Casa Veronelli

Luigi Veronelli

Le grappe di Romano Levi: “gli riescono superbe…”

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Ringrazio Diego Schiappapietra – che si sta occupando della costituzione del museo Romano Levi – di avermi inviato copia amanuense di un articolo che Veronelli scrisse su di lui e sulle sue grappe per Epoca, nell’ottobre 1972.
Veronelli scrisse il pezzo dopo aver assaggiato l’ultima produzione di allora – se ne entusiasmò – e volle “omaggiare” a Levi la copia appunto manoscritta. Il grappaiol’angelico – come Veronelli l’aveva definito – giustamente l’ha conservata, e oggi è un bel documento storico.
Mi piace restituirlo in copia “fotostatica”. Tuttavia, siccome del tutto leggibile non è, do qui sotto la versione dattiloscritta.
(Gian Arturo Rota)


Ogni volta: capiti in Neive, nella distilleria minima di Romano Levi, e ti esalti.

Ti sembra impossibile, sei fuori mondo, fuori tempo.
Davvero ricordi le parole seicentesche di Daniello Bartoli:
“è artefice chi prende rozzi tronchi e informi per lavorarne statue, vetri vilissimi per mutargli in diamanti, stille di semplice rugiada per farne perle”.

Anche Romano ha umile materia, le vinacce; anche Romano, artefice, la muta.
Già si rivela nella scelta puntigliosa: esige in selezione, rabbioso e severo, le vinacce secondo provenienza – siano di collina e più ancora dei sorì, gli spazi alti in pieno sole – e vitigno, attento a che non siano vuote per eccessivo torchio.

Le distilla, con gesti appresi dai secoli, al fuoco diretto e pericoloso dell’alambicco (gli è d’aiuto Fiore da Marcorino, unica “force ouvrière”). Queste invecchia, quest’altre no secondo segni che lui solo conosce.

Le grappe riescono superbe e lui gli fa “riverenza” nelle etichette che scrive con certosina pazienza a mano, e che dedica – i nomi fermano nel tempo il suo fantastico amore – a Donne
“decorose e indecorose, selvatiche, ascendenti e discendenti, che scavalicano colline, che si lasciano toccare e non, coi capelli d’oro e d’argento”.
Assaggiale le grappe volute dall’artefice degno del ’600; impallidirà in te e si farà spoglio il ricordo, fosse pure del migliore tra i cognac.
Sono così perfette, il loro giuoco – amare o nette, possenti o sensuali, morbide e puntute – così chiarito, la trama così minuta, da rinnovare in me, “bergamasco”, altre memorie: le tele, ancora seicentesche, del Ceresa e dei Baschenis, pittori e non grappaioli.
Luigi Veronelli

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