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Paolo Mieli: Veronelli, uno dei più grandi uomini della cultura italiana del ’900

dicembre 6, 2012 by Gian Arturo Rota in Attualità, Miscellanea with 0 Comments

Da sinistra: Nichi Stefi, Paolo Mieli, Gian Arturo Rota.

Lunedì 3 dicembre abbiamo presentato il libro su Gino Veronelli a Bergamo.
A parlarne con me e con il co-autore Nichi Stefi, Paolo Mieli, che ho invitato sia perchè figura di rilievo della cultura e dell’editoria italiane, sia perchè persona al di fuori del mondo di Gino, seppur l’abbia conosciuto e un po’ frequentato.
Parlare di Gino con chi l’ha vissuto molto e bene è relativamente facile; io volevo invece un testimone esterno, molto autorevole e di grande sensibilità culturale, per imbastire un dibattito da cui potesse venir fuori quel che Gino realmente è stato e che nel libro puntiamo a far venire a galla: un uomo di cultura, uno scrittore, un pensatore.
Ricordo la sua affermazione, in un’interivsta televisiva per Rai Sat-Gambero Rosso, curata da Stefano Bonilli:

Noi, scrivendo di vini e di cibi, facciamo anche filosofia.

Il dibattito, durato circa un’ora, è stato intenso, di alto valore, e le parole di Paolo Mieli di una importanza e di un propositivo al di sopra di qualsiasi immaginazione e speranza. Mi piace riportare alcuni dei suoi passaggi più pregnanti. (Gian Arturo Rota)


Quando ho conosciuto Gino Veronelli, me lo presentò Gianni Brera.

Era un personaggio noto, una grande personalità del mondo televisivo, acuto, spiritoso, ma dalla sua immagine pubblica non avevo capito chi fosse davvero Veronelli.
Pensavo fosse un enologo, e lui mi rispose che non era affatto un enologo e mi fece tutta una spiegazione del perché lui non era un enologo, e lo fece in modo molto affettuoso, era una persona molto simpatica, molto dolce.

La cosa che più mi colpì fu che lui e Brera non parlarono… niente delle loro competenze rispettive; facevano sfoggio di una quantità di libri letti, di idee approfondite, da… due uomini di cultura prestati uno allo sport, l’altro alla cultura dei vini, alla cultura dei cibi, alla cultura della terra, alla cultura della natura.
E lì mi apparve un nuovo Veronelli, che è stato uno dei più grandi uomini della cultura italiana del ’900.

Oggi è più facile dirlo perché grazie alla sua apertura di questa strada, alle persone che sono venute dopo di lui è riconosciuto di essere uomini di pensiero, ma al padre che in Italia è stato Gino Veronelli… secondo me per adesso non è riconosciuto ciò che gli si deve.

Siamo negli anni 50. Veronelli intuisce, capisce che la storia della ricchezza italiana è dovuta al dettaglio, alla cura del particolare tipo di piantagione, al particolare tipo di vino, al particolare tipo di formaggio…
Lui lo capì in un epoca in cui non lo capiva nessuno.

Oggi è normale che uno dedichi cura al formaggio di Bergamo di sopra, diverso da quello di Bergamo di sotto.
Ma allora questa cosa era totalmente sconosciuta, non esisteva una cultura di nulla, né dei vini né degli oli né della pastasciutta né delle carni. Nulla. Esisteva la carne, il vino, la pasta, venduti possibilmente all’ingrosso.

La scoperta del valore, qui non parlo del gusto, dell’occasione economica derivata dal valore della specificità, risale a Veronelli; lui ha avuto l’intuizione di una cosa che sarebbe diventata centrale nella cultura del cibo…

E sulla lingua di Veronelli. Mario Soldati lo ha addirittura paragonato a Emilio Gadda… Ora, paragonare Veronelli a Gadda, che è stato il più grande scrittore italiano del Novecento, non è cosa da poco da parte di uno scrittore grandissimo, famoso e conosciuto come Soldati, ma un attestato che merita di essere approfondito.
Tutta la lingua nuova di Veronelli – non fatta di neologismi a vanvera, fatti per assonanze, inventati, ma etimologicamente impeccabili, una lingua che seguiva dei percorsi plausibili nell’essere inventata -, anche questa è materia che va approfondita, studiata…

E sul libro, si è così espresso:

Ho trovato questo libro importantissimo, perché frutto di una ricerca veramente fuori del comune, ma soprattutto importante come prima pietra per l’edificazione, non dico di un monumento perché non voglio essere retorico, ma di una casa destinata a Veronelli.
Io penso che di qui ai prossimi 10 anni, ma soprattutto al 2014, quando cadrà il decennale, noi dobbiamo – tutte le persone che lo hanno conosciuto – erigere questa casa, dobbiamo far si che il 2014 non sia semplicemente una data di ricordo di Veronelli, ma una ripartenza, una riconoscenza per la cultura di Veronelli.
Penso a un grande convegno, con relazioni sui singoli aspetti del suo essere.
I capitoli che voi avete fatto – l’idea del libro è originalissima, fatta come un abbecedario, e ogni momento, passaggio della cultura di Veronelli è analizzato con humor, con garbo, senza pedanteria – ecco, i capitoli possono essere il titolo di una relazione…

Programmatica la conclusione:

Per questi motivi – vi ho citato il pensiero di Veronelli, la lingua di Veronelli – a mio avviso merita davvero, lo suggerisco e lo suggerisco a me stesso, che il 2014 sia una data per ripresentare Veronelli al grande pubblico, per cose che il grande pubblico non sa. Magari lo ricorda per la televisione, per averlo letto, amato (anche perché era una persona affabile, simpatica), ma è giunto il momento che si sappia tutto il resto, che è ricchissimo.

 

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