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L’Aquila e la speranza nel Bar del Corso

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L’Aquila, la città che non c’è più (?).
Non c’è una via del centro storico che o non sia accessibile o non abbia segni di quella tragedia. Messa in sicurezza ovunque, all’esterno degli edifici e, presumo, all’interno.
Qua e là dei vuoti, per il crollo completo degli edifici.
Macerie raccolte o nelle reti o nei cassonetti, con un ordine che ha del paradossale.
Nei punti di accesso e in quelli nevralgici, pattuglie di militari, in coppia, a presidiare, giorno e notte; ti guardano, li saluti e ricambiano con gentile fierezza.

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A quattro anni dal terremoto, camminarla vuota, inanimata (pochissimo animata) è un colpo violento, al cuore e alla mente. Camminarla e vederla vuota è tanto reale da apparire surreale.
Non surreale il silenzio. E’ il silenzio a gridare la dimensione della tragedia.
E immagino – ma m’illudo di riuscire a immaginare – il dolore di chi, salvatosi, vorrebbe tornare a vivere la città.

Davvero, L’Aquila non c’è più?
Difficile pensare che la vita possa riprendere come prima, temo ci vorrà qualche generazione perché come prima, possa pulsare e mostrarsi per la sua incantata bellezza.

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Eppure… nei portici d’un palazzo in ristrutturazione, vedo un bar aperto con (ingenua?) sorpresa; è il Bar del Corso, corso Vittorio Emanuele 67; entro e al banco, una ragazza giovane saluta dolcemente e chiede l’ordinazione.
Facciamo due parole, ha 22 anni, racconta com’è la situazione ed esprime la desolazione di non sapere più cosa sia il centro, di non riuscire a riconoscervisi, di non potervi stare, in assenza di luoghi veri in cui i giovani recarsi.
Nonostante ciò sorride e il suo sorriso mi dice che posso sorridere anch’io, che non la offendo se anch’io sorrido.

Bevo il caffè (un buon caffè), compro del cioccolato (un buon cioccolato). Ci salutiamo.
Quel sorriso e quel bar – andiamoci, frequentiamolo! – simboleggiano, forse più per me che per lei, la speranza.
(Gian Arturo Rota)

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