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Langhe e Roero, patrimonio dell’umanità. Evviva!

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La notizia era nell’aria da mesi e la si teneva molto sottovoce per scaramanzia.
Che soddisfazione che Langhe e Roero siano entrati nei siti Patrimonio Unesco dell’Umanità.
Si tratta, ad essere precisi, di sei aree all’interno dei confini delle province di Alessandria, Asti e Cuneo, e di 29 comuni per una superficie totale di quasi 11.000 ettari. Più un’area, detta tampone, di 76 mila ettari – buffer zone - in oltre cento territori comunali, per garantire una maggiore protezione del sito e dare continuità al paesaggio delle singole aree (dalla Langa del Barolo al Castello Grinzane Cavour, dalle colline del Barbaresco a Nizza Monferrato, da Canelli al Monferrato degli Infernot).

piantina
Quando ho sentito l’annuncio, gioia duplicata, triplicata, quadruplicata, da che è il primo sito enologico mondiale nell’elenco uneschiano.
Ho pensato a tutte le persone, del passato e del presente, protagoniste della storia, delle culture e delle colture, delle fortune e delle sfortune, delle fatiche e dei successi, di quei luoghi.
Una trasmissione di saperi e di gesti che s’è fatta via via sempre più consapevole, così da preservare la bellezza, le suggestioni, la bontà e la geometria delle terre langarolo-roeriane.
E proprio quest’ultimo aspetto – l’interazione virtuosa tra uomo e natura – è stato decisivo nella decisione, giunta a onor del vero dopo lunga attesa e passata anche attraverso una prima bocciatura.

Nelle parole del ministro Martina il sunto del sentimento italiano:
«È un riconoscimento fondamentale per affermare il valore culturale della nostra agricoltura.
È la prima volta che l’Unesco riconosce un paesaggio vitivinicolo italiano quale bene unico al mondo, patrimonio dell’umanità per la sua eccezionalità rurale e culturale.
È un risultato prezioso che rafforza il posizionamento a livello di mondiale di alcune delle produzioni vitivinicole più pregiate e apprezzate del nostro Paese. Al tempo stesso l’Unesco ha riconosciuto l’essenzialità dell’agricoltura e degli agricoltori quali sentinelle nella conservazione del paesaggio
».

 

langheroerobis


Roberto Cerrato
, responsabile sviluppo del piano di gestione dell’Associazione per il patrimonio dei paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, sottolinea la complessità e la non linearità del percorso:
«È stato un lavoro veramente estenuante affrontare questo percorso avviato nel 2003.
La proposta iniziale riguardava infatti il Monferrato degli infernot, una singolare tipologia di manufatto architettonico.
Gli infernot, scavati in una formazione geologica presente solo nel Basso Monferrato, la cosiddetta Pietra da cantoni, erano utilizzati per la conservazione delle bottiglie e rappresentano vere e proprie opere d’arte legate al saper fare.

Via via si aggiunsero le altre località della provincia di Cuneo».

Abbiamo di che essere orgogliosi per tale riconoscimento.
E da impegnarci ancor di più per l’elevazione del nostro paese, che ha potenzialità infinite.
Gian Arturo Rota

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