Attualità
Carlin Petrini intervenuto all’ONU
Reputo di notevole importanza un fatto – dai media generali soprattutto – sottaciuto: l’intervento, un mese fa circa, di Carlin Petrini, presidente Slow Food, all’ONU sulla questione delle popolazioni indigene (UNPFII, forum attivo da 10 anni), con specifico riferimento al problema del diritto al cibo e alla sovranità alimentare.
Voglio sottolineare che è la prima volta che è permesso, a una persona della società civile esterna a quelle popolazioni, di poter parlare.
L’invito a Petrini è il risultato della partecipazione di Slow Food all’Indigenous Partnership for Agrobiodiversity and Food Sovereignty. La partnership, nata nel 2010 e presieduta da Phrang Roy, è una rete di organizzazioni e di comunità indigene impegnate a definire il proprio modello alimentare e a individuare, con la collaborazione di scienziati e ricercatori, delle pratiche agricole che proteggano la biodiversità agricola.
Ecco un passaggio dell’intervento:
«Da venticinque anni il movimento internazionale Slow Food opera per la salvaguardia della biodiversità in campo agricolo e alimentare come strumento per garantire un futuro al nostro pianeta e all’umanità intera.
Occorre tuttavia precisare che difendere la biodiversità senza tutelare la diversità delle culture dei popoli e il loro diritto di governare sui propri territori è un’impresa insensata.
Il diritto dei popoli ad avere il controllo della propria terra, a coltivare, a praticare la caccia e la pesca e la raccolta secondo le proprie esigenze e decisioni è un diritto inalienabile.
Tale diversità è la più grande forza creatrice della Terra, è l’unica condizione per mantenere e trasmettere un patrimonio straordinario di conoscenze alle generazioni future.»
Petrini ha poi presentato il lavoro che Slow Food sta portando avanti per sostenere le comunità indigene attraverso la Fondazione Slow Food per la Biodiversità e la rete mondiale di .
Ha sottolineato come l’attenzione verso le nostre tradizioni e verso sistemi alimentari più sostenibili non sia una “vana nostalgia”, ribadendo quanto la reintroduzione di prodotti alimentari locali sia essenziale per nutrire il pianeta.
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