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Fo, Veronelli, i catari e il Barolo di Monforte

rogocatari

 

Su invito di Stefania Canali (vignaiola di Fattoria Nittardi, storica ed esperta d’arte), sono stato al MIART (Milano Arte Contemporanea): nello spazio della galleria del marito, Peter Femfert, in esposizione opere di Dario Fo (prima che attore, è – anche per formazione, studi nientepopodimeno che a Brera e mai “abbandonata” la vocazione – pittore).
Veronelli ha conosciuto Fo e per un periodo si sono frequentati; Stefania e Peter ne sono amici, oltre che promotori artistici; Stefania è anche amica mia… per incroci affettivi tenevo ad andarci.

Durante il giro, fascinoso, dell’esposizione, un’opera su tutte, mistericamente mi cattura. Indago sul soggetto: la commemorazione del rogo – in Milano, 1028 – dei catari eretici di Monforte d’Alba (di qui, la via cittadina).
Ho un sussulto: qualche giorno prima, avevo riletto/riascoltato Veronelli su quel tragico fatto.
Non comprendo bene, ma avverto che tra le due circostanze non v’è (quantomeno non solo) casualità. E m’emoziono.

Penso poi alle due narrazioni, differenti nella forma, nello stile, negli intenti, ma nelle quali colgo una colleganza: dicono entrambe che la terra parla e restituisce all’uomo.
Fo, mi dice Stefania, ha “inteso dar voce a una memoria che da 1000 anni i milanesi ricordano, oggi in verità meno, ma fino a pochi decenni fa mantenevano viva con feste popolari, canti e processioni attraverso la città con quei bastoni serviti al rogo del massacro dei 200 innocenti: colpevoli di professare un’altra fede.”
Veronelli invece, esalta “la resistenza dei Barolo di Monforte. Una dote che nasce dall’assedio, 1028, posto, tutt’attorno il paese, dalle truppe milanesi, guidate dall’Arcivescovo Ariberto d’Intimiano. Tre mesi d’assedio, la fatale conquista, il trascinamento dei monfortini catturati sino in Milano, piazza San Babila. Qui il dilemma: abiura o rogo.
La metà al rogo, la metà, costretti alla visione dell’evangelica catarsi, ri-trascinati in Monforte.

Ne son passati di secoli. I miei contadini hanno compiuto miliardi di gesti sulla terra delle vigne e nelle cure dei vitigni. Per secoli e secoli la terra, ha fatto suo l’orrore di quell’evento milanese che si rivela all’assaggio del vino”.

Il quadro in sè (vedi foto) mi piace molto.
Racconta di un canto tragico, quello dei commemoranti, rotto dall’acrobazia del saltimbanco che sembra sbeffeggiare il rogo e vuole rovesciare la visuale (visione) delle cose: il fuoco consuma il corpo, non il pensiero e la memoria; una forza muscolare, quella delle braccia, che si trasforma in forza etica; e la figura accanto al saltimbanco, con la sua torsione di busto e testa dà l’impressione di ascoltare insieme le due facce della realtà.

Ma chiedo a Stefania un commento vero sull’arte pittorica di Dario Fo:
“La cosa che sempre mi colpisce di Dario è il coraggio; difficile, scomodo, averlo per decenni.
E la sua fanciullezza. Nel senso della poesia, della purezza di cuore.
Dal punto di vista pittorico sorprende la sua fantasia strabordante, la tecnica eccellente, anticipatoria già 60 anni fa quando era solo pittore.
E’ un inventore: dipinge da uomo colto la storia degli uomini, il mondo dal basso verso l’alto, capovolge l’iconografia classica e dà alle Madonne il volto di Maddalena, agli storpi la bellezza di Apollo, ai dimenticati dignità e memoria”.

Gian Arturo Rota


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