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giugno/luglio 2005
 
n° 83
giugno/luglio 2005
 

 
 
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Ricette di giugno e luglio
 
Tutto meno che un'intervista
 
Autarchia pura
 
Reggio Calabria, si respira la storia
 
 
 
Noi, testimoni delle micro diversità

di Nichi Stefi

Io sono un vecchio orso e ho fatto mio il motto scritto sull’ingresso della casa di Luigi Veronelli “Qui bene latet bene vivit”, e me ne sto rintanato a casa mia, in Brianza, ma in passato ho girato l’Italia e le sue vigne con la mia macchina da presa e ne ho documentazione e memoria.
Ho avuto la fortuna di girarla, l’Italia, con Veronelli e vedere il suo approccio alle persone, ai ristoranti, alle vigne, ai vini, per cui le volte che ero senza di lui ho usato le sue guide cartacee, che mi davano indicazioni e punteggi, ma, cosa ben più importante, avevo imparato a identificare tra le sue parole, i luoghi del suo privilegio, per conoscerli e riconoscerli.
Ho visto disegnare la mappa.
La mappa disegnata non è eterna, cambiano i vini, i ristoratori, ci sono i figli, e spesso volti nuovissimi che fanno vecchi vini e vecchi volti entusiasmati da un nuovo esperimento. Quella mappa deve essere aggiornata. Gli autori di Veronelli EV sono dei narratori itineranti, aggiornano quella mappa.
Lo ribadisco. Vogliamo che Veronelli EV diventi per tutti i lettori il sigillo, Ex vinis. Ogni minuscolo vino dovrà prima o poi essere rappresentato, ogni novità documentata, ogni prodotto descritto e narrato. Se c’è differenza fra la patata d’Avezzano e quella della Valle d’Aosta, noi dobbiamo raccontare quella differenza e se ce n’è fra quella sopra Morgex e quella sopra Nus ancor più dobbiamo raccontarla. Senza paura. Non esiste la “patata” come non esiste il “vino”, come non esiste l’“uomo”. Ma “quella” patata di “quella” terra, e quell’uomo con il suo nome.
Io vengo da una famiglia di mare e so distinguere una volpina da una bosega o da un musin (che per tanti sono semplicemente “cefali” o addirittura genericamente “pesci”), so distinguere il colore del mare di libeccio da quello di maestrale o da quello sferzato dalla bora. Questa è la mia cultura, ed ogni uomo è portatore della sua, che non è né migliore né peggiore d’un’altra.
Pasolini ci ha insegnato che per non perdere questa identità non basta studiarla, ma è necessario che coloro che ne sono i portatori si facciano carico di conservarla. Se non sono fiero di parlare e scrivere la mia lingua, il furlano, diceva, la mia lingua cessa di esistere.
In nome di questa identità che nasce dal basso, in loco, Veronelli ha proposto la DeCo, la denominazione comunale: il nome della cosa.
E se, per superficialità o per insipienza, per calcolo o per semplice errore, qualcuno orienta il gusto confondendo le identità, sorvolando sulle differenze, Veronelli EV diventa uno strumento di denuncia. In senso etimologico, nel senso più nobile della parola, di “far conoscere”, “diffondere”. Noi non abbiamo certezze, ma abbiamo forti opinioni, siamo pronti a discutere su tutto, ma vogliamo continuare le nostre battaglie, come fa Daniel Thomases in questo numero, con il coraggio della testimonianza.
 
 
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