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Veronelli, uno che ha camminato la terra

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Nel numero di marzo di Essere Soave, è stata pubblicata, a firma Lucia Vesentini, un’intervista a me su Gino Veronelli. Mi pare particolarmente efficace e ho così pensato di riproporla qui, con quest’estratto dell’introduzione di Lucia:
… In quegli anni (del dopoguerra, n.d.r.), i cui la Francia egemonizza il panorama dell’alta cucina mondiale, l’Italia si divide tra un sottobosco di tradizioni culinarie regionali ed i primi prodotti industriali uguali da nord a sud, resi famosi grazie a Carosello. Proprio in quel periodo emerge e si consolida la figura dell’anarchico Luigi Veronelli. A lui, assieme a Mario Soldati e Luigi Carnacina, il merito di aver dato dignità e identità a produzioni locali e poco conosciute…”
Ecco il dialogo:

Gian Arturo, sappiamo che nel mondo del vino c’è un “pre” e un “post” Veronelli. Secondo te è ancora così?
Sono stati gli osservatori, sia pro sia contro, ad affermare che esiste un mondo del vino “pre” e uno “post” Veronelli.
Lui era consapevole di aver lavorato bene e per il bene del Paese, con il proposito di far divenire l’Italia “da grande madre di vini a grande madre di grandi vini”.
Ci è riuscito.

Se dovessi descrivere l’uomo Veronelli in poche righe cosa diresti?
Complesso. Rigoroso. Carismatico. Aveva un’energia inesauribile che gli derivava dal legame, mai interrotto, tra cultura e vita. Cultura per lui era tutto ciò che produceva conoscenza. Ogni acquisizione equivaleva a progresso, per sé e, nelle sue speranze, per la società. Ma aveva il difetto, grave, di… essere interista.

Veronelli elogiava i ritmi della natura, la ruralità nel senso più estremo del termine. Secondo te come si può far comprendere soprattutto ai più giovani questi concetti, senza rischiare di cadere in banali luoghi comuni?
Veronelli era per un’agricoltura onesta, sana, fatta di applicazione quotidiana. In questa luce, estrema.
Rispettosa, sì, dei ritmi della natura e delle vocazioni della terra, di ogni singola terra; ma scevra da slogan ridondanti e pruriti ideologici, anticamere pericolose del fanatismo e dell’intolleranza.

Possiamo dire che Veronelli ha in un certo senso sovvertito, elevandoli, i canoni dell’enologia italiana?
Chiariamo anzitutto che Veronelli non era un enologo, ma un giornalista o, come lui preferiva definirsi, un “notaro”.
Le sue teorie – le piccole produzioni, i cru, la suddivisione geografica per comune, i vitigni dei luoghi, l’etichetta veritiera, ad esempio – sono servite a pensare a un nuovo modo di fare vino.
Quindi sì, ha sovvertito ed elevato quei canoni.

Cosa ha significato per l’enologia italiana questo rivoluzionario in camicia a quadri?
A mio avviso, le sue intuizioni e, più ancora, i suoi ammonimenti hanno generato una presa di coscienza nuova – negli operatori, nei comunicatori e nei consumatori – sulle potenzialità e sull’unicità dell’enologia, ma anche della gastronomia, italiane. Ha educato generazioni a considerare vino e cibo valori culturali, ovvero portatori di conoscenze, pratiche e intelligenze millenarie. Infine, ha “liberalizzato” il concetto di piacere, ritenendolo, per l’uomo morale, un diritto e non una colpa.

Valgono ancora oggi le sue idee o sono superate dai fatti e dalla tecnologia?
Oggi più che mai, la loro eco soprattutto oggi si fa sentire. Di qualità, di filiera corta, di trasparenza, di tracciabilità, di agricoltura responsabile già scriveva negli anni 60. Ha letto i tempi in (gran) anticipo e, come è nel destino di ogni precursore, non è stato capito né subito né del tutto.
Un inciso sulla tecnologia: Veronelli non l’ha mai avversata, bensì sempre ritenuta al servizio dell’uomo. Ne biasimava l’uso cattivo e indiscriminato, ovvero contro l’uomo e le buone produzioni.

Secondo te cosa direbbe oggi Veronelli del mondo del vino in Italia?
Sarebbe contento della continua crescita qualitativa e, ancor più, della volontà di tanti giovani di tornare alla terra.

E cosa penserebbe di Expo 2015?
Mi mette a disagio parlare in sua vece. Per il mio lungo trascorso con lui, credo ne prenderebbe distanza: troppi gli interessi in gioco e insopportabile la messa fuori gioco dei piccoli produttori.
Tuttavia, se vuoi proprio strapparmi una suo pensiero, raccomanderebbe “la terra, la terra, la terra, all’infinito la terra”.

 

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