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La pirateria agroalimentare o agro pirateria

dicembre 5, 2013 by Gian Arturo Rota in Attualità, Miscellanea with 0 Comments

pomodorifette

Al rientro dal mio viaggio a New York in settembre, avevo fatto – ahimè – un post sui plagi alimentari dopo aver visto in un paio di store penose imitazioni (peggio: contraffazioni, frodi, furti, ecc.) di due nostri formaggi principe quali mozzarella e gorgonzola.
Ne era nato partecipato scambio con alcuni lettori; particolarmente approfondito quello con Roberto Mirandola, manager-gourmet di spiccata curiosità e puntuale attenzione per (buoni) cibi e vini.

Il sit-in che in questi giorni Coldiretti sta organizzando al valico del Brennero sull’ultimissimo scandalo alimentare che colpisce il nostro paese e di cui i nostri legislatori hanno non poche responsabilità, mi dà il destro per pubblicare buona parte della riflessione che Roberto mi aveva inviato sul tema. E’ relativa al mercato americano (che lui conosce meglio) ma è estendibile per qualsiasi altro e, soprattutto, fa emergere elementi, anche non noti, di forte preoccupazione.
Gian Arturo Rota


Siamo il paese della buona tavola.
Spaghetti, formaggio, prosciutto crudo, olio d’oliva e vini italiani sono icone universali del gusto, bandiere del Made in Italy perennemente issate.
Tuttavia la pirateria alimentare – conosciuta come agro pirateria – sembra essere un affare che rende piuttosto bene e, allo stesso tempo, difficile da estirpare: l’italian sounding, cioè tutti quei prodotti che imitano o fanno riferimento a nomi italiani, vale qualcosa come 60 miliardi di euro.
Ogni anno, migliaia di prodotti i cui brand ricordano foneticamente i marchi italiani invadono il mercato sfruttando il potenziale di attrazione del cibo Made in Italy.
Basti pensare che sul solo mercato americano questo fenomeno vale circa 18 miliardi di dollari di cui solo il 10% si riferisce a prodotti realmente italiani.

Alla perdita di opportunità economiche ed occupazionali si somma il danno provocato dall’immagine dei nostri prodotti soprattutto nei mercati del Nord America dove spesso il falso è più diffuso del vero e condiziona quindi negativamente le aspettative dei consumatori. L’italian sounding colpisce i prodotti più rappresentativi dell’identità alimentare nazionale e sono sempre più frequenti i casi dove vengono scovate delle inquietanti aberrazioni:
dall’Asiago e dal Provolone del Wisconsin (USA), al Pompeian Olive Oil del Maryland, alla Mozzarella Company di Dallas (USA), o al Daniele Prosciutto & C. Ma gli USA sfornano anche le linguine “Ronzoni”, il risotto “Tuscan”, la salsa di pomodoro prodotta con pomodori San Marzano.
Secondo l’ICE e la Camera di Commercio di Parma, i prodotti più imitati sono i sughi per la pasta (97%), seguiti dai prodotti sottolio (94%), dai pomodori in scatola (76%), dal caffè (51%), dalla pasta (28%, percentuale che sale al 97% se riferita alla sola pasta venduta nel Nord America), dall’olio d’oliva (11%) e dalla mozzarella (8%).

peperonijulienne


Se la nostra cucina deve la sua notorietà soprattutto alla qualità delle materie prime è altrettanto vero che la stragrande maggioranza dei consumatori stranieri non può avere accesso alle gastronomie d’alto livello nei rispettivi paesi – i cosiddetti
deli shop – e di conseguenza si fida di ciò che trova nei supermercati. Ed è proprio lì che imperversano i falsi. Ciò significa spesso che chi prova per la prima volta un cibo italiano, si ritrova tra le mani un’imitazione.
E se l’impressione che ne ricaverà sarà negativa, la sua percezione di cibo italiano sarà compromessa.


Il fenomeno appare oltremodo complesso poiché anche all’interno delle “fabbriche del tarocco” c’è, paradossalmente, un aiuto proveniente proprio dall’Italia.
Ecco allora che il pomodoro cinese è fatto da macchine italiane, così come i frantoi d’acciaio per la produzione dell’olio e le macchine per la produzione della pasta e del gelato.
La capacità degli stranieri nell’imitare i nostri prodotti la si deve in parte proprio alle macchine italiane per la lavorazione alimentare e, che piaccia o no, è una delle tante conseguenze dell’economia globale.

P.S. Ho scoperto un altro trucco adottato dai produttori di cibo italiano contraffatto.

Non potendo indicare sull’etichetta identificativa la dicitura Made in Italy (che sarebbe in evidente contrasto con l’indicazione obbligatoria dell’effettivo luogo di produzione oltre ad essere, ovviamente, vietata) hanno pensato di apporre in bella evidenza Product of Italy, dicitura questa alquanto equivoca e che trae facilmente in inganno la stragande maggioranza dei consumatori americani, notoriamente poco preparati in quanto a cultura alimentare.
Roberto Mirandola

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