La legittimità degli illegittimi
I simulacri Doc contro la naturalità delle De.Co.
di Ettore Mancini
Siccome dicono – dicono – che le denominazioni d’origine instaurate dai Comuni sarebbero illegittime perché contrarie alle disposizioni comunitarie, e siccome anche taluni di coloro che già le avevano partorite, adesso sono timorosi quasi che il neonato fosse in pericolo di vita; a me, che da Erode nulla temo, è venuto il gusto di scriver qualcosa al riguardo della nascita perfetta e dei genitori nobilissimi delle denominazioni di Stato; e di quella nascita popolare, e peccaminosa come dicono, delle denominazioni Comunali.
E mi avventuro per una strada difficile che non conosco affatto, quella del diritto amministrativo, sicuro di espormi al sorriso di compatimento di stradisti professionali; dai quali però ancora sarebbe mia pretesa legittima ottenere mano d’aiuto, o almeno una qualche illuminazione, perché non andiamo ragionando di interessi personali, e nemmeno di poco conto.
Parlo - s’intende - di gente seria; non di qualche nullità da sottoministero.
Ora la denominazione d’origine comunale, significa, almeno per quello che a tutt’oggi s’è visto, nient’altro che la scrittura in etichetta del nome del territorio di coltivazione e di trasformazione (si vuole che i due siti coincidano).
Della veridicità di quella scrittura è garante il Sindaco: il Sindaco certifica l’origine della materia prima, e anche il luogo della trasformazione.
È atto amministrativo, dovuto.
Non c’è giudizio di merito sulla rinomanza, sulla qualità, sulla tradizione, che sia necessario al riconoscimento della denominazione.
Non c’è nemmeno-obbligatoriamente- un disciplinare di produzione: c’è solo la terra, con i suoi confini.
È alquanto comico che siffatta attività certificatrice del Sindaco venga contestata a termini di normativa comunitaria, quando proprio dalla Comunità e da taluni autorevoli contestatori si và auspicando e preparando l’obbligo della rintracciabilità dell’origine dei prodotti alimentari: cos’altro voglion fare per la rintracciabilità, se non scrivercela sopra , l’origine?
E chi è che la deve scrivere, il sindaco che sulla sua terra ci vive, o qualcuno seduto a Bruxelles o a Roma?
Questi compari, che a Roma o a Bruxelles sono sempre tanto affaticati di lavoro, sono poi straordinariamente solleciti ad accaparrarsene altro, di lavoro, quando si tratta di dare ai commestibili il nome che devono avere: per non darglielo.
E chissà perché.
Ma se anche poi dovesse, il Comune, dare un giudizio di merito – per esempio dovesse far cernita tra i richiedenti, per concedere la denominazione solo a certe condizioni di qualità, cioè di disciplina di produzione; o addirittura volesse,il Comune, sortire dall’ambito di un puro atto amministrativo; allora quella è una competenza che la Legge Costituzionale n° 3 gli ha già assegnato.
Nasce, la denominazione comunale, nel Municipio ; e per mano di pubblico ufficiale.
Ecco, questa è la nascita semplice, ma veramente pubblica, della denominazione comunale ; e se taluno ci vede il peccato alzi la mano . Ma che sia mano competente, non di analfabeta, come di recente ci è toccato di vedere con disgusto, e pena per i pubblici uffici.
Invece la cosiddetta denominazione di Stato, quella che, per intenderci ha già piazzato in Italia più che trecento denominazioni di vino secondo il criterio-perfettamente di legge, ma variamente interpretato - che il nome del territorio è assunto dal prodotto in esclusiva, e solo quando il territorio ha virtù sue proprie per dono divino ; quella denominazione nasce da mani private.
Mani private che maneggiano pubblici poteri.
La denominazione viene oggi data da un Comitato Ministeriale – l’ultima riforma amministrativa ha messo in soffitta l’originaria procedura che approdava a un Decreto del Capo dello Stato – e in calce al decreto trovate solo la firma del segretario del Comitato, funzionario ministeriale che non fa altro che prender atto della decisione del Comitato. Ora, se andate a far la conta dei consiglieri, vedrete che la maggioranza è espressione delle categorie professionali che rappresentano la filiera produttiva. È vero che la nomina di quei consiglieri spetta al Ministro, ma la designazione spetta alle professionali, e state certi che quasi tutti si sentono rappresentanti della rispettiva organizzazione, non del pubblico interesse. Se provate a dirgli che sono magistratura dello Stato, e non sindacalisti, vi guardano come pazzo. A me è capitato: a me che Ogni volta che cedo l'Editoriale a Ettore Mancini, anziché averne cruccio, sono invaso di serenità ne avevo designati quattro e che rifiutavo di dar loro disposizioni sindacali, che loro tutti mi chiedevano.
Tutti tranne che uno,ma si chiamava Niederbacher; e l’Italia non è fatta di Niederbacher.
Gli agricoltori, gli industriali, i commercianti, non hanno messo in piedi le loro organizzazioni di rappresentanza per servizio pubblico , e si guardano bene dal che scivolino sotto un pubblico riconoscimento, dove sarebbero sottoposte a controlli fastidiosi (sui bilanci, per esempio); e però quelle loro organizzazioni stampano norme pubbliche.
Nel caso che andiamo analizzando creano -con la forza della Legge- la denominazione d’origine.
La quale, oserei affermare, un qualche interesse pubblico ce l’ha, nel senso preciso che non riguarda solamente la filiera produttiva, ma anche, e solo per esempio, i consumatori di quei generi alimentari i quali vorrebbero sapere da che luogo arriva quel che si mettono in bocca, anche senza stare a sottilizzare se quel luogo sia o non sia veramente tra i migliori luoghi atti alla produzione.
Questa è la nascita della denominazione d’origine classica, come tutti la conosciamo: una creatura di matrice privatistica , che per stare al mondo prende una vestina pubblica.
Abbiam parlato del vino , per facilità d’esempio, per deformazione professionale, ma per ogni altro genere alimentare e per ogni altro genere di denominazione la morale è identica.
Abbiamo messo sulla carta due modi di denominare le vivande, due modi di denominare il lavoro di molti di noi. Spero che non traspaia un mio personale giudizio, perché l’intento era quello solo di metter sul tavolo due strumenti di lavoro. In modo accidentale ci siamo imbattuti in questa prassi del tutto caratteristica di un Paese che affida poteri pubblici a organizzazioni private senza un adeguato sistema di regole e controlli, e tornano alla mente certe antiche parole del 1919 “Tutte queste rappresentanze degli interessi, tutti questi consessi paritetici sono un regresso spaventoso verso forme medioevali di rappresentanza politica”. Firmato Luigi Einaudi.
La scrittura di Ettore è esemplare, in questo nostro mondo confuso, di quanto possano conciliarsi chiarezza ed onestà.
Di mese in mese ho rinviato la denuncia del tradimento dei chierici, ove per chierico è inteso il laico che si è assunto responsabilità in confronti comunitari. I chierici dell'Anci - che hanno votato all'unanimità, fine II millennio, ricevuto l'investitura da una Legge costituzionale, la numero 3, votata, confermata dal referendum e pubblicata (Gazzetta Ufficiale 22 ottobre 2001), per il passaggio della podestà legislativa in campo agricolo - hanno tradito.
Si sono accorti, in extremis, di avere rinunciato ai propri privilegi a vantaggio, appunto, delle comunità e fingono d'ignorare, con stupefacente ribalderia, le dichiarazioni e gli atti d'antan,
L'indignazione degli uomini onesti è immensa. (L.V.)
Ho tentato – sì, tentato – di rispondere alla montagna di auguri ricevuti. Ciascuno, alla lettura, graditissimo. Non ci sono riuscito. Rispondo, qui, ad ogni augurio e lo contraccambio con la sottolineatura per il 2004 della pace e della serenità. (L.V.)
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