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Gli oli di Veronelli: questo libro nasce dalla rabbia…

Rientrato da Extra Lucca, scorsa settimana, ho pensato e ripensato alle questioni che si sono dibattute, alle parole degli oliandoli o olivicultori (chi di disillusione e amarezza, chi di speranza, chi addirittura di entusiasmo, tutte di grande amore per l’olio d’oliva e la terra), a quelle di lucido incoraggiamento da parte dei commentatori; alla funzione unificante del matador Fausto Borella; alla certezza, espressa un po’ da tutti, che la qualità, l’alta qualità, è la sola via per differenziarsi sul mercato per dire al consumatore “ci siamo”, con la singolarità e la diversità delle persone e dei prodotti, e la verità contenuta in ogni bottiglia.
Nonostante i tentativi, in atto ancora forti fortissimi, di oscuramento provenienti da più parti: l’industria, la politica, il malaffare (e di qualche giorno fa la notizia di un ennesimo sequestro di olio extra vergine non olio extra vergine).
Mi sono poi riletto l’introduzione alla prima edizione della guida Gli Oli di Veronelli, anno 2000, e riporto alcuni passaggi decisivi.
(Gian Arturo Rota)
… Giornalista-contadino, i prodotti della terra erano e sono il mio solo argomento.
Ho dato maggior spazio al vino – che è il canto della terra verso il cielo – perchè mi affascinava; avrebbe affascinato anche i lettori.
Quando iniziai a scriverne, 1956, il mercato era dominio di una decina, poco più, di aziende vinicole: ritiravano le uve dai vignaioli – assioma: i contadini non sanno vinificare – facevano pocciacchere bianche, rosse e cerasuole, e le vendevano con “la marca”. Venisse valutato – il vino – per il prestigio della Casa e non per la sua reale qualità.
L’Italia enologica, nei confronti di Francia, era meno, molto meno che di serie B.

Il contrario per l’olio.
Le poche produzioni artigianali d’olio d’oliva franto – meglio ancora “affiorato” – giunto sulla tavola degli esperti d’ogni luogo del mondo, ha stabilito – son anni ed anni – essere il nostro olio d’oliva di frantoio – per ragioni di terra, clima e uomini – di gran lunga il migliore.
Senza possibilità alcuna di contestazione e di dubbio.
Com’è allora che la produzione oliandola è in crisi?
… mi telefonano, molti, dalle terre del Centro e del Sud: non raccoglieranno le olive; i mercanti gli offrono il 40% del niente dell’anno scorso.
Cerco di dargli spirito. Ricordo loro quel mio racconto mai scritto sul corridore che avrebbe preso parte ad ogni circuito, ovunque nel mondo, pur che fosse in discesa.
E gli dico: «Avete sempre amato le salite. Raccogliete».

Ahinoi, troppo impervia la salita. Gliel’hanno posta avanti, le multinazionali alimentari: acquistano le olive, quasi sempre pessime, di tutto l’arco mediterraneo, le frangono alla brutto dio, correggono quel che n’esce con artifizi millanta se non con “la chimica”, lo mettono in bottiglia in uno stabilimento c’abbia fondamenta italiane – che so, a Casalpusterlengo, a San Pietro Vernotico, a Collodi Terinese, ad Imperia – oplà, ecco negli scaffali: l’olio italiano.
Prezzo? Metà della metà del costo di un olio prodotto con olive, davvero italiane…

Uomo libero, anche dalla paura e dal danaro, ho deciso di pubblicare questa Guida sull’olio d’oliva di frantoio e sui migliori produttori.
Un’opera – nota bene – che nasce dalla rabbia e non, come era avvenuto per ogni altra mia, dall’amore…
Rabbia? La fine del secondo millennio e l’inizio del terzo hanno dimostrato, con segni univoci, la necessità del ritorno alla priorità della terra.
Pochi uomini, indemoniati dalla volontà di potenza e di danaro, non ne vogliono sapere.
Col potere e col danaro, condizionano gli altri uomini, miliardi di uomini. E sono disposti ad andare oltre, a renderli schiavi.

Gran fortuna vi siano quelli che io chiamo, al di là dell’età, i giovani estremi, ed a loro ricorro. Una minoranza infima quanto ai numeri, lodevolissima per ideale: la libertà dell’altro.

Rabbia contro gli infami – pochi, pochissimi – raccolti in stretta cerchia nelle cosiddette multinazionali, solo intesi ad acquisire potere e a spartirsi danaro.
E nel 2000 tentano di stabilire una schiavitù addirittura peggiore che nei tempi più bui.
Ho scelto l’olio di oliva di frantoio – anziché i frutti, le verdure, gli altri prodotti primi o appena manufatti della terra – perché nessun altro alimento é più aggredito dalla protervia “multinazionale”.

In conseguenza della priorità terragna gli uomini si sono accorti dell’esigenza di scelte rigorose e naturali, sempre confermate dai valori della scienza. L’olio di oliva di frantoio eccelle su tutti i grassi disponibili negli usi di cucina e di nutrizione per la sua naturalità.
Ripeto, l’olio d’oliva di frantoio, inteso – come va inteso – quale liquido ottenuto dalla sola frangitura delle olive, italiano, se franto da olive italiane.


Le multinazionali, in ogni luogo del mondo, e soprattutto in Italia, madre elettiva per qualità e quantità dell’olio di oliva di frantoio, hanno operato con estrema determinazione e violenza, così da avocare a sé un mercato da cui dovrebbero essere – proprio per la loro marchia industriale – avulsi ed espulsi.
Ci sono riusciti con l’autorità orrorifica del potere e del danaro.
Hanno imposto – col diabolico operare di anno in anno per anni – infami leggi ai vari stati produttori e poi alla Comunità Europea.

E’ necessario io insista: infami leggi adottate in ogni stato e nella Comunità da servitor cortesi “d’incredibile onestà”.

Gli olivicoltori italiani sono – secondo dati ISTAT – che mi sembrano in eccesso – 1.250.000 (un milioneduecentocinquantamila)…

Nessun altro prodotto è stato tanto tradito da leggi, italiane prima, comunitarie poi.
Così come un tempo, per i vini, elenco i miei imperativi categorici.
Primo: si dica olio d’oliva, il solo olio di oliva. Il liquido ottenuto dalla sola frangitura nel frantoio.
Ogni altro olio ottenuto da sanse, rettifiche, raffinazioni, miscele, continua continua, abbia definizioni diverse – olio di sansa o che altro – senza la benchè minima citazione del frutto.
Proporrei inoltre, di eliminare gli aggettivi nonsense extra-vergine e vergine. Una sola definizione: olio di oliva di frantoio se mai con un’aggiunta migliorativa da studiare – extra, super, sovrano ecc. – per l’attuale extra-vergine.
Secondo: i controlli siano demandati ai Comuni (anche nell’ambito delle denominazioni protette).
Terzo: diventi d’obbligo e non facoltativa, la segnalazone in etichetta, sia dei luoghi esatti e veritieri in cui sono state coltivate le olive, sia della qualifica e dell’ubicazione del frantoio…

I miei imperativi categorici non comporteranno – contro quanto si vorrà affermare – alcuna reale difficoltà.
Così come é avvenuto per i vini, si moltiplicheranno a difesa dei consumatori, e a vantaggio degli olivicoltori.

1.250.000  che, con l’accettazione delle mie proposte, si faranno imprenditori capaci sul piano economico, in primis di assunzione di manodopera.
Per buona parte dei Comuni dell’Italia Centrale e, soprattutto dell’Italia Meridionale e delle Isole, ciò significa far uscire la propria gente dalla miseria e dalla disoccupazione. E’ una battaglia. Sarà dura, la vinceremo…»

Luigi Veronelli

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