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Biodinamica si. Biodinamica no. Seconda parte

febbraio 5, 2013 by Gian Arturo Rota in Attualità, Miscellanea with 0 Comments

La scorsa estate ho partecipato all’incontro di presentazione della “nuova” azienda agricola Le Sincette (nuova nel nome e nella concezione, da che ha abbracciato in toto la pratica dell’agricoltura biodinamica e, anche per ciò, ha abbandonato l’originaria insegna Cascina la Pertica).
Ho così conosciuto Jacques Mell, uno dei “guru” della cultura biodinamica e consulente/consigliere dell’azienda di Ruggero Brunori e Andrea Salvetti.
Dalla conoscenza è scaturita un’intervista, lunga e approfondita, sulla storia, sulle istanze, sugli obiettivi di questa nuova forma di agricoltura.
 Mells si è prestato a tutte le domande, anche alle più insidiose, non per convincere (avrebbe contraddetto uno dei principi della biodinamica: la libera scelta), ma per far conoscere e capire.
Lui l’ha avvicinata e studiata a partire dal 1977; negli anni ha acquisito tale e tanta esperienza da fondare, nel 1989, la prima azienda di consulenza specializzata in Francia, per la conversione delle aziende da convenzionali a “naturali”.

Ecco la seconda parte dell’intervista.

D. Chi consuma vino è sempre più interessato ad accrescere la conoscenza e consapevolezza di ciò che beve.
Come la cultura del biodinamico dovrebbe essere comunicata?
R. La biodinamica è un “sistema” povero, non può contare su risorse finanziarie tali da poter organizzare una campagna di comunicazione. Pertanto, lo strumento migliore sono le degustazioni, più che pur approfonditi convegni o dibattiti, nel senso che i suoi effetti si possono avvertire in modo compiuto solo attraverso l’esperienza di assaggio.

D. Degustazioni come veicolo pubblicitario? E’ sicuro?
R. Certo! La biodinamica non è un “prodotto” da vendere, è un’attitudine, o un atteggiamento, principalmente culturale.
E quando parlo di degustazioni intendo alla cieca. Alla cieca perché in queste condizioni l’uomo è totalmente libero, non sa cosa va a bere, non conosce l’origine del vino, può piacere o non piacere.
L’esperienza mi dice però che più si assaggiano vini biodinamici più piacciono e più capisce che hanno qualcosa in più dei pur buoni vini convenzionali (buoni nel senso di fatti bene).

D. Ma su un’etichetta, che cosa deve scrivere un produttore?
R. Agricoltura biodinamica, semplicemente.

D. E secondo lei il consumatore capisce che sono vini diversi solo da questo semplice messaggio?
R. Di quali altri mezzi possono disporre i produttori? Come ho già detto, campagne pubblicitarie non sono neanche pensabili, a causa degli alti costi.

D. E allora, quali sono le fonti di informazione più interessanti e attendibili?
R. Io penso i produttori stessi, che vivono quotidianamente la terra e ne conoscono l’impatto sulla loro produzione.
La loro è informazione diretta, guidata dalla parola; la parola è verità e il produttore che vive in prima persona esprime verità; e quando parla, ci si accorge se gli occhi vanno d’accordo con la bocca
(sorriso, n.d.r. ).

D. Quali testi consiglia di leggere?
R. La base sono le conferenze (8) di Rudolph Steiner; poi i lavori di Maria Thun, pressochè completi, da che ha fatto ricerche su tutti le possibilità di produzione. Questi sono i due autori fondanti.
Maria Thun oltretutto ha contribuito anche alla “volgarizzazione” della biodinamica, per esempio aiutando ad applicarla anche al giardinaggio o all’orto.

D. Una cosa non mi è chiara, non per ragioni tecniche, quanto “filosofiche”: la biodinamica mira ad ottenere grandi vini?
R. L’obiettivo non è ottenere o meno grandi vini, ma comprendere che biodinamica è una pratica a salvaguardia della terra, dell’agricoltura, della viticoltura in senso lato. Non ha mire qualitative tout court, non si preoccupa di fare “grandi vini”, ma di produrli bene secondo natura.

D. Comprendo…
R. E’ più giusto parlare di grandi terroirs, esistono ovunque tanti e tanti piccoli vigneti che hanno in sé dei tesori, ma che sono nascosti, mascherati. Compito della biodinamica, e del vignaiolo, è di scoprili, di farli emergere. Per usare una metafora, la biodinamica è come il principe azzurro che risveglia la bella addormentata, ovvero la terra.
Dalla biodinamica possiamo attenderci ma vini sinceri e figli di una terra rinvigorita, il che non può non dire anche vini buoni. Steiner comunque, parlava non di agricoltura miracolosa, ma di nuova agricoltura.

D. I vini biodinamici hanno effetti benefici sulla salute dell’uomo?
R. E’ una questione, un problema immenso. Non lo si può affermare con certezza, lo si può supporre.
Per fare un primo esempio, banale, quando si degusta un gran numero di vini biodinamici, il giorno dopo non si ha mal di testa.

D. La biodinamica ha implicazioni nella questione della salvaguardia ambientale?
R. Osserviamo il fenomeno della degenerazione delle piante: vale per le vigne, ma anche per la vegetazione in genere, per le foreste (degenerazione che, ad esempio, constatiamo nei germogli, sempre più piccoli).
Se noi applichiamo lo stesso metodo di coltivazione alle foreste, alla vegetazione tutta, in futuro potremo ottenere risultati pari a quelli per le vigne. La biodinamica è un aiuto per l’umanità intera.

D. Cosa pensa della biodinamica in Italia?
R. Molto sinceramente, non c’è una biodinamica “per paese”. E’ una pratica possibile ovunque; ovunque vi sia volontà.
Ciò che conta è l’uomo, è la sua coscienza, è la sua professionalità, italiano, o francese o tedesco esso sia.
Unitamente alle caratteristiche della singola terra e del singolo vitigno.

Se si accetta questa teoria, si comprende bene che ogni terra può esprimere compiutamente la propria, singola, autentica vocazione.

D. A proposito di metafore, ne uso io una: l’agricoltura è come un rapporto d’amicizia tra uomo e natura; con la biodinamica si può dire che si tratta di un’amicizia più vera?
R. Per me è tutt’altro che metafora, ma una realtà; e una realtà molto concreta, quindi non romantica e vaporosa. Quando l’uomo lavora regolarmente con la natura, quando sta regolarmente nella vigna, si crea si un rapporto stretto, d’amicizia, anche se la misura varia da individuo a individuo, non è quantificabile allo stesso modo per tutti.

D. Ma l’agricoltura in sè non dovrebbe essere biologica, biodinamica, in se stessa? Se no, non è, non si può chiamare agricoltura…
R. A rigor di termini, sono, d’accordo nell’affermare che l’agricoltura è o non è.
Nei fatti però esistono più agricolture: convenzionale, biologica, biodinamica. L’uomo deve scegliere non a priori l’una o l’altra, ma assecondando e sviluppando i propri sensi, secondo il rapporto che con la natura vuole instaurare.
Per conseguenza, sceglierà il tipo di agricoltura a lui più congeniale.
Io dico però che c’è differenza se la pianta – un essere vivente – riceve nutrimento da sostanze chimiche anziché da preparati che portano con sé le forze cosmiche di cui ho parlato prima.

D. Lei ha affermato che biodinamica coincide con libertà. Spieghi meglio l’associazione.
R. Dal punto di vista del produttore, la libertà si realizza quando egli, nel produrre, si è affrancato dai condizionamenti e dalle facilitazioni, ma instaura con la terra un patto di reciproco rispetto; quanto più forte questo patto, quanto più alto il grado di libertà, perché la biodinamica si assume il compito di rendere responsabile il produttore.

D. E da quello del consumatore?
R. Per un consumatore che vuole essere davvero biodinamico non è sufficiente accontentarsi del fatto che sulla bottiglia sia scritto agricoltura biodinamica, garantita per di più da un ente certificatore.
All’acquisto di quella bottiglia deve arrivare con un grado di coscienza dato dalla libertà di scelta. La libera scelta si acquisisce attraverso l’assaggio; la fiducia in chi produce e certifica è importante ma non sufficiente.
La biodinamica si assume il compito di aiutare il consumatore a decidere cosa scegliere, in maniera autonoma, consapevole, senza le imposizioni o le “lusinghe” del mercato.

Gian Arturo Rota

La prima parte è stata pubblicata il 4 febbraio 2013

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