro per me - e in questo assunto avrei il consenso solo di alcuni anarchici - è la donna, l’uomo, gli animali (i cani hanno accompagnato con esistenze più brevi della mia, tutto il mio percorso umano), la terra, l’acqua, i vegetali (i frutti in primis), via via sino ai granelli di sabbia.
Solo ai religiosi purtroppo e contro ogni possibile negazione da che lo afferma la storia, è da attribuirsi anche il male, tanto maggiore quanto più profondo è il loro credo sino appunto ai fondamentalismi.
Non vi fossero religioni, non avremmo mai avuto alcuna guerra. La donna, l’uomo ecc., si sarebbero difesi con l’istituzione di una polizia che reprimesse gli atti contro il diritto naturale.
Persino i granelli di sabbia liberati dalle carte e dai mozziconi che, in qualche modo, inquinano e danneggiano.
Presenza è vivere - Assenza è morire
Con brutale semplificazione, presenza è vivere. Quando, per un accidente o per tua volontà, muori – la mia preoccupazione (vorrei fosse anche tua), è di tenere lontano il dolore – entri nell’assenza.
Con espressione più chiara e meno accetta: non ci sei più.
La fine, coincide con l’esaurirsi dei miliardi di accidenti vitali (il primo è il far l’amore – m’auguro anche sentimentale – tra tua madre e il papà) che hanno costituito la presenza, ossia la vita.
Morire – una volta che hai raggiunto l’età del continuo e inarrestabile declino delle tue capacità – è l’ultimo atto, felice ed orgoglioso, se sai che ogni tuo gesto o pensiero, sia diminuente nei confronti dell’altro.
Certo, ora ho in me l’orgoglio di credere che sarò ricordato con benevolenza, che verrà riconosciuto il mio impegno ed il coraggio per una società nuova e giusta.
Dopo non ci sarò più, sarò assente, nessuna possibilità di godere, nascosto in un carro, della riconoscenza di chi ho amato e dello sventolio di bandiere nere.
Alla fine l’unico rifiuto, senza possibilità di risposta, è nel dolore degli altri.
CATTIVI PENSIERI
Scalza
Recupero un testo “antico” che riferisco al santo della mia vocazione, Bernardino da Siena: "Egli è un paese che le donne si maritano a canna. E fu una volta che uno di questi cotali che voleva moglie, la voleva vedere; e fu menato a vederla dai fratelli della fanciulla; e fugli mostrata scalza, senza cavelle in capo, e misuratasi la grandezza de questa fanciulla, era grandissima fra le altre fanciulle, et egli era un cotale piccolo piccolino. Infine gli fu detto “Bene, piaceti ella?” Et egli disse “Oh, si bene ch’ella mi piace!” La fanciulla vedendolo così spersonito “E tu non piace a me”. Doh, quanto bene gli stette!".
La rabbia
Autentica rabbia. Aumenta in me di giorno in giorno, di ora in ora. Perché non ne passa una, una sola, che non siano commessi in qualche luogo lontano o attiguo, delitti indefinibili, per cui trovare aggettivazioni è del tutto impossibile.
I religiosi pregano le loro vergini e no. Dico di ogni culto ed in particolare di quelli monoteistici, nati dal sangue di Caino e di Abramo. Quanto potremo andare avanti? Com’è possibile ritenere criminale la sola parola: eversione? L’umanità – in cui comprendo i sessi e tutti gli animali – sta per essere distrutta dal più antico dei falsi: quello dell’esistenza di Dio (e qui lo scrivo con la maiuscola perché comprendo lo sdegno contro me di tutti i lettori).
Più di 50 anni fa, ho letto Freud. Mi chiedo ora – pressoché del tutto dimentico – se abbia mai esaminato i possibili legami tra il peccato originale – che l’impossibile dio avrebbe dato in dono all’uomo – e la depressione.
La stragrande maggioranza degli uomini morsi di rabbia sono depressi e indotti a esplosioni di violenza verbale e fisica, collera, ira, furore, cieca e bestiale perdita del controllo della ragione. Rendono con ciò preghiere e omaggi – sono stufo di usare il termine Dio cui dovrebbe essere dovuto il massimo rispetto per ciò che gli è stato attribuito – ai loro dei.
Proprio come i volontari, qualsiasi la loro fede, e la gran maggioranza dei missionari, l’uomo si convinca che Dio è l’altro e che l’amore può essere dedicato solo a lui. Cesserebbe d’incanto ogni possibilità di guerra.
Papa Wojtyla e Mario Pirani
Quando uscì – domenica 17 ottobre, la Repubblica – il saggio di Mario Pirani di titolo “Il Dio di Wojtyla tra nazismo e comunismo”, avrei voluto, a spizzichi e bocconi, pubblicarlo, inserirne qualche parola in ciascuna delle mie testate.
Purtroppo Pirani esclude dalle proprie considerazioni, l’anarchia.
Sono in attesa della mia conclusione; da quando ho età critica, cerco di esaminare ciò che io considero la qualità del vivere e, in conseguenza, i limiti stessi, per un uomo libero, del vivere.
Ti è concesso sino a che riesci a comunicare, a portare avanti, a vantaggio dell’altro, quelli che ritieni le verità.
Morrò tra pochi giorni. Ne avrei voluti alcuni di più, per approfondire con maggiore serenità le tesi, solo in apparenza contrapposte.
La consapevolezza di una grave malattia dovrebbe essere un forte stimolo a compiere o – quanto meno – portare avanti il proprio lavoro.
L’8 per mille va - vaddassè – alle religioni.
Come negarlo, amici? La nostra fregatura, è che l’anarchia non è una religione.
Tre minuti di pausa. Ma che, maledetto. Ti sei assunto il carico di dare comunicazione (pulita, non pubblicitaria).
La scienza e la scuola
Chi sa di scienza afferma: le possibilità del cervello umano sono infinite. Nel bene e nel male, subito pensi.
Avessi il cervello che si ipotizza, scriverei di danaro e sottolinerei, in primis, quali immediate similitudini, diavolo e male. E’ stato ed è ancora il mezzo per acquistare gli schiavi, e per mantenere in schiavitù.
Contro, avevamo solo un’arma, la scuola. Ciascuno di noi che l’ha frequentata, per poco che ci pensi, sa. Nelle mani delle gerarchie, è stata usata per la sua idolatria.